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I preti inglesi rispettino gli omosessuali

L'articolo apparso sul Daily Mail

L'articolo apparso sul Daily Mail

Il Daily Mail di sabato 29 novembre informa che un non meglio specificato vescovo cattolico inlgese ha diffidato i preti sotto la sua giurisdizione dall’utilizzare un linguaggio che possa offendere gli omosessuali.

L’invito è a non dare per scontato che tutti i fedeli siano eterosessuali ed evitare dunque espressioni che potrebbero risultare offensive o derisorie per i fedeli omosessuali e per i loro familiari.

Per rinforzare queste raccomandazioni, il vescovo ha fatto produrre un breve guida in cui riassume il suo pensiero e le sue direttive in questo senso:

  • non utilizzare un linguaggio eterosessista
  • evitare battute e simili espressioni basate sull’omofobia, perché potrero essere molto dolorose ed offensive
  • appendere manifesti che promuovano servizi sociali per i fedeli omosessuali.

Alla notizia hanno reagito positivamente rappresentanti delle associazioni omosessuali, sottolineando quanto possa essere di conforto ai fedeli omosessuali questa notizia, rimarcando inoltre il notevole cambio di direzione e rammaricandosi per i residui di profonda omfobia contenuti nel catechismo e nelle esternazioni del papa.

Dall’altro lato, i commentatori cattolici mettono in discussione il potere del vescovo di allontanarsi dalla dottrina e di assumere un atteggiamento più aperto e conciliante verso i fedeli omosessuali.

Dopo aver letto delle incredibili esternazioni che il Vaticano ha diramato sulla proposta della Francia all’ONU per la depenalizzazione globale dell’omosessualità, c’è da rallegrarsi profondamente che vi siano esponenti della gerarchia della Chiesa in grado di leggere la realtà per quella che è e lanciare chiari segnali sia alla comunità eccelsiastica, sia alla cittadinanza per smorzare i toni e togliere alimento e sostanza alla recrudescenza di violenza oscurantista che il Vaticano sembra voler incoraggiare in ogni modo e in ogni forma.

Tonache rosse alla riscossa: cresce l’offensiva contro l’aborto

Ne avevamo già parlato non molto tempo fa. Ed era stato facile intuire come si sarebbero mossi. Dopo l’alzata di Ferrara e la schiacciata di BXVI, ecco che arrivano i direttori delle cliniche ginecologiche di 4 dei maggiori atenei romani (Sapienza, Tor Vergata, Campus Bioetico -Opus Dei n.d.r.- e Cattolica), che con un loro documento congiunto (all. 1 in calce), scatenano un putiferio di discussioni (all. 2 in calce) al quale prontamente si aggiunge il nostro BXVI (all. 3 in calce) con le sue eleganti scarpette lavorate a mano.

Può essere interessante approfondire il materiale di discussione, anche se emergono alcune considerazioni a margine:

  1. il medico che interviene praticando la rianimazione di un feto abortito, compie un abuso? A mio parere no. La donna, che ha esercitato il suo diritto di abortire in base alla legge, con tale decisione in qualche modo “rinuncia” alla propria maternità. Se il bimbo sopravvive (ed in quali condizioni di salute) è problema di altra natura che qui non intendo dibattere: certo è che si tratterà di un bimbo destinato all’adozione o alla vita in istituto.
  2. la linea disegnata dai ginecologi degli atenei romani costituisce un abuso? A mio parere no. Purché non si traduca in accanimento terapeutico e nella sua imposizione al medico che interviene. Il medico, in coscienza decide cosa fare e dove fermarsi. Quindi si alla linea guida per chi intende attenervisi, no se diventa coercitiva.
  3. il documento dei medici ginecologi di Roma, mette in discussione la 194? No. Dato che si parla di aspetti che riguardano il trattamento del feto post intervento.
  4. la chiesa è interessata a combattere l’aborto? No, la chiesa intende rendere illegale l’aborto, ben sapendo che comunque sarà un fenomeno presente nella clandestinità della società. L’interesse della chiesa è di mantenere le coscienze dei fedeli in uno stato di subordinazione: se abortisci, compi un peccato mortale, quindi devi sostenerne la colpa e solo nella chiesa potrai trovare qualche forma di accoglienza nel perdono. Ovviamente, ci sono moltissime donne cattoliche che praticano l’aborto…

Allegato 1 – Aborto, documento dei ginecologi: “Il feto deve essere rianimato”

ROMA – “Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente”. Così si legge in un documento congiunto, firmato dai direttori delle cliniche di Ostetricia e Ginecologia di tutte e quattro le facoltà di Medicina delle università romane: La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e il Campus Biomedico. Secondo i cattedratici, infatti, “con il momento della nascita la legge attribuisce la pienezza del diritto alla vita e, quindi, all’assistenza sanitaria”. Di fatto, nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un’interruzione di gravidanza, il neonatologo deve intervenire per rianimarlo, “anche se la madre è contraria, perché prevale l’interesse del neonato”.

Il documento è stato presentato al termine di un convegno, promosso dalle stesse cattedre, all’ospedale Fatebenefratelli di Roma, in occasione della Giornata della Vita. “Nell’immediatezza della nascita – afferma Cinzia Caporale, biologa e membro del Comitato nazionale di Bioetica – il medico deve agire in scienza e coscienza sull’opzione di rianimare, indipendentemente dai genitori, a meno che non si palesi un caso di accanimento terapeutico”.

Nel documento, il caso degli aborti dopo la 22esima settimana non viene esplicitamente citato, ma la presa di posizione ricalca le preoccupazioni già espresse dai vescovi italiani, riguardo ai casi di interruzione volontaria di gravidanza dopo il quarto mese, quando cioè le moderne tecniche di rianimazione consentirebbero di mantenere in vita il feto.

“L’attività rianimatoria esercitata alla nascita – si legge nel testo – dà il tempo necessario per una migliore valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva e delle possibilità di sopravvivenza, e permette di discutere il caso con il personale dell’Unità ed i genitori”. Tuttavia, concludono i firmatari, “se ci si rendesse conto dell’inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna evitare a ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi in accanimento terapeutico”.

Il medico, quindi, come precisa Caporale, deve rianimare sempre. Nell’ipotesi in cui il feto sopravviva all’aborto “non ritengo necessario chiedere il consenso della madre – sottolinea la biologa membro del Comitato nazionale di bioetica – in questo caso infatti si esercita un’opzione di garanzia con cui si tutela un individuo vulnerabile e fragile, qual è il neonato, in una fase in cui non si hanno certezze cliniche”. “Secondo me – aggiunge – si può presumere lo stato di abbandono giuridico del neonato da parte della madre, che ovviamente può tornare indietro sulla sua decisione”.

“Non si può decidere di assistere un neonato solo in base alla settimana di gravidanza – spiega Domenico Arduini, direttore della Clinica ostetrica e ginecologica di Tor Vergata – ma in base alla patologia della madre e del figlio. Un bambino nato alla 21esima settimana non sopravvive, ma già a partire dalla 22esima ha tra il 14 e il 26% di possibilità”. Salgono le aspettative di vita dalla 23esima settimana: “Al primo giorno le probabilità oscillano tra il 30 e il 47% – dice Giuseppe Noia, docente di Medicina prenatale alla Cattolica – oggi rispetto a dieci anni di fa migliorano le aspettative di sopravvivenza, ma il problema della scelta dell’assistenza è sul futuro del neonato e un’eventuale disabilità. Alcuni genitori preferiscono addirittura che i loro bimbi non vengano assistiti”.

Allegato 2 – Aborto, il documento dei medici
riapre lo scontro sulla 194

ROMA – Distinguo, precisazioni e polemiche al centro del dibattito politico e scientifico, all’indomani della stesura del documento firmato da un gruppo di cattedratici delle facoltà di Medicina delle università di Roma. Un testo nel quale si sostiene che nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un’interruzione di gravidanza, il neonatologo deve intervenire per rianimarlo anche senza chiedere l’autorizzazione alla madre. A riaccendere la discussione sulla legge 194, arriva anche l’appello anti-aborto di Benedetto XVI.

Esprime “rispetto e distanza”, nei confronti delle affermazioni del Papa, Fausto Bertinotti, “rispetto perché da tutte le cattedre religiose vengono delle sollecitazioni su temi etico-morali che le grandi componenti laiche, un po’ sopraffatte dall’idea mercantile e scientista, hanno dimenticato. Ma questa non è una buona ragione per ascoltare queste parole con una dipendenza”. Il presidente della Camera ritiene che “la legge sull’aborto in Italia sia una grande conquista di civiltà” che “dà uno spazio anche di sofferenza ma di libertà alle donne”.

Per il ministro della Salute, Livia Turco, il documento dei ginecologi “non parla della 194, legge importante che va difesa e ben applicata. A fronte del problema dell’assistenza ai neonati pretermine – ribadisce Turco – c’è una raccomandazione agli operatori che ruota attorno a un principio: laddove c’é un principio di vitalità e la possibilità di vita, dev’essere fatto di tutto per rianimare il feto senza accanimento e coinvolgendo, passo dopo passo, la madre e i genitori”.

L’Udeur si associa al documento dei cattedratici, con la responsabile di bioetica del partito, Wanda Ciaraldi, che auspica un aggiornamento della legge “alla luce delle nuove tecniche di rianimazione dei prematuri, perché ogni feto ha diritto di essere curato né è pensabile che a tanti anni di distanza la 194 debba essere considerata intoccabile”. E Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, che ha partecipato all’Angelus di Benedetto XVI, ribadisce che “a nessuno è permesso minimizzare il dramma umano e professionale del medico che si trova davanti a un prematuro nelle cui vene si vede pulsare il sangue”.

Il documento dei medici conferma che “la scienza è al servizio della vita”, dice Alfredo Mantovano di An, che plaude ai docenti e alla loro difesa della vita, perché ciò conferma a suo giudizio “che l’università italiana non è assimilabile alle poche decine di professori che hanno protestato per la visita del Papa alla Sapienza, e che la scienza è capace di porsi al servizio dell’uomo quando aderisce al dato di realtà”.

“Profondo sdegno” è espresso da Gavino Angius, che a nome dei Socialisti interviene nella polemica e parla di “aggressione alla 194 perpetrata nelle ultime settimane dalle gerarchie vaticane e da gruppi a essere contigui. La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza – aggiunge – è buona e ha salvato migliaia di donne dalla piaga dell’aborto clandestino, tutelandone la salute”. Sulla stessa linea la segretaria radicale Rita Bernardini: “Condannare alla sofferenza non è difesa della vita” dice, attaccando “i potenti del Vaticano, dei partiti e della medicina” e chi “vuole scegliere per gli altri al posto dei genitori, della madre, e prendere decisioni sulla vita di innocenti condannandoli ad un’esistenza di inferno sulla Terra”.

Contestati, a Cassino, al grido “vergogna, vergogna”, da attivisti favorevoli alla 194, la senatrice del Pd Paola Binetti e il direttore del Foglio Giuliano Ferrara si sono schierati a favore del documento firmato dai professori. La contestazione è scattata quando sono entrati nella sala conferenze dell’Aula Pacis dell’università di Cassino per un convegno organizzato dalla diocesi locale in occasione della Giornata per la vita. Gli slogan sono stati urlati da una sessantina di persone che partecipavano a un sit-in della Cgil, della Uil e delle associazioni “Facciamo breccia”, “Arcobaleno” e “Clr di Roma” a sostegno della legge 194, organizzato fuori della sala della conferenza.

Allegato 3 – Il Papa: “La vita va difesa anche prima della nascita”

CITTA’ DEL VATICANO – La vita deve essere essere “tutelata” e “servita” sempre, “ancora più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e cure, sia prima della nascita che nella sua fase terminale”. Lo ha riaffermato oggi Papa Benedetto XVI, prima della preghiera dell’Angelus in Piazza San Pietro.Il nuovo appello di Ratzinger contro l’aborto e l’eutanasia prende spunto dalla “Giornata per la Vita”, promossa dalla Conferenza episcopale italiana, che si celebra oggi in tutte le parrocchie del Paese. E arriva il giorno dopo il documento di quatto ospedali degli atenei romani favorevoli a tentare di tenere in vita il feto dopo un’interruzione di gravidanza anche contro la volontà della donna.

“Ognuno, secondo le proprie possibilità professionalità e competenze – ha detto il Pontefice – si senta sempre spinto ad amare e servire la vita, dal suo inizio al suo naturale tramonto. E’ infatti impegno di tutti accogliere la vita umana come dono da rispettare, tutelare e promuovere, ancor più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e di cure, sia prima della nascita che nella sua fase terminale”.

“Mi unisco ai vescovi italiani – ha detto ancora il Papa – nell’incoraggiare quanti, con fatica ma con gioia, senza clamori e con grande dedizione, assistono familiari anziani o disabili, e a coloro che consacrano regolarmente parte del proprio tempo per aiutare quelle persone di ogni età la cui vita è provata da tante e diverse forme di povertà”.

Il Papa ha anche ricordato la difficile situazione internazionale chiedendo pace per il Kenya e auspicando che “gli sforzi di mediazione attualmente in atto possano avere successo e condurre, grazie alla buona volontà e alla collaborazione di tutti, ad una rapida soluzione del conflitto, che ha già provocato troppe vittime”.

Benedetto XVI ha anche rivolto la sua preghiera all’Iraq sconvolto dai recenti attentati: “Elevo di nuovo la mia voce in favore di quella popolazione duramente provata e per essa invoco la pace di Dio”. E agli ostaggi in Colombia, chiedendo che la loro sofferenza termini. “Non smetto di elevare ferventi suppliche a Dio per la Colombia – ha detto – dove da diverso tempo molti figli e figlie di questo amato Paese patiscono l’estorsione, il sequestro la perdita violenta dei propri cari”. “Chiedo al Signore – ha aggiunto – che termini immediatamente questa sofferenza inumana e si trovino le strade della riconciliazione, del rispetto reciproco e della concordia sincera, ritornando così la fraternità e la solidarietà che sono le basi solide per ottenere il giusto progresso e costruire una pace stabile”.

BXVI: Il ruolo dei media

Repubblica.it, nella giornata della caduta vespertina del 3° governo Prodi, pubblica un interessante articolo dedicato ad un intervento di BXVI, il papa noto per essere silenzioso e imbavagliato, a causa di una potente organizzazione di studenti romani.

In un suo messaggio (in calce, intitolato I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla) inviato in occasione della celebrazione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, il papa si scaglia contro i media che sono “megafono del materialismo” e alimentano un “protagonismo indiscriminato”, che crea la realtà piuttosto che rappresentarla.

In apparenza il discorso non farebbe una grinza, anzi vi sono ampi passagi del messaggio ampiamente condivisibili, ad esempio quando si dice che “i media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale”, oppure quando BXVI denuncia la pubblicità ossessiva e l’imposizione di modelli di distorti.

Le cose assumono tutt’altra piega quando si introducono alcuni concetti e si arriva ad alcune conclusioni che mi trovano completamente in disaccordo. A far da eco al solito disco rotto contro il materialismo economico ed il relativismo etico, ecco che BXVI parla di info-etica (Più di qualcuno pensa che sia oggi necessaria, in questo ambito, un’”info-etica” così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita) .

Quando BXVI si riferisce a modelli distorti, mi friccicano i neuroni: distorti rispetto a quali modelli? Comincio ad agitarmi di più quando parla genericamente di trasgressione, volgarità e violenza, sempre in modo generico: trasgressione rispetto a cosa, a quale “modello”, a quale “regola”? Siamo insomma alle solite: esiste un’unico punto di riferimento, la Verità (proclamata da BXVI); occorre un’etica nell’informazione e nella comunicazione mediatica; quindi questa etica deve essere costruita sull’unica Verità che esiste. Un sillogismo ineccepibile, ma è noto a tutti che a forza di sillogismi, potremmo arrivare a dire anche che noi stessi non siamo vivi! Si parte infatti da un’affermazione assiomatica, che pur non dimostrabile, viene presa per buona (esiste una sola verità). Ne consegue che tutto il ragionamento non tiene, perché basato su una proposizione opinabile.

E i brividi diventano di terrore, quando dai media tradizionali, penso a Internet…

….

CITTA’ DEL VATICANO – Papa Benedetto XVI, nel tradizionale messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ammonisce che dai mass media rischiano di abbattersi sull’umanità “possibilità abissali di male” e denuncia la “pubblicità ossessiva”, l’imposizione di modelli e valori di vita “distorti”, la “trasgressione, la volgarità e la violenza”, usate per catturare il pubblico.

I media – scrive Papa Ratzinger – “possono e devono essere strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale”; tuttavia, avverte, “non manca il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettati dagli interessi dominanti del momento”. In particolare, spesso diventano “il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo”

“L’umanità si trova di fronte ad un bivio. – dice il Papa nel messaggio odierno – Anche per i media – osserva – vale quanto ho scritto nell’Enciclica Spe Salvi circa l’ambiguità del progresso che offre inedite possibilità di bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano”.

“Occorre pertanto chiedersi – prosegue – se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti ad un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze”. “Non sarebbe piuttosto doveroso – chiede Benedetto XVI – far sì che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore?”.

Mentre invece “oggi – denuncia il Pontefice – in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede”. “Si costata, ad esempio – si legge nel messaggio – che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per ‘creare’ gli eventi stessi. Questo pericoloso mutamento della loro funzione è avvertito con preoccupazione da molti Pastori”.

D’altra parte, i media hanno un ruolo fondamentale nella società: “Senza il loro apporto – scrive il Papa – sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale”.

“I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando – conclude il Papa – il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana”.

(24 gennaio 2008)

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI
PER LA XLII GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Domenica, 4 maggio 2008
I mezzi di comunicazione sociale:
al bivio tra protagonismo e servizio.
Cercare la verità per condividerla

Cari fratelli e sorelle!

1. Il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – “I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla” – pone in luce quanto importante sia il ruolo di questi strumenti nella vita delle persone e della società. Non c’è infatti ambito dell’esperienza umana, specialmente se consideriamo il vasto fenomeno della globalizzazione, in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi. In proposito, scrivevo nel Messaggio per la Giornata della Pace dello scorso 1° gennaio: “I mezzi della comunicazione sociale, per le potenzialità educative di cui dispongono, hanno una speciale responsabilità nel promuovere il rispetto per la famiglia, nell’illustrarne le attese e i diritti, nel metterne in evidenza la bellezza” (n. 5).

2. Grazie ad una vorticosa evoluzione tecnologica, questi mezzi hanno acquisito potenzialità straordinarie, ponendo nello stesso tempo nuovi ed inediti interrogativi e problemi. È innegabile l’apporto che essi possono dare alla circolazione delle notizie, alla conoscenza dei fatti e alla diffusione del sapere: hanno contribuito, ad esempio, in maniera decisiva all’alfabetizzazione e alla socializzazione, come pure allo sviluppo della democrazia e del dialogo tra i popoli. Senza il loro apporto sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale. Sì! I media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale. Non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento. E’ il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva. Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza. Vi è infine la possibilità che, attraverso i media, vengano proposti e sostenuti modelli di sviluppo che aumentano anziché ridurre il divario tecnologico tra i paesi ricchi e quelli poveri.

3. L’umanità si trova oggi di fronte a un bivio. Anche per i media vale quanto ho scritto nell’Enciclica Spe salvi circa l’ambiguità del progresso, che offre inedite possibilità per il bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano (cfr n. 22). Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze. Non sarebbe piuttosto doveroso far sì che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano “la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore” (ibid.)? La loro straordinaria incidenza nella vita delle persone e della società è un dato largamente riconosciuto, ma va posta oggi in evidenza la svolta, direi anzi la vera e propria mutazione di ruolo, che essi si trovano ad affrontare. Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si costata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi. Questo pericoloso mutamento della loro funzione è avvertito con preoccupazione da molti Pastori. Proprio perché si tratta di realtà che incidono profondamente su tutte le dimensioni della vita umana (morale, intellettuale, religiosa, relazionale, affettiva, culturale), ponendo in gioco il bene della persona, occorre ribadire che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente praticabile. L’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone pertanto questioni non eludibili, che attendono scelte e risposte non più rinviabili.

4. Il ruolo che gli strumenti della comunicazione sociale hanno assunto nella società va ormai considerato parte integrante della questione antropologica, che emerge come sfida cruciale del terzo millennio. In maniera non dissimile da quanto accade sul fronte della vita umana, del matrimonio e della famiglia, e nell’ambito delle grandi questioni contemporanee concernenti la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, anche nel settore delle comunicazioni sociali sono in gioco dimensioni costitutive dell’uomo e della sua verità. Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale, finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone. Ecco perché è indispensabile che le comunicazioni sociali difendano gelosamente la persona e ne rispettino appieno la dignità. Più di qualcuno pensa che sia oggi necessaria, in questo ambito, un’”info-etica” così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita.

5. Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. Essi possono e devono invece contribuire a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro che tendono a negarla o a distruggerla. Si può anzi dire che la ricerca e la presentazione della verità sull’uomo costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale. Utilizzare a questo fine tutti i linguaggi, sempre più belli e raffinati di cui i media dispongono, è un compito esaltante affidato in primo luogo ai responsabili ed agli operatori del settore. E’ un compito che tuttavia, in qualche modo, ci riguarda tutti, perché tutti, nell’epoca della globalizzazione, siamo fruitori e operatori di comunicazioni sociali. I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana (cfr Lett. ap. Il rapido sviluppo, 10).

6. L’uomo ha sete di verità, è alla ricerca della verità; lo dimostrano anche l’attenzione e il successo registrati da tanti prodotti editoriali, programmi o fiction di qualità, in cui la verità, la bellezza e la grandezza della persona, inclusa la sua dimensione religiosa, sono riconosciute e ben rappresentate. Gesù ha detto: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32). La verità che ci rende liberi è Cristo, perché solo Lui può rispondere pienamente alla sete di vita e di amore che è nel cuore dell’uomo. Chi lo ha incontrato e si appassiona al suo messaggio sperimenta il desiderio incontenibile di condividere e comunicare questa verità: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi – scrive san Giovanni -, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […], noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1, 1-3).
Invochiamo lo Spirito Santo, perché non manchino comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità che, fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede, “sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli” (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Parabole mediatiche, 9 novembre 2002).

Con questo auspicio a tutti imparto con affetto la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2008, Festa di San Francesco di Sales.

BENEDICTUS PP. XVI

Prove generali di “evoluzione”

Docenti e studenti della Sapienza, presumibilmente di sinistra, chiedono l’annullamento della visita del papa all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università. Il papa rinuncia, vince sul piano mediatico, ma qualche cosa si incrina. Il giorno dopo del raduno “oceanico” (organizzato con amplissimo anticipo, dato che si trattava di un incontro con le scuole programmato da tempo) a Piazza S. Pietro, un sondaggio che rivela che la chiesa scivola sotto il 50% nella fiducia: meno di 1 italiano su 2 ha fiducia nell’istituzione.

Non passano 24 ore, che un gruppo di ragazzi di Fiamma Tricolore (un’organizzazione accreditata dai media come neo fascista), inscena una protesta contro la “bolla” del Grande Fratello, al grido “la casa non è uno scherzo! Mutuo sociale, casa di proprietà”. Passano, fanno danni (soprattutto mediatici) alle attrezzature e se ne vanno indisturbati, nonstante la presenza delle forze dell’ordine (in vero pochine e poco attrezzate a giudicare dai filmati).

Due espressioni agli antipodi, che si caratterizzano per la presenza di ragazzi e ragazze, giovani che stanno iniziando a contestare pesantemente, anche in modo violento, gli stereotipi e i modelli tradizionali.

Sullo sfondo una politica meschina che a stento riesce a vedere la punta del proprio naso e “non è capace di leggere”, ma solo di attribuire inutili etichette ideologiche. I segnali sono evidenti, deboli, ma molto evidenti. Mi aspetto da qui a qualche mese delle contestazioni crescente e violente. Spero che servano a schiarire le idee a qualcuno e che soprattutto i danni alle persone siano limitati.

Paolo Flores d’Arcais scrive a Napolitano

Paolo Flores d’Arcais ha scritto una lettera aperta al Presidente Napolitano (pubblicata il 20 gennaio su “Liberazione”), suggerendogli che sarebbe stato maggiormente opportuno chiedere scusa a Cini, piuttosto che al papa.

Caro Presidente,
tempo fa, dovendo scriverti per invitarti ad una iniziativa di MicroMega, chiesi tramite il tuo addetto stampa se dovevo continuare ad usare il “tu” della consuetudine precedente la tua elezione, o se era più consono che usassi il “lei”, per rispetto alla carica istituzionale. Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti sapere che preferivi che continuassi a scriverti con il “tu”, è in questo modo che mi rivolgo a te in questa lettera aperta, tanto più che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia inzuccherare la critica con la deferenza del “lei”.

Il mio dissenso, ma si tratta piuttosto di stupore e di amarezza, riguarda la lettera di scuse che in qualità di Presidente, dunque di rappresentante dell’unità della nazione, hai inviato al Sommo Pontefice per l’intolleranza di cui sarebbe stato vittima. E’ verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe addirittura impedito al Papa di parlare nell’aula magna della Sapienza, anzi perfino di muoversi liberamente nella sua città, hanno vociato e scritto tutti i media, spesso con toni parossistici.

Ma è altrettanto vero che di tali azioni non c’è traccia alcuna nei fatti. La modesta verità dei fatti è che il magnifico rettore (senza consultare preventivamente il senato accademico, ma mettendolo di fronte al fatto compiuto, come riconosciuto dallo stesso ex-portavoce della Santa Sede Navarro-Vals in un articolo su Repubblica) ha invitato il Papa come ospite unico in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico (a cui partecipano in nome della Repubblica italiana il ministro dell’università e il sindaco di Roma), e che, avutane notizia dalla agenzia Apcom il professor Marcello Cini (già dallo scorso novembre) e alcune decine di suoi colleghi (più di recente) hanno espresso per lettera al rettore un loro civilissimo dissenso.

Quanto agli studenti, nell’approssimarsi della visita alcuni di loro hanno espresso l’intenzione di manifestare in modo assolutamente pacifico un analogo dissenso, nella forma di ironici happening.

Il rettore Guarini ha comunque rinnovato al Papa l’invito, e tanto il Presidente del Consiglio Romano Prodi quanto il ministro degli Interni Giuliano Amato hanno esplicitamente escluso che si profilasse il benché minimo problema di ordine pubblico (malgrado la campagna allarmistica montata dal quotidiano dei vescovi italiani, “L’Avvenire”, rispetto a cui le dichiarazioni di Prodi e Amato suonavano esplicita smentita). Nulla, insomma, impediva a Joseph Ratzinger di recarsi alla Sapienza e pronunciare nell’aula magna la sua allocuzione.

Di pronunciare, sia detto en passant e per amore di verità, il suo monologo, visto che nessun altro ospite contraddittore o “discussant” era previsto, e un monolo-go resta a tutt’oggi nella lingua italiana l’opposto di un dialogo, checchè ne abbia mentito l’unanime coro mediatico-politico (che di rifiuto laicista del dialogo continua a parlare), a meno di non ritenere che tale opposizione, presente ancora in tutti i dizionari in uso nelle scuole, sia il frutto avvelenato del già stigmatizzato complotto laicista.

Tutto dunque lasciava prevedere che la giornata si sarebbe svolta così: mentre Benedetto XVI pronunciava il suo monologo nell’aula magna, tra il plauso deferente dei presenti (e in primo luogo del ministro Mussi e del sindaco Veltroni), ad alcune centinaia di metri di distanza alcuni professori di fisica avrebbero tenuto un dibattito sui rapporti tra scienza e fede esprimendo opinioni decisamen-te diverse da quelle del regnante Pontefice, e ad altrettanta debita distanza qualche centinaio di studenti avrebbe innalzato cartelli di protesta e maschere ironiche. Ironia che può piacere o infastidire, esattamente come le vignette contro il profeta Maometto, ma che costituisce irrinunciabile conquista liberale.

Dove sta, in tutto ciò, l’intolleranza? E addirittura la prevaricazione con cui si sarebbe messo al Papa la mordacchia (secondo l’happening inscenato in aula magna dagli studenti di Comunione e liberazione)?

A me sembra che intolleranza – vera e anzi inaudita – sarebbe stato vietare ad un gruppo di docenti di discutere in termini sgraditi ai dogmi di Santa Romana Chiesa, e ad un gruppo di studenti di manifestare pacificamente le loro opinioni, ancorché in forme satiricamente irridenti. Se anzi di tali divieti si fosse solo fatto accenno da parte di qualche autorità, credo che un numero altissimo di cittadini si sarebbe sentito in dovere di rivolgersi a te quale custode della Costituzione, con toni di angosciata preoccupazione per libertà fondamentali messe così platealmente a repentaglio. Ma, per fortuna (della nostra democrazia), nessun ac-cenno del genere è stato fatto.

Il Sommo Pontefice non era di fronte ad alcun impedimento, dunque. Ha scelto di non partecipare perché evidentemente non tollerava che, pur avendo garanzia di poter pronunciare quale ospite unico il suo monologo in aula magna, nel resto della città universitaria fossero consentite voci di dissenso, anziché risuo-nare un plauso unanime.

Non è, questa, una mia malevola interpretazione, visto che sono proprio gli ambienti vaticani ad aver riferito che il Papa preferiva rinunciare a recarsi in visita presso una “famiglia divisa” (cioè il mondo accademico e studentesco della Universitas studiorum, la cui quintessenza istituzionale è però proprio il pluralismo delle opinioni). Ma pretendere quale conditio sine qua non per la propria partecipazione un plauso unanime non mi sembra indice di propensione al dialogo bensì, piuttosto, di vocazione totalitaria.

Non vedo dunque per quale ragione tu abbia ritenuto indispensabile, a nome di tutta la nazione di cui rappresenti l’unità, porgere al Papa quelle solenni scuse. Che ovviamente, data la tua autorità, hanno fatto il giro del mondo. Se c’è qualcuno che aveva diritto a delle scuse, semmai, è il gruppo di illustri docenti, tutti nomi di riconosciuta statura internazionale nel mondo scientifico, e che tengono alto il prestigio italiano nel mondo, a contrappeso dell’immagine di “mondezza” e politica corrotta ormai prevalente all’estero per quanto riguarda il nostro paese. Questi studiosi sono stati infatti accusati di fatti mai avvenuti, e insolentiti con tutte le ingiurie possibili (“cretini” è stato il termine più gentile usato dai maestri di tolleranza [Cacciari, ndD] che si sono scagliati contro il diritto di critica di questi studiosi).

Né si può passare sotto silenzio il contesto in cui il monologo di Benedetto XVI si sarebbe svolto, contesto caratterizzato da due aggressive campagne scatenate dalle sue gerarchie cattoliche. Trascuriamo pure la prima, cioè i rinnovati e sistematici attacchi al cuore della scienza contemporanea, l’evoluzionismo darwiniano (bollato di “scientificità non provata” da un recente volume ratzingeriano uscito in Germania), benché il rifiuto della scienza non sia cosa irrilevante per chi dovrebbe aprire l’anno accademico della più importante università del paese.

Infinitamente più grave mi sembra la seconda, la qualifica di assassine scagliata dal Papa e dalle sue gerarchie, in un crescendo di veemenza e fanatismo, contro le donne che dolorosamente abbiano scelto di abortire. Questo sì dovrebbe risultare intollerabile. Se un gruppo di scienziati accusasse Papa Ratzinger, o solo an-che il cardinal Ruini, il cardinal Bertone, il cardinal Bagnasco, di essere degli assassini, altro che lettere di scuse!

E perché mai, invece, ciascuno di loro può consentirsi di calunniare come assas-sina, nel silenzio complice dei media e delle istituzioni, ogni donna che abbia deciso di utilizzare una legge dello Stato confermata da un referendum popolare?

Se vogliono rivolgersi alle donne del loro gregge ricordando che l’aborto, anche un giorno dopo il concepimento, è un peccato mortale, e che quindi andranno all’inferno, facciano pure, proprio in base a quel “libera Chiesa in libero Stato” che il Risorgimento liberale e moderato di Cavour ci ha lasciato in eredità. Ma diffamare come assassine cittadine italiane che nessun reato hanno commesso è una enormità che non può essere passata sotto silenzio, e non sono certo il solo ad essermi domandato con amarezza perché, in quanto custode dell’unità della nazione e dunque anche delle sue radici risorgimentali, tu non abbia fatto risuonare la protesta dello Stato repubblicano.

La canea di accuse e di menzogne di questi giorni mi ha portato irresistibilmente alla memoria una piccola esperienza di oltre quarant’anni fa, nel 1966, quando – giovane universitario iscritto al Partito comunista da meno di tre anni – vissi incredulo l’esperienza di un congresso (l’XI, se non ricordo male) di un Partito che si vantava di essere sostanzialmente più libero e democratico degli altri (per questo, del resto, vi ero entrato, come milioni di italiani), in cui Pietro Ingrao, per aver moderatissimamente avanzato l’idea di un “diritto al dissenso” fu investito da una esondazione di critiche e vituperi, compresa l’accusa di essere proprio lui un intollerante!

Con una differenza sostanziale e preoccupante: che allora tale capovolgimento della realtà, versione soft ma non indolore dell’incubo orwelliano, riguardava solo un partito. Oggi investe l’intero paese, la sua intera classe politica, la quasi totalità dei suoi mass-media.

Ecco perché spero che tu voglia prestare attenzione anche all’angosciata preoccupazione di quei segmenti laici (o laicisti, come preferisce la polemica corrente) del paese, non so se maggioritari o minoritari (ma la democrazia liberale, a cui ci hai più volte richiamato, è garanzia di parola e ascolto anche per il dissenso più sparuto, fino al singolo dissidente), che ormai vengono emarginati o addirittura cancellati dalla televisione, cioè dallo strumento dominante dell’informazione, e il cui diritto alla libertà d’opinione viene di conseguenza vanificato, mentre ogni tesi oscurantista può dilagare e spadroneggiare.

Con stima, con speranza, con affetto, credimi,
tuo Paolo Flores d’Arcais.