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Domande su dio (con la minuscola)

Il 27 gennaio, giorno della memoria, sono intervenuto come moderatore in un’iniziativa intitolata Cuore Sacro: comunità lgbtqi e spiritualità, organizzata da We have a dream e Nuova proposta. Dal dibattito con il pubblico sono venute fuori alcune domande (per opera di Mauro Cioffari… noto domandatore seriale) su dio.

Ecco, fra il serio ed il faceto, le mie risposte (le domande sono sintetizzate, se Mauro le scrive le correggo!):

  1. Dio esiste?
    O si, certo. E’ femmina e si fa un sacco di risate dondolando la testa e domandandosi se ne era proprio necessario…
  2. E’ immanente o trascendente? (ovvero è fra noi o no)
    Si guarda bene dal farsi vedere troppo in giro, avendo capito che siamo piuttosto pericolosi; l’ultima volta che ha mandato il figlio in avanscoperta (padre degenere…) glielo abbiamo seccato sulla croce e ci deve essere rimasto parecchio scottato.
  3. Esiste l’anima e dove finisce quando muoriamo?
    Qualunque cosa sia, torna da dove è venuta.
  4. Le grandi religioni pretendono tutte di avere l’unica verità. Ma esiste una verità assoluta?
    Le religioni sono delle fregature pazzesche

comunità GLBTQI e spiritualità

Italiani, brava gente?

Un manifesto simbolo dell\'Unione EuropeaEurobarometer ha pubblicato un interessante sondaggio intitolato Discrimination in the European Union: Perceptions, Experiences and Attitudes, condotto fra febbraio e marzo di questo incandescente 2008 e dedicato a scoprire l’atteggiamento degli europei rispetto al problema delle discriminazioni.

Partiamo dalle conclusioni e poi soffermiamoci su qualche aspetto particolarmente rilevante.

Un’ampia porzione dei cittadini europei ritiene che la discriminazione sia molto diffusa in Europa: il 62% per ragioni etniche, il 51% per orientamento sessuale, il 45% per disabilità, il 42% per via dell’età e per ragioni religiose ed infine iil 36% per motivi di genere.
Le discriminazioni tendono ad essere viste come un fenomeno in declino, sebbene non rapidamente.

Nel merito delle forme di discriminazione individuale:

  • è diminuita di 7 punti percentuali la percezione della diffusione della discriminazione basata sulla disabilità (rispetto alla precedente indagine del 2006).
  • Come già nel 2006, le origini etniche sono percepite come la più diffusa fonte di discriminazione.

Rispetto all’atteggiamento verso le minoranze nell’ambito delle proprie relazioni private, emerge che gli europei non hanno particolari difficoltà a pensare che membri di tali minoranze possano essere loro vicini di casa. All’idea di avere un vicino di etnia Rom, però, si registra un atteggiamento diverso:un quarto degli europei non si sentirebbe affatto a suo agio con lui, contro una percentuale del 6% riferita a cittadini di altre etnie.

Rispetto al gap fra discriminazione effettiva e sua percezione, l’indagine individua interessanti parametri: il 15% ha dichiarato di essere stato oggetto di forme di discriminazione nei 12 mesi precedenti, nella maggior parte dei casi per ragioni di età (6%). Il 29% dichiara di essere stato testimone di discriminazioni avvenute nei confronti di qualcuno nello stesso periodo.

L’indagine ha permesso di evidenziare, inoltre, il fenomeno delle discriminazioni multiple, in cui una stessa persona è oggetto di discriminazioni per cause diverse, anche in occassioni diverse. Si tratta di un fenomeno rilevante con un 3% di soggetti che hanno ne sono stati vittime nell’ultimo anno (contro un 12% che ha subito discriminazioni solo per una causa). Il pubblico, ritiene questo fenomeno abbastanza diffuso (37%) così come quello delle discriminazioni su base singola.

Sul tema dell’impegno a combattere le discriminazioni, l’indagine evidenza che i cittadini lo ritengono generalmente sufficiente (quasi il 50%), salvo alcune eccezioni per alcune nazioni. L’altra metà ritiene che si dovrebbe fare di più, in particolare per favorire una maggiore conoscenza dei diritti che hanno i cittadini: solo il 33% dichiara di averla. E rispetto a questo tema, non si è rilevato alcun significativo miglioramento rispetto alla rilevazione del 2006.

In particolare, con riguardo al tema del lavoro, si evidenzia una particolare attenzione alle misure per garantire le pari opportunità, rispetto alle diverse fonti di discriminazione.

E veniamo ai dati sull’Italia.

Gli italiani sono molto sensibili alle discriminazioni, tant’è che rispetto alla media dei concittadini europei ritengono siano sistematicamente più diffuse. Questa è la graduatoria delle discriminazioni secondo gli italiani:

  • origine etnica 76% (media UE 62%);
  • orientamento sessuale 72% (media UE 51%);
  • disabilità 56% (media UE 45%);
  • religione o credo 55% (media UE 42%);
  • genere 49% (media UE 36%);
  • età 45% (media UE 42%);
  • discriminazioni multiple 49% (media UE 37%).

Conseguentemente, gli italiani ritengono che si dovrebbe fare di più per combattere le discriminazioni e per dare ai cittadini la possibilità di conoscere meglio i loro diritti.

Accanto a questa maggiore sensibilità, risulta anche chegli italiani sono meno aperti della media europea nei confronti delle minoranze, in particolare nei confronti di persone di religione o di etnia diversa.

Su una scala da 1 (masssimo disagio) a 10 (nessun disagio), esprimono un 6,6 rispetto a vicini di diversa origine etnica (in buona compagnia di cechi e austriaci) e addirittura un 4, se il vicino fosse Rom (con una cospicua maggioranza, peraltro).

Rispetto alle disabilità, pur evidenziando un tasso di gradimento elevato (8,2), risultiamo comunque sempre nella parte più bassa della classifica.

Rispetto ad un vicino omosessuale, ad un vicino che abbia meno di 30 anni, o ad una donna in politica, dimostriamo di essere abbastanza moderni e ci collochiamo a mezza classifica, o comunque vicini alla media europea.

Ripiombiamo in basso quando si parla di religione, con un 7,2.

Paolo Flores d’Arcais scrive a Napolitano

Paolo Flores d’Arcais ha scritto una lettera aperta al Presidente Napolitano (pubblicata il 20 gennaio su “Liberazione”), suggerendogli che sarebbe stato maggiormente opportuno chiedere scusa a Cini, piuttosto che al papa.

Caro Presidente,
tempo fa, dovendo scriverti per invitarti ad una iniziativa di MicroMega, chiesi tramite il tuo addetto stampa se dovevo continuare ad usare il “tu” della consuetudine precedente la tua elezione, o se era più consono che usassi il “lei”, per rispetto alla carica istituzionale. Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti sapere che preferivi che continuassi a scriverti con il “tu”, è in questo modo che mi rivolgo a te in questa lettera aperta, tanto più che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia inzuccherare la critica con la deferenza del “lei”.

Il mio dissenso, ma si tratta piuttosto di stupore e di amarezza, riguarda la lettera di scuse che in qualità di Presidente, dunque di rappresentante dell’unità della nazione, hai inviato al Sommo Pontefice per l’intolleranza di cui sarebbe stato vittima. E’ verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe addirittura impedito al Papa di parlare nell’aula magna della Sapienza, anzi perfino di muoversi liberamente nella sua città, hanno vociato e scritto tutti i media, spesso con toni parossistici.

Ma è altrettanto vero che di tali azioni non c’è traccia alcuna nei fatti. La modesta verità dei fatti è che il magnifico rettore (senza consultare preventivamente il senato accademico, ma mettendolo di fronte al fatto compiuto, come riconosciuto dallo stesso ex-portavoce della Santa Sede Navarro-Vals in un articolo su Repubblica) ha invitato il Papa come ospite unico in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico (a cui partecipano in nome della Repubblica italiana il ministro dell’università e il sindaco di Roma), e che, avutane notizia dalla agenzia Apcom il professor Marcello Cini (già dallo scorso novembre) e alcune decine di suoi colleghi (più di recente) hanno espresso per lettera al rettore un loro civilissimo dissenso.

Quanto agli studenti, nell’approssimarsi della visita alcuni di loro hanno espresso l’intenzione di manifestare in modo assolutamente pacifico un analogo dissenso, nella forma di ironici happening.

Il rettore Guarini ha comunque rinnovato al Papa l’invito, e tanto il Presidente del Consiglio Romano Prodi quanto il ministro degli Interni Giuliano Amato hanno esplicitamente escluso che si profilasse il benché minimo problema di ordine pubblico (malgrado la campagna allarmistica montata dal quotidiano dei vescovi italiani, “L’Avvenire”, rispetto a cui le dichiarazioni di Prodi e Amato suonavano esplicita smentita). Nulla, insomma, impediva a Joseph Ratzinger di recarsi alla Sapienza e pronunciare nell’aula magna la sua allocuzione.

Di pronunciare, sia detto en passant e per amore di verità, il suo monologo, visto che nessun altro ospite contraddittore o “discussant” era previsto, e un monolo-go resta a tutt’oggi nella lingua italiana l’opposto di un dialogo, checchè ne abbia mentito l’unanime coro mediatico-politico (che di rifiuto laicista del dialogo continua a parlare), a meno di non ritenere che tale opposizione, presente ancora in tutti i dizionari in uso nelle scuole, sia il frutto avvelenato del già stigmatizzato complotto laicista.

Tutto dunque lasciava prevedere che la giornata si sarebbe svolta così: mentre Benedetto XVI pronunciava il suo monologo nell’aula magna, tra il plauso deferente dei presenti (e in primo luogo del ministro Mussi e del sindaco Veltroni), ad alcune centinaia di metri di distanza alcuni professori di fisica avrebbero tenuto un dibattito sui rapporti tra scienza e fede esprimendo opinioni decisamen-te diverse da quelle del regnante Pontefice, e ad altrettanta debita distanza qualche centinaio di studenti avrebbe innalzato cartelli di protesta e maschere ironiche. Ironia che può piacere o infastidire, esattamente come le vignette contro il profeta Maometto, ma che costituisce irrinunciabile conquista liberale.

Dove sta, in tutto ciò, l’intolleranza? E addirittura la prevaricazione con cui si sarebbe messo al Papa la mordacchia (secondo l’happening inscenato in aula magna dagli studenti di Comunione e liberazione)?

A me sembra che intolleranza – vera e anzi inaudita – sarebbe stato vietare ad un gruppo di docenti di discutere in termini sgraditi ai dogmi di Santa Romana Chiesa, e ad un gruppo di studenti di manifestare pacificamente le loro opinioni, ancorché in forme satiricamente irridenti. Se anzi di tali divieti si fosse solo fatto accenno da parte di qualche autorità, credo che un numero altissimo di cittadini si sarebbe sentito in dovere di rivolgersi a te quale custode della Costituzione, con toni di angosciata preoccupazione per libertà fondamentali messe così platealmente a repentaglio. Ma, per fortuna (della nostra democrazia), nessun ac-cenno del genere è stato fatto.

Il Sommo Pontefice non era di fronte ad alcun impedimento, dunque. Ha scelto di non partecipare perché evidentemente non tollerava che, pur avendo garanzia di poter pronunciare quale ospite unico il suo monologo in aula magna, nel resto della città universitaria fossero consentite voci di dissenso, anziché risuo-nare un plauso unanime.

Non è, questa, una mia malevola interpretazione, visto che sono proprio gli ambienti vaticani ad aver riferito che il Papa preferiva rinunciare a recarsi in visita presso una “famiglia divisa” (cioè il mondo accademico e studentesco della Universitas studiorum, la cui quintessenza istituzionale è però proprio il pluralismo delle opinioni). Ma pretendere quale conditio sine qua non per la propria partecipazione un plauso unanime non mi sembra indice di propensione al dialogo bensì, piuttosto, di vocazione totalitaria.

Non vedo dunque per quale ragione tu abbia ritenuto indispensabile, a nome di tutta la nazione di cui rappresenti l’unità, porgere al Papa quelle solenni scuse. Che ovviamente, data la tua autorità, hanno fatto il giro del mondo. Se c’è qualcuno che aveva diritto a delle scuse, semmai, è il gruppo di illustri docenti, tutti nomi di riconosciuta statura internazionale nel mondo scientifico, e che tengono alto il prestigio italiano nel mondo, a contrappeso dell’immagine di “mondezza” e politica corrotta ormai prevalente all’estero per quanto riguarda il nostro paese. Questi studiosi sono stati infatti accusati di fatti mai avvenuti, e insolentiti con tutte le ingiurie possibili (“cretini” è stato il termine più gentile usato dai maestri di tolleranza [Cacciari, ndD] che si sono scagliati contro il diritto di critica di questi studiosi).

Né si può passare sotto silenzio il contesto in cui il monologo di Benedetto XVI si sarebbe svolto, contesto caratterizzato da due aggressive campagne scatenate dalle sue gerarchie cattoliche. Trascuriamo pure la prima, cioè i rinnovati e sistematici attacchi al cuore della scienza contemporanea, l’evoluzionismo darwiniano (bollato di “scientificità non provata” da un recente volume ratzingeriano uscito in Germania), benché il rifiuto della scienza non sia cosa irrilevante per chi dovrebbe aprire l’anno accademico della più importante università del paese.

Infinitamente più grave mi sembra la seconda, la qualifica di assassine scagliata dal Papa e dalle sue gerarchie, in un crescendo di veemenza e fanatismo, contro le donne che dolorosamente abbiano scelto di abortire. Questo sì dovrebbe risultare intollerabile. Se un gruppo di scienziati accusasse Papa Ratzinger, o solo an-che il cardinal Ruini, il cardinal Bertone, il cardinal Bagnasco, di essere degli assassini, altro che lettere di scuse!

E perché mai, invece, ciascuno di loro può consentirsi di calunniare come assas-sina, nel silenzio complice dei media e delle istituzioni, ogni donna che abbia deciso di utilizzare una legge dello Stato confermata da un referendum popolare?

Se vogliono rivolgersi alle donne del loro gregge ricordando che l’aborto, anche un giorno dopo il concepimento, è un peccato mortale, e che quindi andranno all’inferno, facciano pure, proprio in base a quel “libera Chiesa in libero Stato” che il Risorgimento liberale e moderato di Cavour ci ha lasciato in eredità. Ma diffamare come assassine cittadine italiane che nessun reato hanno commesso è una enormità che non può essere passata sotto silenzio, e non sono certo il solo ad essermi domandato con amarezza perché, in quanto custode dell’unità della nazione e dunque anche delle sue radici risorgimentali, tu non abbia fatto risuonare la protesta dello Stato repubblicano.

La canea di accuse e di menzogne di questi giorni mi ha portato irresistibilmente alla memoria una piccola esperienza di oltre quarant’anni fa, nel 1966, quando – giovane universitario iscritto al Partito comunista da meno di tre anni – vissi incredulo l’esperienza di un congresso (l’XI, se non ricordo male) di un Partito che si vantava di essere sostanzialmente più libero e democratico degli altri (per questo, del resto, vi ero entrato, come milioni di italiani), in cui Pietro Ingrao, per aver moderatissimamente avanzato l’idea di un “diritto al dissenso” fu investito da una esondazione di critiche e vituperi, compresa l’accusa di essere proprio lui un intollerante!

Con una differenza sostanziale e preoccupante: che allora tale capovolgimento della realtà, versione soft ma non indolore dell’incubo orwelliano, riguardava solo un partito. Oggi investe l’intero paese, la sua intera classe politica, la quasi totalità dei suoi mass-media.

Ecco perché spero che tu voglia prestare attenzione anche all’angosciata preoccupazione di quei segmenti laici (o laicisti, come preferisce la polemica corrente) del paese, non so se maggioritari o minoritari (ma la democrazia liberale, a cui ci hai più volte richiamato, è garanzia di parola e ascolto anche per il dissenso più sparuto, fino al singolo dissidente), che ormai vengono emarginati o addirittura cancellati dalla televisione, cioè dallo strumento dominante dell’informazione, e il cui diritto alla libertà d’opinione viene di conseguenza vanificato, mentre ogni tesi oscurantista può dilagare e spadroneggiare.

Con stima, con speranza, con affetto, credimi,
tuo Paolo Flores d’Arcais.