Archivi tag: partito democratico

La differenza fra “dare le carte” e “fare il mazzo”

È da ieri che parecchia gente non ha chiaro quel che è successo e quel che accadrà.
Si chiama cambiamento e il cambiamento fa sempre paura.
È cambiata la geografia politica del Paese e l’Italia si sta muovendo.
Si sta destando.
Dobbiamo a Beppe Grillo e al suo movimento fatto di passione ed impegno civile (alle volte un po’ squinternato, ma va bene così, non è la perfezione che vogliamo) il tributo di aver scosso dalle fondamenta l’edificio della politica. Adesso dobbiamo solo sperare che alla “sveglia”, segua il “risveglio”.
PD e SEL sono chiamati a fare passi importanti. Devono procedere con la massima celerità a rimettersi profondamente in discussione e ad agevolare e sostenere con la loro competenza e la loro storia il nuovo flusso di energia che animerà il Parlamento e molti consigli locali.
Anche al Movimento 5 Stelle è d’altronde richiesto un cambiamento profondo. Passata la sbornia della campagna e della vittoria, in cui le parole forti e gli slogan vanno bene, adesso si deve confrontare con la realtà. Da movimento di “destrutturatori” oggi è chiamato ad essere co-protagonista, lungimirante, creativo e anche responsabile. Oppure può stare affacciato alla finestra con il suo 25% a vedere l’Italia franare verso una crisi da cui difficilmente la salveranno nuove elezioni.
Se PD, M5S e SEL saranno capaci di questi cambiamenti in breve tempo, possiamo sperare di veder nascere una forza capace di cambiare profondamente il destino del Paese. Altrimenti faremo solo passetti, verso il baratro.
La prospettiva che deve animare PD, M5S e SEL non può e non deve essere quella di alcuni provvedimenti “urgenti” per poi ritornare alle urne. Bisogna invece guardare all’intera legislatura e guidare l’Italia verso un cambiamento radicale. Occorre incidere nel tessuto vivo del Paese per sradicare la mala pianta del berlusconismo, della corruzione e dell’illegalità. Sono cambiamenti che richiedono fermezza e grande coraggio. Non si scardinano illegalità, corruzione, mafie e clientele con qualche provvedimento. Non si risana la gestione pubblica con qualche decreto. Occorre lavorare ogni giorno e lavorare tanto per cambiare la cultura del Paese e per ridargli una prospettiva economica di sviluppo sostenibile, di credibilità, di legalità e di civiltà.
L’Italia ha scelto e ha scelto bene, anzi benissimo. Elettori ed elettrici hanno “dato le carte”, la partita va giocata bene e con abilità. Altrimenti, al prossimo giro, elettori ed elettrici non “daranno le carte”, ma “faranno il mazzo” a chi non è stato capace di raccogliere la sfida del cambiamento che l’Italia ha chiesto.

Il Partito Democratico e la deriva a destra

Massimo D'Alema, December 2007.
Image via Wikipedia

D’Alema scivola sui diritti e cade a destra, costruendo una “gerarchia dei diritti” che non appartiene al pensiero della sinistra moderna

In un’intervista che gli fa Zoro qualche giorno fa, Massimo D’Alema esterna in tema di matrimonio per le coppie gay e non ne azzecca una. E nella migliore delle tradizioni proverbiali, il rimedio è peggiore del male. In un incontro con i presidenti di Arcigay e Ariclesbica Nazionali (Paolo Patanè ed Elisa Mancini) alla festa del PD a Bologna, liquidava la faccenda formulando le sue scuse per un equivoco. Un giochino retorico cui ci hanno abituato anni di esternazioni e smentite di Berlusconi (che però, invero, non chiede mai scusa, perché è sempre colpa di qualcun altro.
Al di là delle imprecisioni e delle leggerezze che riguardano il matrimonio civile fra persone dello stesso sesso, le unioni civili e via discorrendo, D’Alema compie un’operazione che non solo è reazionaria, ma è esageratamente sbilanciata, direi pericolosamente, a destra. Il riferimento è alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU.
Infatti, opera una doppia forzatura nella definizione delle priorità, introducendo una gerarchizzazione arbitraria nella categoria dei diritti civili che va ben oltre la “discriminazione” delle persone LGBTQI. Asserisce infatti che in tempi di crisi oppure rispetto a chi ha un credo religioso, vi possono essere diritti condizionati allo stato generale del Paese, alla sua situazione politica, allo stato dell’economia o al disturbo che si può arrecare alle tradizioni. Oggi tocca al riconoscimento dei diritti civili per le persone LGBTQI, domani potrebbe toccare ai diritti di cittadinanza per gli immigrati (pericolosissima la deriva verso gli immigrati di religione islamica), dopodomani ai diritti del bambino, della madre, della donna e degli anziani. Una riflessione molto più attuale di quanto si possa immaginare, perché è del tutto evidente che la contrazione della spesa pubblica e la conseguente stretta sui servizi di assistenza, cura e istruzione, sarà pagata dalle donne, dalle madri, dai bambini che non avranno posto negli asili nido, dagli anziani. Insomma, in parole povere, il welfare sarà “scaricato” sulle spalle delle categorie alle quali saranno sottratti i sostegni e che storicamente pagano per primi non essendo “produttivi”.
Jeanne Hersch, nel breve e bellissimo saggio I diritti umani da un punto di vista filosofico, ci ricorda che i diritti umani non appartengono alla realtà fattuale, alla natura, che la natura non conosce il diritto né i diritti. Ci ricorda dunque, che i diritti umani sono, forse, il punto più alto cui può arrivare la civiltà umana. Un punto che è come una pallina da ping pong su uno zampillo d’acqua: oscilla perennemente sostenuta da una forza esterna che nel tempo ha intensità diverse.
Attraverso il riconoscimento e la tutela dei diritti lo Stato attua il riconoscimento di un essere umano nel suo assoluto e nella sua capacità di libertà, individuale ed in rapporto agli altri.
Segmentando i diritti umani, mettendoli in ordine di priorità, si opera una discriminazione, si gerarchizza la libertà. A chi i diritti sono garantiti, si dice “tu sei una persona libera”, chi invece non ha gli stessi diritti è una persona meno libera, diversa, dunque discriminata legalmente di fronte allo Stato, alla comunità, alla cittadinanza e alla legge.
Istituire una gerarchia fra le persone e dunque fra le loro libertà è l’essenza stessa del pensiero di destra. E’ la strada attraverso la quale, se nessuno si chiede “Dove stiamo andando? Che cosa stiamo facendo?”, si arriva allo sterminio della Shoah, alle stragi, alle pulizie etniche. Orrori che vorremmo non aver mai conosciuto, ma di cui sappiamo e dobbiamo sapere riconoscere i sintomi i prodromi.
Un uomo di sinistra non può tollerare la gerarchizzazione dei diritti umani, né può accettare che essi siano condizionata alla ragione economica, ad una crisi finanziaria o peggio ad un credo religioso.
Dunque, quello che ci dobbiamo domandare e la questione che dobbiamo porre al Partito Democratico che si colloca “naturalmente” al centro sinistra dello schieramento politico è se è coscente o almeno è disposto a discutere del fatto che vi sono personalità di grande rilievo al suo interno che si stanno collocando all’esterno del campo che storicamente disegnamo attorno alla sinistra. Se si rende conto che D’Alema sta facendo compiere al Partito Democratico una stambata politica a destra (sarei tentato di parlare di stramberia, se non si trattasse di faccenda serissima).
Personalmente, dopo le affermazioni di D’Alema sulla priorità della crisi rispetto ai diritti (che si badi, se proprio si vuole stare sullo stesso piano che innalza D’Alema, allo Stato costerebbero poco e niente, ma non è questo il terreno su cui voglio stare), da persona di sinistra, non posso più accettare che egli e chi come lui si colloca, si possa definire a sua volta una persona di sinistra, né di centro sinistra e meno che mai moderato. Quelle poche parole, quell’atto semplice e pericoloso di stabilire una gerarchia dei diritti umani lo colloca inesorabilmente nel versante della destra reazionaria e non della sinistra progressista.
Il PD, per la sua forza e per quel che rappresenta dovrebbe sentire impellente il bisogno di aprire un dibattito al suo interno e chiamare l’intera sinistra a discutere sul tema dell’interezza della cittadinanza, sul livello di civiltà che vuole proporre a questo paese, sul posto che, in un pensiero di sinistra moderno, hanno i diritti civili e dunque anche il welfare, troppo rapidamente sacrificato sull’altare della finanza internazionale, con la benedizione di personalità che militano nel PD o che addirittura si pensa di candidare alla guida dello Stato.
Infine, e mi si perdoni la lunghezza, credo opportuno che si faccia un po’ di chiarezza, ad uso di D’Alema e di una sua eventuale “redenzione”, sui temi specifici che riguardano la comunità LGBTQI, le sue rivendicazioni e le sue posizioni.
Storicamente, il matrimonio nasce come un negozio giuridico di tipo specifico; nel diritto romano (se la memoria non mi inganna) si chiamava coniugio, ma pre-esisteva ed è sempre stato un istituto CIVILE, destinato a garantire la successione per via parentale (matrimonio, letteralmente cessione, trasferimento della madre).
Il matrimonio religioso (già precedentemente esistente in forme di rito di consacrazione a vario titolo) nel cristianesimo assume valore di sacramento, limitatamente a chi accetta o si riconosce nel diritto canonico. Quindi, pur essendo una tradizione radicata, non è un valore assoluto, ma vale solo per chi condivide il culto, tanto che, se non è pronunciato con le dovute formule, per lo stato non esiste. Nell’ambito del diritto ecclesiastico (ovvero di quella parte delle norme e della dottrina giurisprudenziale che riguarda i rapporti tra l’ordinamento canonico e quello italiano) si individua, a riprova, il matrimonio concordatario, ovvero religioso con effetti civili, che, essendo celebrato anche sulla base del rituale civile, è riconosciuto avere valore per lo stato.
La richiesta di estendere il matrimonio civile anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso è un punto principale delle rivendicazioni del mondo LGBTQI, sostenuto dall’assoluta maggioranze delle associazioni nazionali e locali dell’universo LGBTQI. Al contrario, il matrimonio religioso per le coppie formate da persone dello stesso sesso non costiuisce una richiesta di questo movimento e di essa non c’è alcuna traccia in nessun documento di rivendicazione. E’ però opportuno sottolineare (e rendere noto ai vertici del PD) che le confessioni cristiane non cattoliche romane  (Valdesi, Luterani, Vetero Cattolici, ecc.) celebrano rituali specifici di benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso che non hanno nessun effetto civile, ma che, per chi appartiene a quelle confessioni, hanno il valore di un sacramento celebrato davanti alla divinità.
Infine, è opportuno sottolineare e ricordare che le forme di regolarizzazione delle unioni non fondate sul matrimonio (indipendentemente dalla finalità e dal sesso dei contraenti) riguardano tutta la cittadinanza e non solo la comunità lgbtqi, trattandosi di un’opzione che ad oggi non è contemplata per nessuno, né per le coppie di sesso diverso né per le coppie dello stesso sesso.
Al solo scopo di precisare meglio quanto le informazioni su cui si basano le opinioni di D’Alema siano lontane dalla realtà, le rivendicazioni principali del mondo lgbtqi in Italia, limitatamente al diritto di famiglia, possono essere così sintetizzate (anche alla luce dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, che smentisce le posizioni di D’Alema e dei dalemiani):
  • estensione del matrimonio CIVILE alle coppie dello stesso sesso (si veda il richiamo al legislatore della corte costituzionale sul tema);
  • introduzione di uno o più istituti di normazione delle differenti forme di unione che lo stato intende riconoscere, indipendentemente dal sesso dei partecipanti all’unione;
  • adozione per i single e per le coppie dello stesso sesso formate secondo le norme indicate dal codice civile, in tutti i casi in cui ricorrano i presupposti ed i requisiti di idoneità e di compatibilità fra i genitori e il bambino;
  • riconoscimento della genitorialità omosessuale all’interno delle unioni/coppie di persone dello stesso sesso.
Guido Allegrezza
SEL Lazio, Diritti civili ed umani

 

Gay: ricominciare dalle parole

(Pubblicato anche su Linkontro.info)

Il 20 maggio sono stato alla maratona artistica di testimonianze contro l’omofobia che il Partito Democratico ha organizzato a Piazza Navona. Un evento interessante, con musica, passione, emozione e gente. Ma non tanta, almeno per il tempo che mi sono trattenuto io.

Ho scelto di essere a quella manifestazione piuttosto che andare ad un’iniziativa di SEL perché ho ritenuto più importante dare testimonianza della vicinanza di SEL a questo tema piuttosto che essere presente ad un’iniziativa diciamo più “interna”. Probabilmente sarò criticato per questo, ma più probabilmente, nessuno si sarà accorto e avrà sofferto per la mia assenza.

Ma torniamo alla gente che era alla manifestazione. Prevalentemente si trattava di qualche centinaio di persone della comunità lgbtiq di Roma, altre invece che la sostengono e ne condividono le richieste. Ma comunque meno gente di quella che ci dovrebbe essere. Con Cristiana Alicata, con Andrea Di Stefano, con Marco Palillo, con Carlo Guarino, con Fabrizio Marrazzo, con Frenky e altri ci siamo domandati perché. E io ho cominciato a meditare sulla questione.

E questa è la mia risposta.

Il problema sta tutto nelle parole. O meglio in quello che le parole significano, nel loro potere di coumunicare, che è sia la loro forza che la loro debolezza. Non sono un esperto della materia e le cose che sto dicendo si potrebbero dire meglio, esporre in modo più rigoroso ed accademico. Ma io ci provo lo stesso.

Quando penso la parola “omosessuale” io mi riferisco ad una persona che ama una persona del suo stesso sesso. La ama, la desidera, costruisce su di essa un’idea di relazione, una relazione affettiva, sentimentale, emotiva e anche sessuale che intercorre fra persone dello stesso sesso. E questa stessa parola se la uso in un dialogo con Luca Sappino, Francesca Fornario o con Imma Battaglia, per noi significa esattamente la stessa cosa.

Ma se io pronuncio la parola “omosessuale” in un dialogo con Giovanardi, quella parola, per lui, credo, abbia tutto un altro signficato. Per lui omosessuale significa, o immagino che significhi, una persona libertina, dedita al sesso promiscuo e ai peggiori comportamenti sessuali. Dunque, nella testa di Giovanardi una persona incapace o inadatta a costruire relazioni amorose, una famiglia, allevare dei figli. Il bello è che Giovanardi pensa che siano inadatte a fare la stessa cosa anche persone eterosessuali che si comportassero nello stesso modo. Quindi, potremmo concludere che Giovanardi, dal suo punto di vista è coerente e ha ragione. La cosa sarebbe anche peggio se usassi la parola “transessuale”.

Ovviamente, Giovanardi serve solo come esempio perché in queste considerazioni lui incarna e rappresenta la maggioranza degli italiani.

E qui sta la spiegazione del perché alla manifestazione del PD c’era poca gente. Troppo abituati come gay, lesbiche, transessuali, bisessuali, intersessuali e queer a parlare di noi rispetto agli altri e solo fra noi, non ci rendiamo conto (soffrendo della stessa malattia che ha la politica) che gli altri, la maggioranza le persone che dovrebbero essere nostre alleate semplicemente non capiscono che cosa diciamo. Non capiscono chi siamo. Non capiscono perché chiediamo certe cose, che poi sono le stesse che chiederebbero loro se si sentissero discriminati in qualche modo.

Si badi, che in questo discorso, non c’entrano nulla né la parità, né la laicità, né la dignità. C’entra solo il senso delle parole.

Per questo, io sono convinto che abbiamo una sola speranza, che in realtà è anche un dovere morale (un imperativo categorico?). Archiviati decenni pressoché inutili di movimento passato a urlare le nostre rivendicazioni e a contrapporci alla società, dobbiamo necessariamente tornare alle origini, alla semplicità della parola, l’unica arma che vince. Dobbiamo essere capaci di fare una giravolta a 180° e cominciare a parlare con la gente, a coinvolgerla, a spiegare chi siamo, cosa facciamo nella vita e perché quello che chiediamo appartiene anche agli altri. E’ il lavoro delle associazioni come Famiglie Arcobaleno, che dà testimanianza di sé nella vita di tutti i giorni, ma anche promuovendo la produzione di materiali audio visivi. Ma è il lavoro che dobbiamo tornare a fare tra la gente, per la gente. Non solo nelle scuole, dove è doveroso insegnare ai bimbi il pregio delle differenze, ma soprattutto fra gli adulti, che sono gli elettori e le elettrici di oggi, ovvero le uniche persone che nel breve e medio termine possono aiutare a cambiare le cose.

Se non lo facciamo, il risultato è che passeremo i prossimi 20 o 25 anni in attesa che il seme piantato nelle scuole germogli e dia vita ad una classe di cittadini che mandino in parlamento una maggioranza politica in grado di fare le leggi che mancano e lasciano l’Italia al palo.

River intervista Luigi Nieri

River, popolarissimo blogger dalla blogosfera GLBTQI, ha intervistato Luigi Nieri, dopo le elezioni regionali del Lazio. Per chi non ha voglia di cliccare, eccola qui:

Diritti GLBT, nel Lazio – e non solo in questa Regione – la strada è in salita. Un obiettivo realistico da conseguire durante i prossimi cinque anni da consigliere.
Saprai certamente che ho sottoscritto la piattaforma programmatica “Testimoni di Civiltà”, che Queer SEL Lazio ha proposto a tutti i candidati di SEL alle ultime elezioni regionali e alla quale quasi tutti hanno aderito. Ho inserito per intero, inoltre, ‘Testimoni di Civiltà’ nel mio “wikiprogramma” nella sezione dedicata ai diritti delle persone. Mi piacerebbe poter realizzare tutto quello che c’è scritto in quella piattaforma che contiene obiettivi concreti e di stretta competenza della Regione. Prevedo, però, che ciò sarà molto difficile con l’attuale Governo regionale di centrodestra. In questo momento ritengo di straordinaria importanza concentrare l’impegno su una legge regionale contro le discriminazioni, per dare attuazione alla mozione che approvammo nella passata consiliatura. Mi piacerebbe anche arrivare a costruire un monumento a Roma, dedicato alle persone LGBTQI, non solo italiane, perseguitate durante i totalitarismi e che tutt’oggi sono soggette a violenza e discriminazione. A pensarci bene, si tratta di due obiettivi piuttosto ambiziosi.

Renata Polverini si è espressa più volte su unioni di fatto e gay pride. Sarà la presidente di tutti?
La nuova Presidente della Regione Lazio sarà fortemente condizionata dalle forze politiche che le hanno consentito di raggiungere questo traguardo. Basta pensare al dietro front frettoloso e imbarazzante cui è stata costretta non appena ha accennato al tema delle unioni di fatto. Con una battuta, direi che sarà certamente la Presidente di tutti coloro che l’hanno votata. Non credo che sarà la Presidente delle cittadine e dei cittadini del Lazio.

C’è qualcosa che Piero Marrazzo poteva fare, per la causa GLBT, e non ha fatto?
Si, certo. Così come abbiamo varato la legge regionale sull’immigrazione, dando prova di coraggio e di lungimiranza, potevamo arrivare ad avere una legge regionale contro le discriminazioni, soprattutto quelle basate sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale. Depositai una specifica proposta di legge in Consiglio regionale che non ha mai visto la luce per il veto di alcune forze politiche. Se la coalizione avesse avuto un po’ più di coraggio oggi ci troveremmo a parlare di una Regione all’avanguardia sul fronte dei diritti civili.

Da molte parti – dalla blogosfera alla stampa cittadina – si parla di un allarme omofobia, a Roma, sulla base delle aggressioni nei confronti dei gay. Lei vede dei rigurgiti omofobi nella nostra città?
Le vedo inserite in un contesto di deterioramento non solo della società, ma della politica stessa. La destra agita il fantasma della “deviazione dalla normalità” per far passare ogni forma di provvedimento repressivo e autoritario. E questo processo purtroppo, continuerà per parecchio tempo. Le aggressioni omofobe e l’atteggiamento complessivamente violento e di rifiuto per le tematiche del transessualismo e del transgendersimo sono la conseguenza diretta di questo stato di cose. La recrudescenza della violenza politica, che trova nei barbari episodi di aggressione nelle università della nostra regione le più recenti conferme, mi preoccupa e mi fa pensare che è probabile che assisteremo a nuove e più gravi forme di violenza nei confronti delle persone LGBTQI proprio quando si avvieranno tutte le iniziative del Roma Pride e partiranno i ritrovi estivi. Credo che il Sindaco Alemanno e le forze dell’ordine dovrebbero muoversi subito e coordinarsi con le associazioni LGBTQI della Capitale per evitare che si ripetano accoltellamenti e pestaggi.

Il Pd nel Lazio è davvero messo così male come sembra a molti suoi elettori?
Non spetta a me fare l’analisi del voto di una forza politica a cui non appartengo. Posso solo dire che il Progetto di Sinistra Ecologia Libertà, al quale mi sto dedicando, sta raccogliendo sempre più simpatia e consensi proprio perché riesce a intercettare e interpretare le esigenze di un popolo della sinistra sempre più sfiduciato. Su un piano politico credo che in questa ultima campagna elettorale, prima, durante e dopo, il Pd sia stato piuttosto debole. Di fronte alla crisi politica ed economica che sta attraversando il Paese servono idee innovative e radicali. Solo così si può fronteggiare questa destra conservatrice e retrograda. Di fronte al razzismo istituzionale, l’attacco ai diritti, l’approvazione di leggi liberticide, o ad personam, non esiste alcuno spazio per le riforme condivise.

Il Lazio sarà mai pronto per un amministratore dichiaratamente omosessuale? Un Nichi Vendola in Comune, Provincia o Regione?
Penso che le qualità di un buon amministratore non abbia nulla a che fare con l’orientamento sessuale, con l’identità di genere e con i comportamenti sessuali delle persone. Sarebbe un bene che dall’universo delle persone LGBTQI emergessero figure che, in prospettiva ed in piena trasparenza, si proponessero di arrivare ai vertici della regione o almeno nella giunta o nel consiglio. Personalmente, non ho e non ho mai avuto nessuna esitazione a sostenere chi dimostra competenza e passione.

Cosa serve al PD? Ma il PD ci serve?

SinistraOggi su Facebook un amico si interrogava, coinvolgendo anche Cristiana Alicata, su cosa serva al PD per sopravvivere. Alcune delle sue riflessioni, in particolare alcune delle sue conclusioni, mi convincono, meno il percorso intellettuale che ad esse perviene. Leggete quel che scrive Dario e poi, se vi avanzano tempo e voglia le mie riflessioni che riporto qui.

Un partito si coagula attorno ad un interesse o ad una visione del mondo. Nichi Vendola, da poeta, parlerebbe di un “racconto collettivo”.

Ci sono dunque partiti-interesse e partiti-idea. Da qualche anno emergono partiti-persona e anche qualche partito-obiettivo, che non fanno parte della tradizione, ma che la sfidano. Alcuni partiti-persona (Forza Italia, Lega) sono poi diventati partiti-interesse (PDL) o partiti-idea (Lega). Alcuni partiti-obiettivo, stanno andando nella stessa direzione.

Oggi, usando queste categorie, possiamo agevolmente definire il PD come partito-interesse, ovvero un partito che ha fatto un percorso al contrario: da paritito-idea a partito-interesse. E che raccoglie ancora consensi per la “memoria” di ciò che fu, ma non certo per un’idea attraente e convincente di futuro.

Quindi il problema del PD è sostanzialmente IDENTITARIO. Ovvero, che cosa rappresenta? Qual è la sua offerta politica oltre ad un fallimentare antiberlusconismo generico. Berlusconismo del quale il PD porta una responsabilità primaria, essendo formato da quelle forze (e da quelle persone) che, quando ne ebbero modo, non intervennero per contrastare efficacemente la sfida storica e culturale che Berlusconi e le sue aziende stavano ponendo.

Un’identità, dunque che si deve confrontare con una sostanziale mancanza di credibilità in chi, pur avendo fallito, ancora condiziona le sorti e la vita di quel partito. Dunque un racconto che non tiene e non affascina, un po’ come confrontare Stendhal con Susanna Tamaro.

Oggi, il PD è espressione di un sistema di potere economico finanziario alternativo a quello che sorregge il PDL (e la sua coalizione), ma non ne ha il “fascino vincente”. Un sistema che è a sua volta espressione di un capitalismo multinazionale finanziario, che non è alternativo a niente, ma è il sistema vincente su scala planetaria. Un sistema basato sulla sperequazione della ricchezza, sullo sfruttamento delle persone e delle risorse, sullo spregio per i diritti e per la giustizia.

Dunque, il PD non è un’alternativa. Non è una visione del mondo prospettica e convincente. Non è altro che “un altro padrone”. E temo che questo aspetto, sebbene non detto e da nessuna parte affermato sia invece, profondamente chiaro all’elettorato che NON VA A VOTARE. Un PD che non insegue Berlusconi e la destra, ma che insegue la sua stessa immagine proiettata nello specchio, che è destinato a non raggiungere mai.

Orbene, al PD serve interrompere questo incubo, svegliarsi e progettare. Dopo trent’anni di fallimenti ideologici in cui si è trascianta la sinistra italiana è arrivato il momento di prendere atto della disfatta, con sincerità ed onestà. E con un pizzico di umiltà, guardare oltre i confini nazionali per capire le strade che altre nazioni e altre economie stanno lanciando alla sinistra. Vedere come l’Argentina stia uscendo dalla crisi, ad esempio. Oppure ascoltare le voci dei teorici della nuova sinsitra che vengono dal Brasile, dalla Spagna o dall’Italia stessa, ma che non fanno parte dei circuiti dei soliti noti e che, si badi bene, non hanno NULLA DI RIVOLUZIONARIO.

E si badi bene, infine, il berlusconismo non inganna nessuno, non vende fumo. Il berlusconismo è la solida realtà che da vita ad una società nella quale chi ha l’amico giusto ce la fa, se stai al tuo posto puoi essere felice con poco, se arrivi nei luoghi di comando fai come vuoi. Questo non è fumo, non è il nulla. E’ solo la parte peggiore dell’italiano medio. E finché da sinistra non gli si contrapporrà la rinascita della parte migliore dell’italiano medio ci sarà ben poco da sperare.

In sostanza, condivido la fine dello scritto, pur non approvando il percorso e le modalità. A me non piace che la politica venda bene dei bei sogni. A me piace che la politica sia lo strumento attraverso il quale un sogno collettivo prenda piede nella società e che la trasformi avendo come punto di arrivo la realizzazione di quel sogno. In sostanza a me piace un partito che è espressione di una parte della società e della sua voglia di cambiare e non un partito che influenzi la società, altrimenti ricadiamo nel paradigma berlusconiano, per cui alla fine il partito è a servizio di un interesse e dunque di un’oligarchia e non di una collettività, né del suo sogno di giustizia e di libertà.

Quando c’è un sogno, una visione collettiva, un racconto che avvince e convince, allora le persone arrivano da sole, l’organizzazione fiorisce quasi spontanea. Ma se non c’è l’IDEA, allora tutto diventa funzionale al presente e al mantenimento dello status quo. E non è certo questo il ruolo storico della sinsitra, né quello che il popolo pur variegato e litigioso della sinistra si merita.