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Eravamo partiti in due. Alla fine abbiamo scoperto che siamo almeno 3. Anzi 4. Parlo di me, ovviamente e su di me non spenderò una parola, dato che sono il padrone di casa (questa casa, non altre…). Ma parlo anche del carissimo Federico che era con me quella sera. E di “Q”, che ci stava la sera dopo. Ma anche di Andrea, che se l’è presa (amichevolmente) perché non lo abbiamo coinvolto.
Noi, che intrisi di valori repubblicani, democratici, di sinistra e di progresso, siamo andati a vedere dentro Casa Pound quello che tutti ci volevano insegnare senza sapere. Noi. Si proprio noi, perché io mi sento come Q e sono sicuro che anche Federico ed Andrea la pensano nello stesso modo. Leggo delle cose abominevoli su Q. Solo perché ha spento il televisore, ha chiuso il giornale e si è fatto quattro passi nella realtà. Su Indymedia Emilia Romagna lo stanno trattando come il più infame dei malfattori. E da domani, toccherà anche a me. E poi a quanti inavvertitamente ci esprimeranno qualche forma di solidarietà.
La ricerca di un dialogo personale, per metterci di fronte ai nostri stessi pregiudizi e confrontarci con chi pensavamo non solo lontano, ma “contro” è stata (e continua ad essere) una salutare immersione in un confronto acceso, ricco (per noi) di grandi spunti di riflessione.
Q (e quando dico Q ormai sta per Noi Quattro) è vittima di un linciaggio cieco e della più totale assenza di volontà di ragionare. Potenza dei simboli, una proprietà transitiva: parli con un ragazzo di Casa Pound? Ebbene, in un amen, sei un neofascista. Non importa chi sei, cosa hai fatto, cosa hai scritto e detto. Per cosa ti sei impegnato. Come la santità che promana dalle reliquie, sei “contagiato”, non hai appello: non sei più “dei nostri” pur non essendo mai stato “dei loro”.
Comunismo e fascismo, nazismo e socialismo reale sono tutti una faccia diversa di un totalitarismo assassino e liberticida. Il fine non giustifica il mezzo. La libertà e la felicità non si impongono con l’economia, con la violenza o con le armi, con le purghe o le esecuzioni. Sono prima dentro di noi e poi diventano patrimonio comune di civiltà, se trovano lo spazio attraverso la lotta contro chi opprime e l’accordo ed il consenso degli altri: nessuno ha il diritto di imporre a nessun altro le proprie regole, i propri stili di vita in ragione di una presunta superiorità morale.
Cercare di comprendere, attraverso la conoscenza diretta, senza la mediazione di nessuno è la strada per una consapevolezza piena e computa. Chi si incammina su quella strada dovrebbe essere considerato un “cercatore” e non un “traditore”. O almeno così dovrebbe essere se chi ci giudica fosse onesto intellettualmente.
Sentire che cos’hanno da dire coloro che in molti casi come noi, non hanno accesso ai media è un esercizio democratico e politico scevro da ideologie, ma pieno di civiltà. Parlare con le ragazze ed i ragazzi di Casa Pound e delle altre aree della destra sociale non mi rende uguale a loro. Non mi sento contagiato (da che poi?) e non mi sento di tradire nessuno. Se non lo facessi davanti all’opportunità, allora si sarei un traditore, perché tradirei la mia fiducia nella ragione e diverrei schiavo del pregiudizio.
Ero, sono e resto convintamente un uomo di sinistra, non più comunista. E neanche più anti-qualcosa. Ho già consegnato l’essere ANTI-qualcosa al mio passato. E preferisco essere PER-qualcosa. E non ho paura a sentire che cos’hanno da dire quelli che la pensano in modo diverso da me e che non mi giudicano per le mie idee, come invece fanno coloro che oggi stanno “linciando” Q e quindi anche me.
Ero, sono e sempre più sarò una persona che, pur conoscendone tutti i limiti e i difetti, crede ancora che la democrazia sia il sistema più adatto per consentire a tutti di avere le stesse opportunità (ovviamente non il simulacro di questa democrazia pret-à-porter, uno straccio colorato addosso a un organismo corrotto che ci fa schiavi di media arrivisti). Una persona che ha fiducia nel futuro e combatte per dare più diritti, togliere steccati e diradare le nebbie degli incensi. Una persona che ritiene che il potere politico è a servizio della nazione e non degli interessi di capi di aziende, di latifondisti dell’ideologia, di emittenze ed eminenze, di capitalismi più o meno turbolenti e globali. E che pensa che gli avversari politici non si eliminano perché si oppongono ai miei progetti, ma si vincono conquistando il consenso e non denigrandone il pensiero, le idee o la vita privata.
Non c’è possibilità che il mio dialogare con certe aree politiche le “sdogani”: il mio potere mediatico è infinitesimo e le conseguenze delle mie conversazioni sono per lo più irrilevanti. L’unico vero effetto che hanno lo hanno su di me e costituiscono una forma del mio personale antidoto contro il pensiero unico. Quelle aree che cerco di conoscere sono marginalizzate in uno spazio che, non potendo essere controllato (a destra come a sinistra, si badi) viene semplicemente ESPUNTO. E allora io me lo vado a cercare per sapere.
E questo non fa certo di me un complice o financo un sostenitore degli assassini di Giacomo Matteotti.

