A chi si sente a sinistra

26 05 2009

La stavo per scrivere io e invece Fabio Mussi mi ha preceduto. Allora mi sono detto che forse non se la sarebbe presa se l’avessi usata per ricalcare qualche concetto un po’ sospeso. Ecco dunque la mia lettera a chi sta a sinistra, liberamente ispirata da Fabio Mussi.

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Mi rivolgo a chi sente di essere elettrice o elettore di sinistra. In particolare a chi ha avuto fiducia nel progetto del PD, lo ha votato e contribuito all’archiviazione del caso “Veltroni” (perduta Roma e schiaffeggiati alle politiche, con extraparlamentarizzazione di tutto ciò che è a sinistra del PD) e poi oggi dice che non voterà, perché non crede nel progetto di Sinistra e Libertà. Potrebbe anche aver ragione, considerando che la fiducia accordata al PD si è trasformata in un flop epocale. Però, male che vada, dando fiducia a Sinistra e Libertà danni non se ne fanno. Anzi.

Sinistra e Libertà è formata da forze che fanno riferimento ai grandi gruppi della sinistra presenti nel Parlamento europeo, socialista, verde, della “gauche unitaire”. Forze che hanno contribuito a fare dell’Europa una grande Unione di Stati, che avrà un futuro ancora in parte da disegnare, ma certamente fatto di unità, sviluppo, benessere e sicurezza. Nel senso che a queste parole si dà in Europa, non certo in Italia.

Sinistra e Libertà non è lontana dalla soglia di sbarramento del 4%. Uno sbarramento introdotto alla vigilia del voto, con il consenso convinto e spietato del PD. A Sinistra e Libertà serve ancora un po’ di aiuto per raggiungere e superare quella maledetta soglia. Significherebbe portare in Europa pochi parlamentari, forse due, forse tre. Grazie a loro, sarebbe più facile per Sinistra e Libertà procedere spedita nella costruzione di un nuovo partito di sinistra di governo. Ma certamente cambierebbe la politica italiana, dominata da un Silvio Berlusconi indiscusso protagonista di una rapida regressione democratica e della costruzione di un regime autoritario di tipo post fascista.

Votare Sinistra e Libertà significa far tornare nelle massime istituzioni (oggi europee domani italiane) le forze politiche che di sé dicono, convinte e senza distinguo: “Io sono di sinistra”. Parole scippate ai tanti cittadini che ancora credono alla necessità di avere e promuovere idee che mettono al centro il valore della persona, il suo lavoro, i suoi affetti  e la sua partecipazione come ambiti di realizzazione personale e collettiva, il rispetto per la natura, l’amore per la giustizia e la libertà.

Votare Sinistra e Libertà, significa dunque  riaprire la prospettiva di una coalizione di centrosinistra che non può esistere finché il Partito Democrativo ritiene di essere autosufficiente e che più di noi ha bisogno di aiuto. Sempre irresoluto. Sulla cacciata dei migranti dal mare nel deserto del Sahara e sull’indecenza delle ronde; sul testamento biologico, o le coppie di fatto, o la procreazione assistita o la ricerca sulle staminali; sul nucleare o sul “modello contrattuale” di Sacconi e Brunetta, che esclude d’imperio la Cgil; sul Referendum elettorale e sulla giustizia in stile Silvio Alfano… Oggi indicato, giustamente, come demolitore della democrazia e promotore di leggi razziali, ma ieri nominato come “leader dello schieramento a noi avverso”, “avversario” e non “nemico”, l’uomo con cui promuovere il “dialogo” in vista di una “legislatura costituente”. Un partito perduto nell’illusione di una legislatura costituente, che non si rende conto della responsabilità che ha, visto che la legislatura sarà costituente di una non democrazia cucita addosso all’enorme potere personale dell’attuale capo del governo.

Ecco perché è importante dare un segnale e svoltare a sinistra, far tornare la bilancia a pendere dalla parte che noi pensiamo giusta e dunque votare Sinistra e Libertà, la Nuova Sinistra Italiana.





Quella strana voglia di democrazia

15 12 2008

(Editoriale pubblicato su SD Nazionale)

Non ce l’ho fatta ad essere all’Ambra Jovinelli, il solito malanno di stagione che ti colpisce nel momento meno opportuno, proprio al vertice degli impegni seguiti con tanta cura e passione ha vinto e mi ha tenuto a casa. Ma ho seguito i lavori sul sito, che sta finalmente prendendo decisamente la piega di un accogliente punto di ingresso per il nuovo mondo che a sinistra stiamo faticosamente cercando di immaginare, sperando di poterlo un giorno costruire. Un sito che diventa sempre più “servizio” e perde la sua veste di “voce istituzionale”, per lasciare spazio al dibattito, alla presentazione di tanti punti di vista su tanti aspetti della realtà, rispecchiando esattamente Sinistra Democratica: un movimento politico in cammino. Con tutte le sue contraddizioni, i suoi immancabili attriti e con gli inevitabili conflitti che sono generazionali e culturali.
L’emozionante formula scelta per dare voce ai mille pilastri del nostro movimento è stata un’esperienza forte, guidata dal genio di Moni Ovadia, che Sinistra Democratica non ringrazierà mai abbastanza per il suo impegno. Un’esperienza che ha rivelato a tutti quello che dalle nostre parti militanti e simpatizzanti hanno già detto a gran voce in passato e continuano a dire, ribadendolo in modo convinto e appassionato: noi CI SIAMO, la BASE c’è, che si faccia quello che è inevitabile fare. Che si fondi il partito, che si faccia la sua “Costituente Programmatica”, come punto di sintesi delle idee, delle proposte e delle istanze della base. Ma che si faccia ORA e con chi VUOLE ESSERCI: basta indugi, basta incomprensibili silenzi, basta complicità ammiccanti, basta PERDERE TEMPO.
E’ singolare come alcuni dei leader che più si sono impegnati in questo progetto rimangano attoniti e titubanti di fronte alla potenza di questa passione. Verrebbe da chiedersi se riescono a percepire quanto DOLOROSI siano attendismo e incertezza attraverso i quali si disperde l’energia preziosissima che i militanti continuano, nonostante tutto e incessantemente a profondere. E si vorrebbe ascoltare l’unica risposta plausibile, razionale e coraggiosa che si dovrebbe dare: stanno costruendo il nuovo partito. Ma è evidente che così non è: se così fosse, le voci che si sono levate ieri per scandire “Partito! Partito!” non ci sarebbero state. Esse hanno dunque evidenziato un deficit di ascolto che deve essere rapidamente sanato e recuperato. Se è vero che c’è tutta questa voglia di fare, che cosa sta succedendo? L’energia e l’impegno dei militanti trova riscontro e rappresentanza nei gradini che conducono dal più piccolo circolo alle sedi nazionali?
Non mi so dare una risposta valida a tutti i livelli. Ma ho paura dello stesso interrogativo che ho sollevato, con l’idea che sia proprio lo spettro che ci perseguita: al di là delle forme e delle procedure, noi che ci chiamiamo Sinistra Democratica, siamo capaci di interpretare il senso e l’essenza stessa della democrazia all’interno del nostro movimento? Siamo capaci di aprirci all’ascolto e al dialogo, pronti a fare della volontà degli altri un mandato politico interpretato con convinzione, trasparenza e fedeltà?

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MiserCard: Da cittadini a sudditi, da governo a sovrano

11 12 2008
La MiserCard di Sinistra Democratica

La MiserCard di Sinistra Democratica

Per leggere altri contributi sul tema: Sandro del Fattore, Paolo de Nardis.

Scarica e diffondi la MiserCard in pdf.

Scarica e diffondi il volantino in pdf.

Quaranta euro al mese per chi ha davvero poco sono comunque un piccolo sollievo e nessuno di noi pensa il contrario.  Ma quaranta euro possono essere un diritto o una carità. Ecco Berlusconi e Tremonti hanno deciso che da bravi e misericordiosi sovrani, anche assai paternalisti, in periodo di crisi profonda come quella che sta squassando l’Italia, l’Europa,

La MiserCard di Sinistra Democratica

La MiserCard di Sinistra Democratica

il mondo fosse giusto elargire una piccola carità ai più bisognosi tra i  bisognosi.
Esattamente  questo è il punto. Ciò che noi proprio non condividiamo dell’operazione social card è l’idea caritativa che vi è dietro, se quei  40 euro fossero un diritto si sarebbero elargiti con la pensione, e l’effetto discriminatorio che produce.  Chi la otterrà avrà contemporaneamente “vinto” anche  la patente di poverissimo.
Non è così che uno stato moderno, un governo democratico affrontano la crisi. E quelle migliaia di uomini e donne precari nel lavoro e nella vita a cui non verrà rinnovato il contratto a quale santo potranno far ricorso? E quelle centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori per i quali si paventa un futuro di cassa integrazione e di disoccupazione in quale santuario potranno supplicare misericordia?
No, proprio non ci siamo.  Sono altre le misure di politica economica che andrebbero adottate per rendere salari stipendi e pensioni più adeguati, magari recuperando risorse dalla defiscalizzazione degli straordinari in un epoca in cui il lavoro manca, certo non è sovrabbondante, per restituire il fiscal drag o magari defiscalizzare le tredicesime. Sono altri gli interventi welfare che andrebbero approntati magari destinando fondi consistenti agli ammortizzatori sociali da estendere anche ai lavoratori precari. E altro ancora un “buon governo”  potrebbe mettere in campo.
Ma quello Berlusconi non è un buon governo.
Per questo noi saremo nelle tante piazze italiane al fianco della Cgil il prossimo 12 dicembre.
Per questo terremo in tasca la “Miser Card” per dire forte e chiaro che vogliamo diritti e non carità, che vogliamo politiche e non elemosine, che siamo cittadine e cittadini e non sudditi e non accettiamo discriminazioni.

Scarica e diffondi la card
Scarica e diffondi  il volantino


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60° Anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti Umani

10 12 2008
L’Italia del 1948 firmò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Anche se la piena applicazione dei diritti è un compito delle istituzioni, ciascuno di noi, ogni giorno, in ogni situazione può dare il suo piccolo, individuale, quotidiano contributo, mettendo in risalto i casi e le storie in cui i diritti sono applicati in modo esemplare oppure denunciando le violazioni a cui assiste segnalandole alle autorità.

A cura di Cesare Cagnetta, Diego De Angelis, Luca De Marchis e Andrea Landi

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Narcisismo politico – 1

25 11 2008

Dopo essere personalmente ed individualmente intervenuto sugli esponenti della minoranza vendoliana di Rifondazione Comunista per bloccare ogni tentativo di nascita della Costituente per la Sinistra, Fausto Bertinotti emerge dall’oblio nel quale sembrava aver deciso di essersi confinato, sparigliando a sinistra e rendento nota in 15 tesi la sua personale visione del futuro della sinistra e delle linee politiche secondo le quali questa dovrebbe muoversi.

Al di là dell’analisi e del contenuto programmatico di questo documento, dispiace constatare almeno due elementi, che segnano inevitabilmente questo passaggio:

  1. Fausto Bertinotti è stato il protagonisca di una sconfitta storica che ha condannato senza appello un certo modo di fare politica e le alchimie elettorali e di alleanza che, se ancora qualcuno avesse dei dubbi, non sono gradite agli elettori e non sono quindi ulteriormente riproponibili, come sembrano invece voler fare proprio coloro che fino a ieri sembravano definitivamente incamminati sulla strada della Costituente della sinistra.
  2. Le tesi bertinottiane sono l’ennesimo esercizio di politica dall’alto: emergono dal nulla senza essere state sottoposte ad un dibattito pubblico, ma -e questo è assai peggio- fanno chiaramente intendere che sono il frutto di un lavoro che non ha cercato nessuna partecipazione dalla base. Ovvero l’esatto contrario che il progetto di Costituente per la Sinistra avrebbe voluto realizzare

In alcune discussioni sul contenuto delle 15 tesi, ascoltate senza partecipare, ho avvertito, anche dai miei compagni di partito una certa accondiscendenza: tutto sommato le cose che dice Bertinotti sono condivisibili, tranne una che è un punto dirimente, ovvero la chiusura preventiva ad ogni forma di alleanza con il Partito Democratico.

Ma i miei lettori sanno che io non mi accontento delle letture e delle opinioni degli altri; anche se ho stima dei miei compagni e dei miei amici, preferisco vedere, capire e prendere le mie posizioni, anche pronto a rimetterle in discussione. Ed ecco che dopo la lettura del lungo testo di Bertinotti, sono pronto a dire la mia, promettendo di “frammentare” il discorso in più post…

1. Prospettiva

Sono proprio le prime parole che disegnano una lontananza epocale fra il mio modo di vedere la politica e quello di Bertinotti. Secondo lui la sinistra è stata cancellata e deve rinascere. Io penso che abbia completamente sbagliato la prospettiva dell’analisi. La sinistra in Italia c’è, c’è un elettorato di riferimento, c’è l’esigenza diffusa di rendere espliciti contenuti, valori e formule. Quel che davvero manca è la capacità di quella che fu la classe dirigente di sinistra di sentirsi veramente e profondamente espressione del suo elettorato. L’affermazione di Bertinotti, implica che nella sua visione la sinistra non c’è perché non ha rappresentanti parlamentari, volutamente dimenticando che i partiti esistono sul territorio e poi in Parlamento, luogo di naturale approdo della rappresentanza politica, e non il contrario, a meno di non chiamarsi Silvio. E questo è il limite, l’errore di prospettiva che vizia tutto il ragionamento, facendo intendere chiaramente che c’è ancora qualcuno che pensa poter continuare a fa ‘o gallo ‘ncopp’a munnezza, ovvero a cercare di imporre la sua visione, senza confronto democratico, senza possibilità di dibattere. Insomma la prospettiva che ha portato alla sconfitta storica della sinistra, non è ancora tramontata e farà ancora morti e devastazioni. Tanto per cominciare, ha “strangolato” il neonato progetto della Costituente della sinistra, sacrificandolo alle logiche del cartello elettorale, proposta che è stata e sarà nuovamente bocciata dagli elettori della sinistra.

2. Analisi, ma mai proposte concrete

In più passi del discorso in cui si articolano le 15 tesi sembra di capire che a un certo punto arriverà l’idea, la proposta capace di far capire perché sinistra sarebbe meglio di destra. Ma la delusione è continua, quasi scontata. Scontata almeno quanto la critica di un costesto che sembra “alieno”, ma invece è quello con il quale si fanno i conti ogni giorno. Invocare un mitico “intervento pubblico  in economia” non convince, non può convincere. Tutti conosciamo lo sfacelo generato dagli interventi pubblici in economia che sono stati alla base di un sistema di clientele più simile ad una mafia pubblica che al serio tentativo di bilanciare le spinte economiche private a favore di un più saggio ed equo impiego della ricchezza prodotta a beneficio di molti piuttosto che di pochi (si badi che non a caso “impiego” è diverso da “redistribuito”).
Riproporre l’incardinamento dell’analisi marxiana come fulcro della lettura dell’economia, della politica e della società, equivale a rimanere ancorati ad una visione classista e settaria, dalla quale non si fa il minimo sforzo per allontanarsi, nonostante il continuo richiamo e l’evidente esigenza di costruire una sinistra europea, nonché nuove prospettive che tengano conto di contesti radicalmente cambiati, non leggibili con le lenti offuscate di teorie secolari, peraltro già fallite alla prova dei fatti.

[continua]