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10 domande per la sinistra

Da un interessante articolo di Repubblica.it una provocazione rivolta alla sinsitra italiana, sotto forma di 10 domande, alle quali do la mia risposta come militante di  Sinistra Ecologia Libertà

  1. Quali sono i vostri principali valori politici al di là dell’antiberlusconismo?
    L’antiberlusconismo è una contingenza. Sarebbe folle immaginare di costruire una forza politica “a progetto”. I valori della sinistra dovrebbero rimanere quelli dei pari diritti, delle pari opportunità, della solidarietà, dell’accoglienza, della cura dell’ambiente e delle risorse naturali, un fisco che esprima chiare politiche tributarie non di redistribuzione ma di giustizia sociale, cultura, arte, conoscenza e ricerca come patrimonio nazionale da difendere e incrementare, la partecipazione strutturata ed ampia alle decisioni a tutti i livelli politici, l’inclusione sociale, la cura per i deboli, il ripudio delle forme di violenza economica e politica verso paesi esteri anche se mascherate da missioni di pace, la fusione delle identità nazionali nella più ampia realtà europea
  2. Perché quando avete avuto l’opportunità di governare non avete regolamentato il conflitto d’interessi?
    Perché il conflitto di interessi non c’è soltanto a destra, ma sta diventando evidente che vi sono commistioni non tollerabili anche a sinistra. E queste vanno rapdiamente risolte, se si vuole essere credibili.
  3. Che visione avete della società italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi schierate?
    La società italiana andrà interamente ricostruita dopo queste devastante periodo di governo delle destre più nazionaliste e razziste. I valori chiave della cultura, dell’accoglienza, del lavoro e della giustizia sociale dovranno tornare ad essere prioritari, affinché si realizzi un’azione di governo di ampio consenso, capace di umanizzare l’economia e di riportare la persona al centro dell’attenzione delle istituzioni e non il denaro o l’interesse privato
  4. Quale è la vostra visione della globalizzazione e come vedete l’Italia in essa?
    E’ un fenomeno di dimensione planetaria che richiede interventi di carattere internazionale. Oltre ad essere vittima e carnefice, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo di protagonista nella definizione di organismi e istituzioni sovranazionali eletti democraticamente, capaci di imporre normative tali da regolamentare fenomeni che oggi sono interamente nelle mani di poteri extranazionali non soggetti a nessun controllo democratico.
  5. Come pensate di aumentare le possibilità a disposizione dei giovani e che risposta date alla lettera di Pierluigi Celli che invitava il figlio a lasciare l’Italia?
    La lettera di Celli è un caso personale, il giusto appello di un padre al proprio figlio, che sembra però un padre poco informato. Il flusso di persone italiane, giovani e meno, che cercano altrove un luogo in cui realizzare attese, sogni e prospettive è enorme e sta dissanguando almeno due generazioni. Pagheremo duramente l’incuria che stiamo dimostrando davanti ai giovani ai quali non offriamo nessuna prospettiva concreta di futuro.
    Alcuni interventi chiave da mettere in campo senza indugio sono lo sviluppo di una politica della conoscenza che rafforzi la preparazione tecnica e accademica dei nostri giovani, politiche economiche ed industriali che guidino il nostro asfittico sistema della produzione verso la creazioni di vantaggi competitivi spendibili verso i paesi esteri, lo sviluppo del terzo settore, un fisco agevolato per chi entra nel mondo del lavoro.
  6. Sarete in grado di apportare serie riforme alla classe politica in termini di numero dei parlamentari, immunità legali, costi della politica?
    Questo è auspicabile. La selezione delle candidature dovrebbe rispondere a criteri di eccellenza (ma questo è un processo già avviato anche se non ancora compiuto) e dovrebbe avvenire con modaliltà di partecipazione più democratiche. Tra l’altro sarebbe opportuno lasciare ampio spazio anche alle presenze di esponenti della società civile, che tanto hanno da dire alla politica.
  7. E’ possibile che l’inesistenza di un governo ombra comunichi agli elettori l’assenza di un governo alternativo e quindi la non presenza di un’opposizione ufficiale in Italia?
    Il governo ombra non appartiene alla cultura politica dell’Italia e dunque la sua assenza non pregiudica minimamente la percezione dell’opposizione. Il problema è che l’opposizione dovrebbe agire in modo più convinto soprattutto rispetto ai gravi episodi di erosione della legalità che si perpetrano senza grandi reazioni, che spesso sono auto-organizzate dalla gente (giovane!) che dai partiti.
  8. Perché non c’è un reale interesse e capacità nell’usare i nuovi media?
    Perché le classi dirigenti sono mediamente più vecchie dei militanti e della società e sono diffidenti rispetto a mezzi che non conoscono e che sono fondamentalmente impossibili da controllare secondo le vecchie logiche di partito.
  9. Se aveste un miliardo di euro di risorse extra, come le utilizzereste?
    Personalmente, dato che Sinistra Ecologia e Libertà è una piccola forza politica, sarebbero interamente investiti per sviluppare la comunicazione sul web e per garantire una capillare presenza territoriale. Sono le uniche due leve che consentono di scardinare l’attuala status quo
  10. Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e popolarità ma al tempo stesso di creare una visione un sogno per gli elettori che dovrebbero votarvi?
    Credo che questo ruolo lo possa rivestire soltanto Nichi Vendola, che ha dimostrato come si possano scardinare i vecchi schemi della politica attraverso l’inclusione, la pacatezza, la fermezza sui valori chiave e la partecipazione

Essere antifascisti oggi

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Premessa

Per fugare da subito eventuali dubbi, dichiaro che la mia posizione è quella di un convinto democratico e antifascista. E il senso di questo articolo è proprio quello di andare alla ricerca del significato dell’essere antifascisti oggi. Per me significa ferma riprovazione verso le forme di totalitarismo in generale e, con riferimento storico all’Italia, significa un convinto ripudio per i valori, le politiche e le azioni che furono del movimento fascista e delle diverse esperienze politiche e governative condotte da Benito Mussolini, fino alla sua uccisione. Dunque, un antifascismo che implica piena adesione allo Stato Costituzionale Repubblicano (cui ho già giurato fedeltà almeno un paio di volte), ma anche decisa disapprovazione di ogni forma di violenza e censura verso chi si proclama fascista o simpatizzante di quell’epoca e di quel movimento; una forma di “persecuzione” che, ai miei occhi, è riprovevole tanto quanto, se non più, del fascismo stesso.

Dopo questa doverosa premessa, dedichiamoci ad approfondire i temi ai quali ho fatto sintetico cenno; riflessioni scaturite negli ultimi mesi grazie al confronto con esponenti della più moderna destra dichiaratamente fascista, con amici e compagni di partito di varie età ed estrazioni, nonché con esponenti della sinistra più estrema.

Personalmente sono persuaso che per una persona convintamente democratica, dichiararsi antifascista oggi vuol dire affrontare una condizione di grande difficoltà intellettuale. L’attributo stesso di “democratico”, nelle sue accezioni di apertura al dibattito, al confronto e all’ascolto, impone di non chiudersi, di non essere contro qualcuno per le sue idee, men che mai di impedire che qualcuno che la pensi in altro modo possa esprimersi liberamente. Con altrettanta forza, impone però di adoperarsi civilmente e fermamente per contrastare in tutti i modi leciti un’idea che non condivide; mai comunque, mai, usando la violenza, l’ingiuria, la sopraffazione o la prevaricazione. Diamo ovviamente per condiviso il fatto che i poteri di restrizione della libertà sono esclusiva prerogativa delle forze di polizia e della magistratura, nei limiti e per le finalità che la costituzione e le leggi stabiliscono. In sostanza, riteniamo di non dover discutere sul principio che a nessuno è consentito farsi giustizia da sé.

Nel seguito, affronteremo 3 temi:

  1. l’Italia ha mai chiuso la questione “fascismo”?
  2. Come si collocano i moderni movimenti di destra fascista nella nostra società?
  3. Cosa significa essere antifascisti oggi?

1. I conti con il fascismo e la sua storia

Dopo aver causato sciagure immani all’umanità, lo stato nazista di Hitler capitolò sotto l’attacco delle grandi potenze. Hitler è rimasto in sella fino alla fine, nella coerenza di una follia fulgida. Il nazismo è morto con lui e quel che ne rimaneva è stato spazzato via da un processo lacerante, cui sono seguite condanne, esecuzioni e fughe. Insomma, con il nazismo, l’intera umanità a fatto i conti, consegnandolo alla storia. Certo ci sono dei “focolai”, ma non vi sono avvisaglie di ricostruzione di movimenti ideologici nazionali di quella portata.

Da noi il fascismo è finito senza gloria e l’Italia non ci ha fatto i conti: l’intero apparato dello stato fascista si è riversato quasi senza traumi all’interno delle nuovi istituzioni repubblicane. Da questo punto di vista, si può dunque affermare, anche se con un certo ardimento, che il fascismo in Italia è un capitolo che non si è mai chiuso, anzi ha continuato a esistere sotto vesti e forme diverse, in uno stato di sospensione, annidato nei partiti dichiaratamente di destra, ma anche in altri (ad esempio la Democrazia Cristiana), questi ultimi capaci di accogliere e conciliare anime opposte in un equilibrio che ha retto per decenni. Dunque, si diceva, con il fascismo non abbiamo fatto i conti. Mussolini e la sua cerchia più stretta hanno pagato con la vita, per tutti. La loro esecuzione, senza processo (modernamente inteso), si poteva pensare, avrebbe saldato il conto. Invece, proprio la mancanza di un processo, di una sentenza ma ancor di più di un dibattito franco ed aperto, fatto a quell’epoca dai protagonisti, su cosa era e rappresentava il fascismo ci ha privato di una solida motivazione per deprecare quell’esperienza e tutti i danni che ne sono derivati e, come avvenuto per il nazismo, chiudere definitivamente la questione. Non è un caso che pochi anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, già si diceva che si stava meglio quando si stava peggio, segno evidente che nella cultura e nel costume, il fascimo non era stato un’esperienza lacerante, da non ripetere, e che, soprattutto non era finito a Piazzale Loreto, ma si era definitivamente insinuato nel cuore politico degli italiani. A costo di banalizzare, mentre in Italia Totò e Paolo Stoppa, all’indomani guerra, al cinema e a teatro, potevano mettere alla berlina fascisti e nazisti con gag celeberrime, nel resto del mondo non era concepibile (con alcune eccezioni) di trattare il dramma del nazismo con leggerezza.

2. Ritorni di fiamma

Nell’arco dei sessant’anni che ci separano dal gennaio del 1948, dunque, il germe del fascismo ha continuato a vegetare, assumendo di volta in volta nuove forme. Alle volte creando un partito. Altre un movimento extraparlamentare, più o meno clandestino. Altre ancora sfociando nel terrorismo. Un lungo periodo di riflessioni e di esperienza ha portato il partito di destra per eccellenza a subire mutazioni e scissioni. Quel che resta del Movimento Sociale Italiano, oggi galleggia ai margini della stretta costellazione dei partiti in parlamento, dopo che la sua grande gemmazione in Alleanza Nazionale ha definitivamente perduto ogni legame con la sua origine post-fascista.  Ma nel frattempo si è andato aggregando un universo, figlio legittimo della Destra Sociale, che oggi ha proprio in Casa Pound e nei suoi soggetti satelliti i suoi più noti e coraggiosi testimoni: l’intera cultura pre-fascista e fascista trova una nuova legittimazione grazie allo spazio che si è aperto a destra proprio in virtù dello spostamento al centro di Alleanza Nazionale.

In estrema sintesi (per una visione completa è indispensabile una visita lunga e approfondita al sito di Casa Pound), è proprio Casa Pound che ci aiuta a capire cos’è “fascismo” oggi:

  1. Riconquista nazionale, sovranità nazionale contro i poteri forti;
  2. Controllo pubblico delle banche;
  3. Contrasto delle multinazionali, rilancio la produzione italiana ed una Europa autarchica;
  4. Contrasto della società multirazzista (!) e dell’immigrazione obbligata;
  5. Garantire il lavoro come dovere sociale;
  6. Tutela dei beni comuni e dei settori strategici (in parte new entry, si vede che cedono alle lusinghe della moda lessicale)
  7. Per i diritti sociali (anche qui una nuova declinazione, più di moda: contro lo scippo del futuro per non trasformarci in un popolo di barboni, per un fisco equo e di sviluppo);
  8. Garantire il diritto alla maternità e alla vita;
  9. Per la sovranità energetica (una new entry che focalizza sull’energia);
  10. Mutuo sociale;
  11. Per una scuola pubblica (Istruzione, cultura e ricerca gratuite, universali e rigorosamente selettive);
  12. Per un’ecologia non conforme;
  13. Per una cultura libera;

Va da sè che su alcuni di questi punti si può manifestare una convergenza trasversale, indipendente dall’orientamento politico. E’ altresì vero che tutto è molto chiaro, semplice. Così come è vero che vi sono parecchi punti discutibili, frutto di una visione eccessivamente nostalgica del passato, in termini di costume, cultura, poltica. D’altra parte, vi sono aspetti “valoriali” che non emergono dalla lettura del programma, ma che caratterizzano al di là di ogni ragionevole dubbio il fascismo moderno. Fra questi vi sono certamente una spiccata tendenza all’aggressività ed un uso indiscriminato della violenza fisica e verbale, come emerge da numerose testimonianze disponibili in più parti della rete (a onor del vero, in molti casi tale violenza è in risposta alle aggressioni di parte avversa, mentre in altri casi è del tutto gratuita – ad esempio, cinghia mattanza). Fa inoltre riflettere seriamente il fatto che il concetto di democrazia non è mai citato, segno evidente che, fino a prova contraria, lo possiamo considerare del tutto estraneo al moderno fascismo made in Italy. Alcune assenze importanti, inoltre fanno intravedere la mancanza o una carenza di attenzione su alcuni temi che caratterizzano le società più evolute e che 60 anni fa non erano prevedibili (interruzione della gravidanza, temi bioetici, diritti delle minoranze, lotta alle discriminazioni, ecc.)

Certo molto si può discutere sull’efficacia della democrazia come sistema di decisione e di partecipazione alla vita politica del paese, oppure sul fatto che quella che ci ostiniamo a definire democrazia, in realtà, non ne costituisce che un pallido abbozzo, ma finché la Costituzione sarà centrata sull’articolo 1 e finché il sentimento prevalente non cambia, la democrazia, in Italia è e rimarrà un valore di riferimento da cui nessuna forza politica e sociale, può prescindere.

3. Essere antifascisti oggi

Vorrei cominciare quest’ultima parte del post, con il racconto di un episodio che è avvenuto qualche giorno fa, presso il comune di Albano Laziale, dove si è svolto un incontro fra i giovani ed Ugo Mancini, Presidente della locale sezione dell’ANPI da sempre impegnato in un’opera di paziente divulgazione e dibattito sui temi del fascismo, della resistenza e della violenza nazista. L’incontro era stato concordato su richiesta di un gruppo di ragazzi di destra che avevano assistito ad uno delle lezioni su questi temi in una scuola locale. Mancini, che è un vero democratico e antifascista ha ovviamente acconsentito al confronto. Purtroppo, nella stessa sede si sono presentati alcuni esponenti di formazioni di sinsitra, che hanno disturbato l’incontro provocando Mancini, dicendo che non doveva avere contatti con i fasci, che non hanno diritto di cittadinanza politica, che non devono essere sdoganati e via di seguito in un crescendo che si è concluso con la solita smargiassata, la goccia che ha fatto trabboccare il vaso, tramutando un incontro di confronto su un tema delicato, tra l’altro fra due generazioni diverse, in una rissa con annessi danni a persone e cose.

Questo episodio mi sembra essere emblematico del concetto che vorrei esprimere in questa ultima parte, ovvero a 60 anni di distanza, dopo tutte le esperienze che abbiamo vissuto in Italia, è ancora possibile concepire l’antifascismo come tentativo di marginalizzazione violenta del pensiero fascista e delle sue espressioni pubbliche? E’ veramente questa la strada per contrastare un’evidente revanche dei valori e delle proposte politiche e movimentistiche di chiara marca fascista? Oppure sarà necessario accettare la sfida teorica e conoscere bene il nuovo fascismo per contrapporre ad esso una visione politica declinata in valori e proposte che abbiano presa sull’elettorato?

A mio parere, ogni tentativo di impedire agli esponenti dei movimenti del nuovo fascismo (per esser chiari, ricordo che faccio riferimento a Casa Pound e a Blocco studentesco in primis) di essere presenti nella scena politica e di esprimere il loro pensiero non solo è del tutto inutile, ma soprattutto fornisce alibi politici che tali formazioni sono abilissime nel rivoltare a proprio favore, come hanno recentemente dimostrato i fatti di Piazza Navona e della sede Rai di Roma. La demonizzazione dei giovani fascisti, la facilità con cui vengono presentati sistematicamente sui media come “squadristi” che cercano di imporre la loro presenza e le loro idee, alimenta un circuito perverso di versioni, controversioni e rimandi da un punto all’altro della rete, capace di generare un’attenzione che altrimenti non si creerebbe. A dare ulteriore manforte, intervengono poi, anche qui sistematicamente, le reazioni e/o le provocazioni violente e aggressive dalla parte più marginale e politicamente miope della sinistra (mi sto riferendo a Sinistra Critica, centri sociali vari, RASH, ecc.), che non fanno altro che amplificare ulteriormente l’attenzione già conquistata attraverso la polemica mediatica.

Assumendo che per me i movimenti fascisti non hanno pieno diritto di cittadinanza e di espressione (proprio perché si richiamano apertamente a valori ripudiati dalla Costituzione), ritengo che sia molto più produttivo conoscerli a fondo e mettersi in competizione con loro sugli stessi media che utilizzano, sfruttando gli stessi meccanismi, quando non inventando nuovi modi di comunicare.

Ad esempio, con un occhio ai movimenti studenteschi e alle tecniche di “guerrilla marketing” ritengo che sia molto più efficace agire sugli spazi mediatici che conquistano Blocco Studentesco e Casa Pound, neutralizzando la loro presenza con testimonianze, argomenti, spunti e provocazioni sviluppando al massimo la creatività e promuovendo con convinzione valori e proposte alternative, derivate da esperienze politiche diverse, più affini ad una moderna visione della sinistra.

Menare le mani è infinitamente più semplice, ma produce effetti non controllabili a livello sociale. Al di là della “soddisfazione estemporanea” di aver pestato uno che si ritiene un nemico, il senso che sarà dato al gesto lo decideranno i titolisti, i giornalisti, i blogger ed i forum in un processo governato da tecniche di costruzione e distribuzione del messaggio che, se ignorate, produrranno effetti contrari a quelli che si pensava di ottenere: non l’oscuramento di un pensiero o di un’idea, ma la sua amplificazione e la sua massima diffusione.

In un mondo ormai pervaso da strumenti di formazione e divulgazione del libero pensiero, ritenere che si possa “azzittire” il presunto nemico pestandolo di botte o cacciandolo dalle manifestazione è una pura illusione. Quello che si caccia dalle piazze, dalle assemblee ed in generale dalla vita reale, ritorna moltiplicato sulla rete e sui circuiti internazionali. Con un’aggravante: passato il momento delle “opinioni a caldo”, la coda lunga dell’informazione lascerà una traccia “fredda” a disposizione di tutti coloro che, da un certo momento in poi, andranno a caccia di approfondimenti e saranno capaci di produrre riflessioni ed elaborazioni sui materiali disponibili, definitivamente sfuggiti al controllo degli autori e presenti in contesti di attualità del tutto diversi da quelli di partenza.

In buona sostanza, quindi, essere democratici ed antifascisti oggi, significa riconoscere l’esistenza dei movimenti neo fascisti, che hanno conquistato lo status di soggetti politici ed interlocutori. A questo riconoscimento occorre però contrapporre una strategia di comunicazione e di azione politica su più livelli e più media capace di contrapporre alle loro posizioni e all’immagine che essi hanno saputo costruire, una visione alternativa del mondo articolata in proposte politiche concrete e posizionata in modo tale da dare dell’antifascismo una immagine moderna e lontana dagli schemi imposti dalla contrapposizione violenta ed aggressiva.

Costruire un movimento

Sole nascente, Pelizza da Volpedo

QUESTO POST E’ WORK IN PROGRESS e sarà modificato in base ai contributi che perverranno nella discussione.

Sono anni che disserto sul fatto che il movimento GLBT in Italia non esiste, non è riconosciuto, non ha potere di contrattazione, non esprime referenti credibili per le istituzioni e per la politica. Anni che parlo di questo problema e anni che nessuno mi dice che ho torto. Dopo ulteriori riflessioni, ne aggiungo una ancora più triste. Spesso ci si lamenta che chi potrebbe finanziare il movimento non lo fa. E mi sto dando questa risposta: e a chi li dovrebbe dare i suoi soldi? Per quale causa? A quale soggetto? Con quali garanzie? Insomma non lamentiamoci se non “girano” soldi (se non quelli legati alle feste di finanziamento) e il “movimento” non viene finanziato. Immaginiamo, toh! Dolce & Gabbana che vogliono dare 100.000 euro per la causa (o magari un certo Viki Hassan… chi ha buone orecchie per intendere, intenda), stante la situazione, ovviamente, se li terrebbero per se. Come appunto fanno.

Da qualche tempo sto facendo circolare privatamente una certa idea, cui è arrivato il momento di dare pubblicità, dato che il confronto privato non è sufficiente a dare concretezza e risalto, ma che, soprattutto, si rivela poco adatto per valutarla in tutte le sue sfaccettature.

Riprendendo le considerazioni iniziali, io penso che per uscire dall’impasse in cui vive la comunità delle persone che soffrono discirminazioni a causa dei modi e delle forme con cui esprimono affettività, sessualità e identità ed orientamenti sessuali, sia necessario avviare un processo costitutivo di base, partendo principalmente dal coinvolgimento delle persone ed integrando il prezioso lavoro che, sebbene nel loro piccolo, le associazioni GLBT hanno svolto nel tempo.

Io immagino la creazione di un soggetto pienamente democratico, a partecipazione diretta, a diffusione nazionale che sia riferimento per tutti i soggetti che desiderano partecipare al movimento (che per comodità chaimeremo glbt) e dialogare, attraverso di esso, con tutta la comunità di cui il soggetto è espressione.
Parto anche da una considerazione essenzialmente pratica: oggi nessuno degli esponenti delle associazioni separate e distinte può esprimersi a nome delle persone omosessuali, sia perché non ha nessuna forma di delega piena, sia perché al massimo può esprimere l’esigua porzione dei suoi associati, per non parlare del deficit di democrazia che nella pratica caratterizza proprio le associazioni a maggior numero di iscritti. Allora sarebbe importante che vi fossero localmente e a livello nazione, delle persone che abbiano invece una delega a rappresentare la comunità delle persone glbt e non semplicemente i soci di un’associazione locala, magari in conflitto con altre presenti sul territorio, che si delegittimano a vicenda depotenziando il potere negoziale a tutto discapito della comunità.

L’inizio – Comitato promotore e congresso

Il percorso dovrebbe partire con la creazione di un comitato promotore che lavori per disegnare la proposta da presentare ad un congresso in cui tutti coloro che son interessati possono partecipare. I lavori congressuali si dovrebbero concludere con un atto di fondazione e la scelta delle persone incaricate di portare avanti la prima serie di attività.

La prima tappa – Crescita e strategie

Alla fondazione, dovrebbe seguire un periodo dedicato alla crescita e al radicamento territoriale, durante il quale si dovrebbero instaurare un dibattito ampio sui valori, le esigenze e gli obiettivi da porsi. Un soggetto di questo tipo dovrebbe poter esprimere una visione della società, da contrapporre agli integralismi e ai “fascismi culturali” che costituiscono i principali impedimenti alla liberazione delle persone e al superamento degli steccati del moralismo ben pensante borghese e clericale.

Al termine di questa prima fase (circa un anno), si dovrebbe riuscire a formulare un piano strategico del movimento che traguardi un lungo periodo, con obiettivi ambiziosi di cambiamento sociale e a raggiungere una quota significativa di iscritti partecipanti, diciamo almeno 100.000 su tutto il territorio.

La seconda tappa – L’azione

Nella mia visione ideale, l’azione dovrebbe avere un piano politico nazionale e un piano locale declinato in modo coerente rispetto alle esigenze e alle realtà locali, pur mantenendo una perfetta coerenza complessiva.

Gli strumenti – WEB, WEB, WEB!

Soltanto le immense potenzialità di comunicazione, scambio e confronto che offre internet possono supportare un processo di questa natura. Le piattaforme di condivisione del lavoro, di costruzione del sapere e del confronto e di democrazia partecipativa on line divrebbero essere il fondamento per rendere i singoli in gardo di dare il massimo livello possibile, individualmente, di partecipazione.

Domande aperte

  1. Chi costituirebbe il comitato promotore ? Persone esterne alle attuali organizzazioni o persone già impegnate e che inevitabilmente porterebbero il loro contributo ma anche la loro visione precostituita?
    Il Comitato promotore, il cui scopo è solo quello di predisporre un primo progetto da sottoporre a dibattito (anche in più fasi) e a congresso proprio la natura del soggetto, i suoi fini e le sue modalità operative. Indubbiamente, dovrebbe essere aperto alla partecipazione dei soggetti interessati e nascerà per “contatto diretto”, ovvero attraverso i rapporti già esistenti fra coloro che condividono l’idea di massima. Sarà poi il comitato stesso ad avviare una prima fase di confronto con i partecipanti per valutare quali forme assumere. Ovviamente il contributo di personalità oggi lontane dal movimento e disinteressate alla vita delle associazioni, troverebbe in questo modo un ampio spazio di espressione, senza rinunciare al patrimonio di esperienza che le associazioni stesse poterbbero apportare.
  2. Il soggetto avrebbe colore politico?
    Pur essendo un movimento politico, tale soggetto rappresentativo e propositivo deve avere per sua stessa natura una neutralità di schieramento. Non certo nel senso che non debba esprimere giudizi politici, ma nel senso che deve essere aperto al dialogo con tutte le forze che richiedano con esso un confronto, oltre a porsi come promotore di iniziative nei confronti delle istituzioni sia a livello locale, che nazionale.
  3. (e questo esclude già l’ARCI da possibile punto di partenza) perchè i diritti personali non sono nè di destra nè di sinistra, ma di tutti

Aux armes, citoyens!

In questi giorni di fervore per la Francia che ha scelto i due candidati alle elezioni presidenziali (rischiamo di avere la prima donna presidente della repubblica proprio in Francia), un’incitazione come quella del titolo potrebbe suonare un po’ forte.

Ma non c’è di che preoccuparsi, dato che il mio titolo è solo un pretesto per chiacchierare sulla presenza delle persone nella società civile, o, più in generale, comunque fuori del proprio privato.

Dopo alcune riflessioni durate qualche mese e rifacendomi agli scritti di John Stuart Mill commentati da Paul Ginsborg in La democrazia che non c’è, mi sono costruito uno schema di riferimento che mi piace usare quando parlo dei problemi legati al coinvolgimento delle persone nella politica e dell’importanza e della forza dei comportamenti individuali.

In buona sostanza, nelle mie discussioni, io sostengo sempre che ogni cambiamento radicale e profondo non nasce da eventi “singolari”, spesso violenti o traumatici, ma dalla ripetizione di comportamenti individuali, che amplificandosi esercitano un potere di influenza impressionante sulla società. Si parla in questi casi dell’effetto massa critica: in base al quale non è necessario che il cambiamento avvenga nella maggioranza della popolazione, ma basta una soglia più bassa, capace di influenzare l’opinione comune, al di là del potere di condizionamento della propaganda e dell’informazione. Tanto più l’individuo è consapevole di questi comportamenti, maggiore sarà la forza del cambiamento indotto e il senso di appartenenza alla comunità nella quale il cambiamento o il comportamento trova compimento.

Ma, fra tutti quelli che una persona può sperimentare, quali possono essere i comportamenti o le classi di comportamenti effettivamente capaci di determinare conseguenze tangibili sulla società e quindi essere veicoli del suo cambiamento profondo? Ecco la mia lista, alla quale mi piacerebbe poter aggiungere o togliere in funzione dei contributi che arriveranno dalla discussione.

  1. Utilizzo del proprio reddito e altri comportamenti di tipo micro economico (risparmio, indebitamento, ecc.). Una delle più importanti classi di comportamento che il singolo può mettere in pratica, poiché da questa derivano conseguenze dirette ed immediate sul sistema economico e sociale. L’estrema “granularità” di questo aspetto, vista dal punto di vista del singolo, sembra totalmente priva di senso. Ma non c’è bisogno di sottolineare che un comportamento consapevolmente adottato e ripetuto da milioni di individui è in grado di provocare effetti immediati e spaventosi sul sistema economico. E’ pur vero che vi sono comportamenti più o meno obbligati, ma il grandissimo potere che hanno i singoli consumatori non è “agito”, sia perché non esistono validi strumenti di tutela giuridica (class action), sia perché il livello di consapevolezza è assai scarso (anche a causa della diffusa mancanza di accesso ad un’informazione degna di questo nome). Certo, non è solo con le grandi campagne di boicottaggio che si dimostra l’efficacia di questa impostazione. Basta fare riferimento a come il consumo sia fortemente condizionato dalla comunicazione pubblicitaria, che tende ad influenzare sia l’individuo, sia il contesto sociali in cui egli agisce. Quindi è importante fare, nel senso che nei nostri comportamenti economici dobbiamo trasferire le nostre convinzioni e mantenerli coerenti con esse.
  2. Accrescere il sapere e la cultura. La costruzione di una consapevolezza del proprio ruolo non può che nascere da una tensione costante e continua versa la conoscenza. Non importa essere esperti di un argomento o di un altro, non importa se il proprio sapere è stato coltivato in modo specialistico all’università o al liceo. Ciò che veramente conta è mantenere la volontà di muoversi verso un maggiore e migliore livello di cultura. E’ un circolo virtuoso: mano a mano che ci si espone a conoscenze più evolute o più approfondite e ci si lascia contagiare dalla curiosità per quello che si è appreso, non si può fare a meno di desiderare di più. E cercando cercando, scoprendo e confrontando, ci si accorgerà sempre di più che quello che si apprende e si conosce già è infinitamente piccolo rispetto a quanto servirebbe. Ma l’importante è impegnarsi di continuo per sapere di più, perché non farlo significherebbe rimanere indietro. Questo processo di apprendimento non è necessariamente legato ai tipici strumenti della conoscenza “accademica”. La nostra curiosità ci deve guidare. Per fare un esempio che mi è caro, “giocare” a farsi il pane in casa da soli, non richiede una conoscenza approfondita di microbiologia, ma è un’attività che sul piano dell’esperienza ci può dare tantissimo, soprattutto nel recupero di un rapporto più diretto con i fenomeni della natura.
  3. Partecipare alla vita sociale. Che significa partecipare alla vita sociale? Vuol dire uscire dal proprio privato non per divertirsi (sarebbe una scelta economica, una spesa qualunque), ma alla ricerca di persone alle quali ci potrebbero accomunare valori, interesse, atteggiamenti. Non si tratta di “fare politica” ma di essere partecipi, anche in piccola parte, del “sentire” sociale, del corpo sociale e dargli alimento anche attraverso il tempo, l’impegno e le intenzioni che in esso si profondono per dare corpo alle cose in cui si crede e ai valori che ci disegnano.
  4. Partecipare alla vita politica. La politica è un affare veramente complicato. Sono difficili i suoi meccanismi e i suoi mille intrecci con i diversi piani della realtà che coinvolge. Spesso confusa con il comportamento dei partiti e delle istituzioni, se ne dimentica il carattere che dovrebbe avere, teso alla composizione delle esigenze di tutti nell’interesse della società . La vita politica si esprime necessariamente nelle istituzioni, nel giornalismo, nell’informazione e nel funzionamento dei partiti. Solo conoscendo e partecipando a questi meccanismi si può dire di essere partecipi della vita politica. Purtroppo, spesso, le persone limitano la loro partecipazione alla politica al momento del voto, abdicando poi completamente ad ogni altra attività. Si pretende quindi che la politica faccia da sé, senza disturbarci più di tanto. Dimenticando che siamo tutti esseri umani e che la delega di potere può generare comportamenti non in linea con l’interesse collettivo. Si pone dunque la necesità che il singolo cittadino svolga un controllo attivo dell’operato delle istituzioni.
  5. Fare le proprie scelte affettive. E qui c’è poco da fare. Tutti noi, più o meno consapevolmente, ci esprimiamo nella società anche attraverso le nostre scelte affettive. Molti creano delle famiglie, nelle quali nascono, crescono e si formano gli individui che saranno la società del domani. Ma spesso, la famiglia diventa una trappola. Con la scusa che la famiglia è un impegno gravoso, diventa motivo per non fare: non vivere la politica, non vivere la società, non formarsi. Oppure, si preferisce ritagliare dal poco tempo che lascia degli spazi individuali di “recupero”. E’ giusto, ma sarebbe opportuno che in questi ambiti di recupero si trovasse il modo e la forza per non “abbandonare” il campo.

Queste sono le nostre armi, le leve del nostro potere individuale, usarle o meno dipende esclusivamente da noi. Usandole, non è detto che ci sentiremo più appagati, contenti o felici, ma sapremo di essere agenti attivi di cambiamento nella società. Non usandole, prenderemo la decisione più grave di tutte, quella che ci priva da dentro dei nostri diritti, la rinuncia.