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Narcisismo politico – 1

Dopo essere personalmente ed individualmente intervenuto sugli esponenti della minoranza vendoliana di Rifondazione Comunista per bloccare ogni tentativo di nascita della Costituente per la Sinistra, Fausto Bertinotti emerge dall’oblio nel quale sembrava aver deciso di essersi confinato, sparigliando a sinistra e rendento nota in 15 tesi la sua personale visione del futuro della sinistra e delle linee politiche secondo le quali questa dovrebbe muoversi.

Al di là dell’analisi e del contenuto programmatico di questo documento, dispiace constatare almeno due elementi, che segnano inevitabilmente questo passaggio:

  1. Fausto Bertinotti è stato il protagonisca di una sconfitta storica che ha condannato senza appello un certo modo di fare politica e le alchimie elettorali e di alleanza che, se ancora qualcuno avesse dei dubbi, non sono gradite agli elettori e non sono quindi ulteriormente riproponibili, come sembrano invece voler fare proprio coloro che fino a ieri sembravano definitivamente incamminati sulla strada della Costituente della sinistra.
  2. Le tesi bertinottiane sono l’ennesimo esercizio di politica dall’alto: emergono dal nulla senza essere state sottoposte ad un dibattito pubblico, ma -e questo è assai peggio- fanno chiaramente intendere che sono il frutto di un lavoro che non ha cercato nessuna partecipazione dalla base. Ovvero l’esatto contrario che il progetto di Costituente per la Sinistra avrebbe voluto realizzare

In alcune discussioni sul contenuto delle 15 tesi, ascoltate senza partecipare, ho avvertito, anche dai miei compagni di partito una certa accondiscendenza: tutto sommato le cose che dice Bertinotti sono condivisibili, tranne una che è un punto dirimente, ovvero la chiusura preventiva ad ogni forma di alleanza con il Partito Democratico.

Ma i miei lettori sanno che io non mi accontento delle letture e delle opinioni degli altri; anche se ho stima dei miei compagni e dei miei amici, preferisco vedere, capire e prendere le mie posizioni, anche pronto a rimetterle in discussione. Ed ecco che dopo la lettura del lungo testo di Bertinotti, sono pronto a dire la mia, promettendo di “frammentare” il discorso in più post…

1. Prospettiva

Sono proprio le prime parole che disegnano una lontananza epocale fra il mio modo di vedere la politica e quello di Bertinotti. Secondo lui la sinistra è stata cancellata e deve rinascere. Io penso che abbia completamente sbagliato la prospettiva dell’analisi. La sinistra in Italia c’è, c’è un elettorato di riferimento, c’è l’esigenza diffusa di rendere espliciti contenuti, valori e formule. Quel che davvero manca è la capacità di quella che fu la classe dirigente di sinistra di sentirsi veramente e profondamente espressione del suo elettorato. L’affermazione di Bertinotti, implica che nella sua visione la sinistra non c’è perché non ha rappresentanti parlamentari, volutamente dimenticando che i partiti esistono sul territorio e poi in Parlamento, luogo di naturale approdo della rappresentanza politica, e non il contrario, a meno di non chiamarsi Silvio. E questo è il limite, l’errore di prospettiva che vizia tutto il ragionamento, facendo intendere chiaramente che c’è ancora qualcuno che pensa poter continuare a fa ‘o gallo ‘ncopp’a munnezza, ovvero a cercare di imporre la sua visione, senza confronto democratico, senza possibilità di dibattere. Insomma la prospettiva che ha portato alla sconfitta storica della sinistra, non è ancora tramontata e farà ancora morti e devastazioni. Tanto per cominciare, ha “strangolato” il neonato progetto della Costituente della sinistra, sacrificandolo alle logiche del cartello elettorale, proposta che è stata e sarà nuovamente bocciata dagli elettori della sinistra.

2. Analisi, ma mai proposte concrete

In più passi del discorso in cui si articolano le 15 tesi sembra di capire che a un certo punto arriverà l’idea, la proposta capace di far capire perché sinistra sarebbe meglio di destra. Ma la delusione è continua, quasi scontata. Scontata almeno quanto la critica di un costesto che sembra “alieno”, ma invece è quello con il quale si fanno i conti ogni giorno. Invocare un mitico “intervento pubblico  in economia” non convince, non può convincere. Tutti conosciamo lo sfacelo generato dagli interventi pubblici in economia che sono stati alla base di un sistema di clientele più simile ad una mafia pubblica che al serio tentativo di bilanciare le spinte economiche private a favore di un più saggio ed equo impiego della ricchezza prodotta a beneficio di molti piuttosto che di pochi (si badi che non a caso “impiego” è diverso da “redistribuito”).
Riproporre l’incardinamento dell’analisi marxiana come fulcro della lettura dell’economia, della politica e della società, equivale a rimanere ancorati ad una visione classista e settaria, dalla quale non si fa il minimo sforzo per allontanarsi, nonostante il continuo richiamo e l’evidente esigenza di costruire una sinistra europea, nonché nuove prospettive che tengano conto di contesti radicalmente cambiati, non leggibili con le lenti offuscate di teorie secolari, peraltro già fallite alla prova dei fatti.

[continua]

Essere antifascisti oggi

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Premessa

Per fugare da subito eventuali dubbi, dichiaro che la mia posizione è quella di un convinto democratico e antifascista. E il senso di questo articolo è proprio quello di andare alla ricerca del significato dell’essere antifascisti oggi. Per me significa ferma riprovazione verso le forme di totalitarismo in generale e, con riferimento storico all’Italia, significa un convinto ripudio per i valori, le politiche e le azioni che furono del movimento fascista e delle diverse esperienze politiche e governative condotte da Benito Mussolini, fino alla sua uccisione. Dunque, un antifascismo che implica piena adesione allo Stato Costituzionale Repubblicano (cui ho già giurato fedeltà almeno un paio di volte), ma anche decisa disapprovazione di ogni forma di violenza e censura verso chi si proclama fascista o simpatizzante di quell’epoca e di quel movimento; una forma di “persecuzione” che, ai miei occhi, è riprovevole tanto quanto, se non più, del fascismo stesso.

Dopo questa doverosa premessa, dedichiamoci ad approfondire i temi ai quali ho fatto sintetico cenno; riflessioni scaturite negli ultimi mesi grazie al confronto con esponenti della più moderna destra dichiaratamente fascista, con amici e compagni di partito di varie età ed estrazioni, nonché con esponenti della sinistra più estrema.

Personalmente sono persuaso che per una persona convintamente democratica, dichiararsi antifascista oggi vuol dire affrontare una condizione di grande difficoltà intellettuale. L’attributo stesso di “democratico”, nelle sue accezioni di apertura al dibattito, al confronto e all’ascolto, impone di non chiudersi, di non essere contro qualcuno per le sue idee, men che mai di impedire che qualcuno che la pensi in altro modo possa esprimersi liberamente. Con altrettanta forza, impone però di adoperarsi civilmente e fermamente per contrastare in tutti i modi leciti un’idea che non condivide; mai comunque, mai, usando la violenza, l’ingiuria, la sopraffazione o la prevaricazione. Diamo ovviamente per condiviso il fatto che i poteri di restrizione della libertà sono esclusiva prerogativa delle forze di polizia e della magistratura, nei limiti e per le finalità che la costituzione e le leggi stabiliscono. In sostanza, riteniamo di non dover discutere sul principio che a nessuno è consentito farsi giustizia da sé.

Nel seguito, affronteremo 3 temi:

  1. l’Italia ha mai chiuso la questione “fascismo”?
  2. Come si collocano i moderni movimenti di destra fascista nella nostra società?
  3. Cosa significa essere antifascisti oggi?

1. I conti con il fascismo e la sua storia

Dopo aver causato sciagure immani all’umanità, lo stato nazista di Hitler capitolò sotto l’attacco delle grandi potenze. Hitler è rimasto in sella fino alla fine, nella coerenza di una follia fulgida. Il nazismo è morto con lui e quel che ne rimaneva è stato spazzato via da un processo lacerante, cui sono seguite condanne, esecuzioni e fughe. Insomma, con il nazismo, l’intera umanità a fatto i conti, consegnandolo alla storia. Certo ci sono dei “focolai”, ma non vi sono avvisaglie di ricostruzione di movimenti ideologici nazionali di quella portata.

Da noi il fascismo è finito senza gloria e l’Italia non ci ha fatto i conti: l’intero apparato dello stato fascista si è riversato quasi senza traumi all’interno delle nuovi istituzioni repubblicane. Da questo punto di vista, si può dunque affermare, anche se con un certo ardimento, che il fascismo in Italia è un capitolo che non si è mai chiuso, anzi ha continuato a esistere sotto vesti e forme diverse, in uno stato di sospensione, annidato nei partiti dichiaratamente di destra, ma anche in altri (ad esempio la Democrazia Cristiana), questi ultimi capaci di accogliere e conciliare anime opposte in un equilibrio che ha retto per decenni. Dunque, si diceva, con il fascismo non abbiamo fatto i conti. Mussolini e la sua cerchia più stretta hanno pagato con la vita, per tutti. La loro esecuzione, senza processo (modernamente inteso), si poteva pensare, avrebbe saldato il conto. Invece, proprio la mancanza di un processo, di una sentenza ma ancor di più di un dibattito franco ed aperto, fatto a quell’epoca dai protagonisti, su cosa era e rappresentava il fascismo ci ha privato di una solida motivazione per deprecare quell’esperienza e tutti i danni che ne sono derivati e, come avvenuto per il nazismo, chiudere definitivamente la questione. Non è un caso che pochi anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, già si diceva che si stava meglio quando si stava peggio, segno evidente che nella cultura e nel costume, il fascimo non era stato un’esperienza lacerante, da non ripetere, e che, soprattutto non era finito a Piazzale Loreto, ma si era definitivamente insinuato nel cuore politico degli italiani. A costo di banalizzare, mentre in Italia Totò e Paolo Stoppa, all’indomani guerra, al cinema e a teatro, potevano mettere alla berlina fascisti e nazisti con gag celeberrime, nel resto del mondo non era concepibile (con alcune eccezioni) di trattare il dramma del nazismo con leggerezza.

2. Ritorni di fiamma

Nell’arco dei sessant’anni che ci separano dal gennaio del 1948, dunque, il germe del fascismo ha continuato a vegetare, assumendo di volta in volta nuove forme. Alle volte creando un partito. Altre un movimento extraparlamentare, più o meno clandestino. Altre ancora sfociando nel terrorismo. Un lungo periodo di riflessioni e di esperienza ha portato il partito di destra per eccellenza a subire mutazioni e scissioni. Quel che resta del Movimento Sociale Italiano, oggi galleggia ai margini della stretta costellazione dei partiti in parlamento, dopo che la sua grande gemmazione in Alleanza Nazionale ha definitivamente perduto ogni legame con la sua origine post-fascista.  Ma nel frattempo si è andato aggregando un universo, figlio legittimo della Destra Sociale, che oggi ha proprio in Casa Pound e nei suoi soggetti satelliti i suoi più noti e coraggiosi testimoni: l’intera cultura pre-fascista e fascista trova una nuova legittimazione grazie allo spazio che si è aperto a destra proprio in virtù dello spostamento al centro di Alleanza Nazionale.

In estrema sintesi (per una visione completa è indispensabile una visita lunga e approfondita al sito di Casa Pound), è proprio Casa Pound che ci aiuta a capire cos’è “fascismo” oggi:

  1. Riconquista nazionale, sovranità nazionale contro i poteri forti;
  2. Controllo pubblico delle banche;
  3. Contrasto delle multinazionali, rilancio la produzione italiana ed una Europa autarchica;
  4. Contrasto della società multirazzista (!) e dell’immigrazione obbligata;
  5. Garantire il lavoro come dovere sociale;
  6. Tutela dei beni comuni e dei settori strategici (in parte new entry, si vede che cedono alle lusinghe della moda lessicale)
  7. Per i diritti sociali (anche qui una nuova declinazione, più di moda: contro lo scippo del futuro per non trasformarci in un popolo di barboni, per un fisco equo e di sviluppo);
  8. Garantire il diritto alla maternità e alla vita;
  9. Per la sovranità energetica (una new entry che focalizza sull’energia);
  10. Mutuo sociale;
  11. Per una scuola pubblica (Istruzione, cultura e ricerca gratuite, universali e rigorosamente selettive);
  12. Per un’ecologia non conforme;
  13. Per una cultura libera;

Va da sè che su alcuni di questi punti si può manifestare una convergenza trasversale, indipendente dall’orientamento politico. E’ altresì vero che tutto è molto chiaro, semplice. Così come è vero che vi sono parecchi punti discutibili, frutto di una visione eccessivamente nostalgica del passato, in termini di costume, cultura, poltica. D’altra parte, vi sono aspetti “valoriali” che non emergono dalla lettura del programma, ma che caratterizzano al di là di ogni ragionevole dubbio il fascismo moderno. Fra questi vi sono certamente una spiccata tendenza all’aggressività ed un uso indiscriminato della violenza fisica e verbale, come emerge da numerose testimonianze disponibili in più parti della rete (a onor del vero, in molti casi tale violenza è in risposta alle aggressioni di parte avversa, mentre in altri casi è del tutto gratuita – ad esempio, cinghia mattanza). Fa inoltre riflettere seriamente il fatto che il concetto di democrazia non è mai citato, segno evidente che, fino a prova contraria, lo possiamo considerare del tutto estraneo al moderno fascismo made in Italy. Alcune assenze importanti, inoltre fanno intravedere la mancanza o una carenza di attenzione su alcuni temi che caratterizzano le società più evolute e che 60 anni fa non erano prevedibili (interruzione della gravidanza, temi bioetici, diritti delle minoranze, lotta alle discriminazioni, ecc.)

Certo molto si può discutere sull’efficacia della democrazia come sistema di decisione e di partecipazione alla vita politica del paese, oppure sul fatto che quella che ci ostiniamo a definire democrazia, in realtà, non ne costituisce che un pallido abbozzo, ma finché la Costituzione sarà centrata sull’articolo 1 e finché il sentimento prevalente non cambia, la democrazia, in Italia è e rimarrà un valore di riferimento da cui nessuna forza politica e sociale, può prescindere.

3. Essere antifascisti oggi

Vorrei cominciare quest’ultima parte del post, con il racconto di un episodio che è avvenuto qualche giorno fa, presso il comune di Albano Laziale, dove si è svolto un incontro fra i giovani ed Ugo Mancini, Presidente della locale sezione dell’ANPI da sempre impegnato in un’opera di paziente divulgazione e dibattito sui temi del fascismo, della resistenza e della violenza nazista. L’incontro era stato concordato su richiesta di un gruppo di ragazzi di destra che avevano assistito ad uno delle lezioni su questi temi in una scuola locale. Mancini, che è un vero democratico e antifascista ha ovviamente acconsentito al confronto. Purtroppo, nella stessa sede si sono presentati alcuni esponenti di formazioni di sinsitra, che hanno disturbato l’incontro provocando Mancini, dicendo che non doveva avere contatti con i fasci, che non hanno diritto di cittadinanza politica, che non devono essere sdoganati e via di seguito in un crescendo che si è concluso con la solita smargiassata, la goccia che ha fatto trabboccare il vaso, tramutando un incontro di confronto su un tema delicato, tra l’altro fra due generazioni diverse, in una rissa con annessi danni a persone e cose.

Questo episodio mi sembra essere emblematico del concetto che vorrei esprimere in questa ultima parte, ovvero a 60 anni di distanza, dopo tutte le esperienze che abbiamo vissuto in Italia, è ancora possibile concepire l’antifascismo come tentativo di marginalizzazione violenta del pensiero fascista e delle sue espressioni pubbliche? E’ veramente questa la strada per contrastare un’evidente revanche dei valori e delle proposte politiche e movimentistiche di chiara marca fascista? Oppure sarà necessario accettare la sfida teorica e conoscere bene il nuovo fascismo per contrapporre ad esso una visione politica declinata in valori e proposte che abbiano presa sull’elettorato?

A mio parere, ogni tentativo di impedire agli esponenti dei movimenti del nuovo fascismo (per esser chiari, ricordo che faccio riferimento a Casa Pound e a Blocco studentesco in primis) di essere presenti nella scena politica e di esprimere il loro pensiero non solo è del tutto inutile, ma soprattutto fornisce alibi politici che tali formazioni sono abilissime nel rivoltare a proprio favore, come hanno recentemente dimostrato i fatti di Piazza Navona e della sede Rai di Roma. La demonizzazione dei giovani fascisti, la facilità con cui vengono presentati sistematicamente sui media come “squadristi” che cercano di imporre la loro presenza e le loro idee, alimenta un circuito perverso di versioni, controversioni e rimandi da un punto all’altro della rete, capace di generare un’attenzione che altrimenti non si creerebbe. A dare ulteriore manforte, intervengono poi, anche qui sistematicamente, le reazioni e/o le provocazioni violente e aggressive dalla parte più marginale e politicamente miope della sinistra (mi sto riferendo a Sinistra Critica, centri sociali vari, RASH, ecc.), che non fanno altro che amplificare ulteriormente l’attenzione già conquistata attraverso la polemica mediatica.

Assumendo che per me i movimenti fascisti non hanno pieno diritto di cittadinanza e di espressione (proprio perché si richiamano apertamente a valori ripudiati dalla Costituzione), ritengo che sia molto più produttivo conoscerli a fondo e mettersi in competizione con loro sugli stessi media che utilizzano, sfruttando gli stessi meccanismi, quando non inventando nuovi modi di comunicare.

Ad esempio, con un occhio ai movimenti studenteschi e alle tecniche di “guerrilla marketing” ritengo che sia molto più efficace agire sugli spazi mediatici che conquistano Blocco Studentesco e Casa Pound, neutralizzando la loro presenza con testimonianze, argomenti, spunti e provocazioni sviluppando al massimo la creatività e promuovendo con convinzione valori e proposte alternative, derivate da esperienze politiche diverse, più affini ad una moderna visione della sinistra.

Menare le mani è infinitamente più semplice, ma produce effetti non controllabili a livello sociale. Al di là della “soddisfazione estemporanea” di aver pestato uno che si ritiene un nemico, il senso che sarà dato al gesto lo decideranno i titolisti, i giornalisti, i blogger ed i forum in un processo governato da tecniche di costruzione e distribuzione del messaggio che, se ignorate, produrranno effetti contrari a quelli che si pensava di ottenere: non l’oscuramento di un pensiero o di un’idea, ma la sua amplificazione e la sua massima diffusione.

In un mondo ormai pervaso da strumenti di formazione e divulgazione del libero pensiero, ritenere che si possa “azzittire” il presunto nemico pestandolo di botte o cacciandolo dalle manifestazione è una pura illusione. Quello che si caccia dalle piazze, dalle assemblee ed in generale dalla vita reale, ritorna moltiplicato sulla rete e sui circuiti internazionali. Con un’aggravante: passato il momento delle “opinioni a caldo”, la coda lunga dell’informazione lascerà una traccia “fredda” a disposizione di tutti coloro che, da un certo momento in poi, andranno a caccia di approfondimenti e saranno capaci di produrre riflessioni ed elaborazioni sui materiali disponibili, definitivamente sfuggiti al controllo degli autori e presenti in contesti di attualità del tutto diversi da quelli di partenza.

In buona sostanza, quindi, essere democratici ed antifascisti oggi, significa riconoscere l’esistenza dei movimenti neo fascisti, che hanno conquistato lo status di soggetti politici ed interlocutori. A questo riconoscimento occorre però contrapporre una strategia di comunicazione e di azione politica su più livelli e più media capace di contrapporre alle loro posizioni e all’immagine che essi hanno saputo costruire, una visione alternativa del mondo articolata in proposte politiche concrete e posizionata in modo tale da dare dell’antifascismo una immagine moderna e lontana dagli schemi imposti dalla contrapposizione violenta ed aggressiva.

Quale verità su Piazza Navona?

Il bello della “diretta” – Nonostante avessi pensato che questo post potesse essere divenuto stabile… ci sono altre novità. Appena possibile le integrerò. Abbiate pazienza…

Non è un segreto per nessuno che, pur essendo un militante di Sinistra Democratica, abbia un filo diretto con Casa Pound.

Subito dopo i fatti di Piazza Navona, hanno diramato il video qui sopra e un comunicato in cui affermano, in sintesi, che:

  1. le formazioni di sinistra presenti in piazza, hanno assaltato due volte il corteo degli studenti.
  2. il tentativo di politicizzare la manifestazione sia stato messo in atto da forze di sinistra
  3. i militanti dei centri sociali si sono presentati da esterni, già in armi attaccando l’intero corteo e non solo i ragazzi del Blocco
  4. molti studenti di sinistra abbiano dapprima cercato di fermare gli aggressori
  5. la carica e il lancio di oggetti sia partito da una parte ben precisa
  6. TUTTI gli studenti sono scappati dalla parte dei ragazzi del Blocco.
  7. Se fossero stati i militanti del Blocco ad attaccare, è piuttosto fuori dal comune che gli aggrediti scappino dalla parte del pericolo

Dopo una notevole mole richieste, conferme, smentite e simili, credo di poter avere un’idea precisa di quello che è successo e di chi siano i responsabili degli eventi.

Ecco la mia idea, costruita su quanto raccolto in rete e sui contributi pervenuti nei commenti, suscettibile di essere modificata, ove arrivino prove convincenti:

  1. durante la manifestazione in piazza Navona, esponenti di Casa Pound/Blocco Studentesco, sono entrati nella piazza su un camioncino bianco, facendosi largo usando la violenza e picchiando i giovani presenti nei pressi di Corsia Agonale, per motivi che ancora mi sono oscuri. Secondo le persone presenti, alcuni manifestanti (giovani e meno giovani) sono stati aggrediti con oggetti (si parla di cinghie) e mani nude (fonti: Blog di Cheremone , di Silvia, foto e articoli di Repubblica.it e Corriere.it – 1 2 3 4 -, altri siti,  il secondo video in calce al post).
  2. gli altri manifestanti protestano contro Blocco studentesco e chiedono di lasciare dalla piazza. Viene richiesto l’intervento di agenti della Digos in borghese per agire senza creare ulteriore tensione, ma si risolve in un nulla di fatto,
  3. dopo questo fatto e su invito della Polizia a lasciare la piazza, il gruppo del Blocco si dirige verso il lato nord (Via Agonale, Piazza delle 5 lune), annunciando di voler andare al ministero della pubblica istruzione (a Trastevere). Nel frattempo, al corteo della Sapienza e di Roma 3 in arrivo, viene comunicato quello che sta avvenendo
  4. subito dopo l’arrivo del corteo Blocco torna sui suoi passi e rifiuta di lasciare la piazza,
  5. Esponenti di Sinistra Critica e formazioni collegate (riconosciuti nelle foto pubblicate da Corriere.it), molti dei quali con casco bianco e altri a viso scoperto, si dispongono in formazione contrapposta a Blocco a una maciata di metri di distanza,
  6. nonostante la mediazione degli studenti di sinistra democratica, che hanno cercato di placare gli animi, il gruppo dei caschi bianchi attacca il Blocco, che nel frattempo aveva tirato fuori le famose mazze tricolori ben visibili in tutte le fonti (risultano essere bastoni o tubi di metallo foderati di stoffe tricolori/bandiere fermate con nastro nero)
  7. solo dopo che si è scatenta la violenza e vi sono stati ulteriori feriti e contusi, la Polizia decide di intervenire isolando gli studenti del Blocco ed effettuando fermi e arresti.

Tra le fonti utilizzare per la ricostruzione il sito di Sinistra Democratica e il resoconto dell’informativa urgente del Governo alla Camera dei Deputati, che però non coincide in pieno con la realtà dei fatti.

Personalmente, credo opportuno sottolineare fin da principio che da tutti i materiali presenti in rete, si capisce inequivocabilmente che le forze dell’ordine presenti (a tutela di Palazzo Madama…) non abbiano agito avvedutamente, causanto il precipitare degli eventi.

Le mie opinioni:

  • Particolarmente irresponsabile il controattacco violento a Blocco studentesco da parte di Sinistra Critica e delle altre formazioni che hanno partecipato. Un’aggressione vendicativa che, mostando un senso di responsabilità maggiore, avrebbe dovuto essere evitata. Non è assolutamente è concepibile una reazioni para-militare di quella natura, men che meno quando in mezzo ci sono persone che stanno tentando di non far degenerare gli eventi. Per tacere delle gravi conseguenze politiche che innesca, dato che scredita la protesta agli occhi dell’opinione pubblica, aprendo la porta proprio a quelle repressioni autoritarie che qualcuno vorrebbe tanto attuare, nonostante il senso e le modalità finora del tutto civili e pacifiche della protesta studentesca.
  • Il movimento deve assolutamente fare i conti con i tentativi di strumentalizzazione e di accensione di contrapposizioni violente, facendo ben attenzione a misurarsi con la capacità delle formazioni studentesche di estrema destra di captare un cospicuo numero di sostenitori fra i giovani. Sebbene difficile da attuare, la strategia migliore continua ad essere quella dell’inclusione (riunoni e partecipazione alle manifestazioni), unico modo per tenere in qualche modo sotto controllo la situazione. una deriva violenta della protesta, farà il gioco del governo e dei conservatori autoritari.
  • Il movimento studentesco dovrebbe continaure a mantenere una netta separazione dal sistema dei partiti e dalle facili contaminazioni ideologiche. Non c’è nulla di “anomalo” nel fatto che vi sono forze della sinistra di opposizione dentro e fuori il parlamento che stanno dando un netto appoggio e sostegno alla reazione degli studenti; ma ciò non toglie che nelle manifestazioni pubbliche tal forze devono rimanere marginali, proprio per evitare deragliamenti dannosi.
  • censurabile e deprecabile il comportamento di tutti i violenti, aggressori o difensori, da sinistra come da destra.

Di seguito i due video segnalati nei commenti e all’interno del post.

Massimo Fini: Italia, paese feudale

Massimo Fini è un intellettuale fuori degli schemi e degli schieramenti. I suoi saggi sulla democrazia sono di eccellente livello, spietatamente razionali e lucidamente pessimisti.

Passa spesso per essere uomo di destra. Non sono di questo parere, poiché le sue analisi sono profondamente condivisibili, dato che si collocano in una scia di pensiero che è stata già tracciata da Chomski sul piano dell’analisi dei fenomeni politici legati al mondo dell’informazione.

Riporto qui una delle sue ultime uscite, pubblicata sul sito di Arianna Editrice, una casa editrice che ha un catalogo ricchissimo di titoli che spingono alla riflessione e alla scoperta (è lì che per la prima volta mi sono imbattuto nelle tesi di Peter H. Duesberg, virologo di fama internazionale a capo di un gruppo di medici e ricercatori che contestano il lavoro e i pregiudizi sull’AIDS).

Inutile commentare l’articolo di Massimo Fini, data la brevità e la piacevolezza dell’argomentare, meglio leggerlo per proprio conto e soprattutto meditare sul triste destino di questa Italia di cittadini sudditi.

L’Italia d’oggi, un sistema feudale dominato dall’oligarchia dei partiti

di Massimo Fini – 26/01/2008

Secondo un sondaggio Eurispes solo il 14% degli italiani ha fiducia nei partiti. Il sondaggio ne conferma, peggiorando ulteriormente la posizione dei politici, un altro commissionato a novembre da Confindustria dove i partiti pur godendo della fiducia del 21% della popolazione (ma la ‘piena fiducia’ riguardava solo un risicatissimo 5%) risultavano all’ultimo posto, dopo l’Europa, la Chiesa, la Magistratura, i media, i sindacati e persino le Banche. Sempre dal sondaggio di Confindustria risultava però che il 77% degli italiani pensa che i partiti abbiano un grande potere. I due dati si legano. Perchè significano non solo che gli italiani hanno un a scarsissima fiducia nella capacità di governo dei partiti, ma non ne possono più dei loro abusi, dei loro soprusi, delle loro prepotenze, delle loro violenze, delle loro striscianti illegalità. E lo conferma il crescente appoggio alla Magistratura (più 10%), clamoroso se si pensa alla costante, capillare e devastante campagna di delegittimazione di cui è stata fatta oggetto dal 1994 in poi, cioè dopo Mani Pulite, dai partiti, prima di centrodestra e poi di centrodestra e centrosinistra un iti, e da quasi tutta la grande stampa nazionale.
Prendiamo il ‘sistema Mastella’, se le accuse della procura di S. Maria Capua Vetere verranno confermate. L’onorevole Mastella ha negato di aver mai preteso tangenti. Ma il ‘sistema Mastella’ faceva di peggio. Pilotava i concorsi legati agli appalti piazzando non gli architetti, gli ingegneri, i geometri, i direttori dei lavori più capaci, ma i propri protetti pretendendo poi da costoro, in cambio, dei favori, con ciò perpetuando e allargando il ‘sistema’. “Così fan tutti” si è detto. Ed è vero, tutti i partiti si comportano in questo modo nelle rispettive zone di influenza. Ma questa non è un a giustificazione, è la conferma di un generale malcostume che assume i metodi propri della mafia (la tangente non è altro che un ‘pizzo’ ottenuto attraverso il ricatto: o paghi o non lavori) che ha pesantissime ricadute sulla nostra vita e su quella dei nostri figli. Perchè significa che se un o non si infeuda a questo o quel partito ha grandissime difficoltà a lavorare. E’ un sistema feudale, dove scorrazzano oligarchie onnipresenti e onnipotenti, le quali agiscono con dei propri ‘bravi’ in chiave moderna, che potrebbe anche essere tranquillamente definito delinquenziale e che comunque non ha nulla a che vedere con la liberaldemocrazia. Questi partiti, queste oligarchie di potere, queste aristocrazie mascherate, che hanno tutti i privilegi delle aristocrazie storiche (non lavorano, non pagano le tasse su un a parte consistente dei loro profumatissimi emolumenti, hanno, di fatto, un diritto penale diverso da quello cui è soggetta la maggioranza della popolazione, girano con imponenti scorte) senza peraltro averne nemmeno gli obblighi, schiacciano l’individuo singolo, l’uomo libero che, per quel tanto di dignità che gli è stata lasciata, non vuole assoggettarsi a questi umilianti e ambigui infeudamenti, cioè proprio quel soggetto di cui il pensiero liberale intendeva valorizzare capacità, meriti, potenzialità e che sarebbe il cittadino ideale di un a democrazia, se esitesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata. Non siamo che sudditi. Che ogni tanto, con le elezioni, vengono chiamati a legittimare questo sistema infame e a scegliere da quale oligarchia preferiscono essere dominati e umiliati.

Grillo e il “non detto”, ovvero la democrazia diretta

Una settimana dal V-Day, densa di reazioni. Ma di quelle non ci occupiamo.
Leggendo un post pubblicato su Pennarossa (Con che cosa sostituiamo i partiti?), mi è venuto in mente che, almeno per quel che ho letto in giro, nessuno si è reso pienamente conto di quello che sta chiedendo Grillo. Esiste una semplice locuzione, 2 paroline, che spiegano perfettamente il senso del discorso centrale sulla distruzione dei partiti e sul loro essere “cancro della democrazia”: DEMOCRAZIA DIRETTA.

Non starò qui a fare una lezione su questo tema per molte ragioni, prima fra tutte che non sono competente. Chi ne vuole sapere in dettaglio può consultare il sito dei Democratici Diretti (sottotitolo: ogni cittadino un membro del parlamento), oppure la tormentata definizione di Wikipedia.

Quel che io penso della democrazia diretta è che è una forma di governo dello stato praticabile in contesti limitati, in cui vi sia trasparenza dell’informazione, spirito spontaneo di partecipazione da parte delle persone coinvolte, molto tempo da dedicare agli “affari della comunità”. A ben vedere, queste cose, che personalmente ritengo essenziali per una vera democrazia diretta, sono totalmente assenti nella complessa e complicata società di oggi e tali resteranno per parecchio tempo. Attenzione dunque a chi semplifica ciò che non è semplificabile e cerca di “contrabbandare” forme di demagogia e populismo travestendole da democrazia diretta: un’operazione ingannevole che ha insito in sé il rischio di pericolose derive (quelle autoritarie e dittatoriali che, ad esempio preoccupano, giustamente, Scalfari).

E’ certo però che si possono introdurre nella politica delle repubbliche costruite sulla democrazia rappresentativa degli istituti propri della democrazia diretta che ne potrebbero temperare i difetti che oggi le caratterizzano (in una parola una deriva oligarchica):

  • spazi di decisione sulla cosa pubblica riservati ai cittadini in forza di disposizioni di legge quali il bilancio partecipato.
  • referendum di tipo consultivo e propositivo, che possono integrare l’azione del parlament, soprattutto quando le questioni investono gli aspetti più “personali” dei provvedimenti.
  • forme di vincolo di mandato, per cui l’eletto non assume tout court la rappresentanza, ma principalmente un obbligo programmatico che deve rispettare e del quale risponde davanti all’elettorato e allo stato.
  • revocabilità della delega assunta al momento dell’elezione a seguito di modifiche del parere dell’elettorato.

Appare evidente che si tratta di strumenti con lama a doppio taglio, che presentano notevoli rischi, soprattutto nelle società che vedono un forte ruolo della comunicazione di massa e regole di sistema che non garantiscono pluralismo e trasparenza. In ogni caso, in questo momento, potrebbero essere un segnale di cambiamento.

Chi, come me, ha avuto modo di vivere dal di dentro i gruppi di Grillo, sa che il tema della democrazia diretta è uno dei più frequentati, proprio perché solletica quel senso di espropriazione che si vive nell’Italia di oggi. Fra le iniziative più produttive in questo senso, si può segnalare la volontà di creare o sostenere una rete di liste civiche.

In questo e in ciò che propone Grillo si intravede il senso nebuloso della sua proposta.

Ma, a parte la generale confusione di idee di Grillo e dei gruppi di liberi cittadini che ruotano attorno alle sue proposte e al loro punto di aggregazione (l’ormai famoso meetup di Beppe Grillo), sulla possibilità di costruire “liste civiche” nazionali ho dei seri dubbi.

Aggiornamento

Non ho fatto in tempo a scrivere questo post, che è partito l’annuncio dal blog di Beppe Grillo sul tema delle liste civiche… quando si dice la preveggenza…