Scrive Marco Alessandro Giusta (e io sintetizzo in calce, sperando di non alterare il suo pensiero) alcune argomentazioni nelle quali mi trovo perfettamente a mio agio e che appoggio pienamente, essendo esse fortemente confinanti con le mie opinioni più volte espresse per iscritto e a parole, in differenti (e comunque poche) occasioni di dibattito.
A quanto scrive Giusta, vorrei aggiungere che, proprio a partire dagli slogan si può trovare una sintesi comune, anche se difficilmente ci arriveremo in tempi brevi (invecchiando, divento pessimista).
In realtà, orgoglio della diversità e ricerca dell’uguaglianza, così come liberazione sessuale e sessualità consapevole non sono altro che le facce contrapposte di una stessa medaglia. Uno slogan è necessariamente sintesi di un pensiero ed un pensiero è necessariamente figlio dell’epoca in cui viene elaborato.
Attorno agli anni ’60-’70 l’intera civiltà occidentale era percorsa dall’esigenza della liberazione: dei costumi sessuali, delle minoranze relegate ad un apartheid reale e di quelle neglette in un apartheid fatto di pregiudizi e di ipocrisia sociale. Una liberazione che era l’esigenza espressa dalle persone che nascevano agli sgoccioli della dittatura fascista e che si emancipavano nelle aule delle università, contagiando anche le scuole di grado inferiore. Si potrebbe forse parlare di un sano “furore liberatorio”, quasi un’iconoclastia degli orrori della guerra, delle dittature e del pregiudizio fatto dimensione e regola sociale (vizi privati e pubbliche virtù).
E quindi, necessariamente, in quell’epoca in cui nasceva, il movimento era innestato fra la contestazione studentesca, il femminismo e la nascente violenza terrorista. In quelle condizioni, dunque LIBERAZIONE (sessuale si, ma non solo, dunque) era espressione giustamente attuale, forte, evocativa, emozionante e soprattutto sintesi di una volontà di cambiamento diffusa, che permeava sottilmente, ma inesorabilmente tutta la società, a partire dagli strati più “giovani”, su su verso quelli più agé.
Non solo. Proprio ripartendo da quella che era la società negli anni ’50 e ’60 (quindi poco prima dell’esplosione dei movimenti), nella quale i ruoli (non solo quelli legati al genere sessuale maschio-femmina, uomo-donna, padre-madre) erano vere e proprie gabbie e le società si reggevano sull’UNIFORMITA’, ovvero sul conformismo, nasceva il senso l’attenzione ed il rispetto per la diversità. Una diversità che i Lumi avevano già sancito essere l’essenza del processo di selezione naturale (sintomo della capacità di adattamento e dunque di sopravvivere: non sopravvive chi è più forte, ma chi è più capace di adattarsi all’ambiente), ma che non entrava nella società, non riusciva ad imporsi come modello di sviluppo. Sempre di quegli anni, per chi lo ricorda, sono figli gli sviluppi di un’antropologia in chiave moderna e di movimenti che tendono a valorizzare e proteggere le società “liminali”, ovvero quelle che la grande civiltà occidentale ha quasi spazzato via o che si accinge a spazzare via. Ed ecco quindi che anche DIVERSITA’ assume un connotato forte ed evocativo. Si fanno spazio modelli che alludono e fanno intravedere non un mondo di polarità contrapposte (bianchi-neri, vincenti-perdenti, civili-selvaggi), ma un insieme dinamico di flussi fra aggregazioni. E così si sviluppa il pensiero sugli orientamenti e sulle identità sessuali, che ancora oggi continua e che ci porta, noi stessi a scoprire quanta strada proprio noi stessi dobbiamo ancora percorrere per accettare pienamente il fatto che ogni diversità è degna di rispetto. E per essere chiaro, parlo di diversità di opinioni, ma anche di diversità di scelta o condizioni, con particolare riferimento alle “incomprensioni” fra il movimento delle persone transessuali e transgender, quello delle persone queer e quello delle persone omosessuali e bisessuali.
Ma LIBERAZIONE e DIVERSITA’ sono contrapposti a CONSAPEVOLEZZA e UGUAGLIANZA?
Io sono convinto di no. Si tratta solo di vedere le cose dalla giusta angolatura. Nel mondo di oggi, nella cultura, nella scienza sono ormai presenti quelle caratteristiche di apertura e di accettazione che rendono quasi del tutto superate le rivendicazioni in tema di liberazione sessuale e di orgolgio della diversità. E’ un fatto inequivocabile che i costumi sessuali si sono fortemente allentati ed i fenomeni sottesi sono ormai interamente emersi alla luce del sole (sebbene si possa dire che fatichino ad essere pienamente compresi o accettati da alcune porzioni della società), così come è un fatto inequivocabile che le diversità “canoniche” stiano scomparendo: il presidente degli USA è afro-americano, una persona transessuale è nel suo staff, in Europa vi sono donne premier, alcune delle quali lesbiche e sposate con le loro compagne.
E’ dunque evidente che, di fronte ad una società interamente cambiata (e in Italia caratterizzata dalla fenomenologia politica e mediatica del berlusconismo, assente in ogni parte dei paesi occidentali) è necessario ripensare gli obiettivi e le strategie, sulla base di una nuova declinazione degli stessi valori di base che caratterizzarono i movimenti di liberazione e di orgoglio.
Personalmente credo che alla base del movimento LGBTIQ ci sia un insieme di valori di fondo che ci uniscono e che provo a sintetizzare in una frase che certo non è uno slogan, ma che può essere considerata un “paletto”, un riferimento da cui partire per dipanare un pensiero che porti alla definizione di obiettivi e strategie rinnovate: rispetto, solidarietà e sostegno alle persone il cui orientamento sessuale o la cui identità di genere determinano difficoltà, discriminazione, violenza nel proprio percorso di piena realizzazione e di ricerca della felicità.
Se questo è vero, non esiste una vera frattura all’interno del movimento LGBTIQ, ma solo la necessità di ripartire da un punto comune (e quel punto è quello che ho appena suggerito) ed individuare sia nella società di oggi, ma anche nei prossimi 10 anni, la nostra via maestra, lasciandoci poi la piena libertà (ed ovviamente reciproco rispetto e solidarietà) di scelta su come declinare questo percorso, avendo però ben presente che quel fa uno solo riguarda tutti gli altri e quel che fanno tutti gli altri influisce su ciascuno di noi.
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Sintesi dello scritto di Marco Alessandro Giusta
Resta quindi una domanda: dove stiamo andando? Cosa abbiamo intenzione
di fare?
Forse è questo il dubbio che resta nel buio, dubbio che ci divide sulle strade da intraprendere (matrimonio o coppie di fatto? Orgoglio della diversità o ricerca dell’uguaglianza? Liberazione sessuale o sessualità consapevole?).
Mi fa specie soprattutto in vista delle ipotesi che sento ventilare sempre più spesso: l’idea di una federazione alla quale aderirà solo chi vuole aderire, nella quale può prevalere un’idea o un’altra ma difficilmente entrambe, se prima non si trova in qualche modo una sintesi o un minimo comune denominatore.
Faccio mie le parole di molte e molti esponenti del movimento, quando chiedono di tornare a fare “cultura”. Ma vedo, a mio avviso, la necessità di fare innanzitutto cultura al nostro interno. Un esempio? Quando il movimento iniziò a parlare, riassunse molti dei concetti in “parole chiave” o in semplici frasi che fossero facilmente comprensibili a chiunque: essere omosessuali non è una malattia, l’orientamento sessuale è immutabile, etc.
Ma quante di queste affermazioni sono ancora attuali? Prendiamo ad esempio il pansessualismo, che sembra andare molto in voga tra le nuove generazioni, l’idea del Pride visto come carnevalata o strumento di rivendicazione sociale, il confronto con altre culture (mi vengono in mente gli indiani descritti da Remotti che identificano 4 generi al posto di due)…
Credo sia necessario iniziare a parlare anche di questo, a livello di movimento, facendo chiarezza piena e condivisa su quali sono le nostre finalità, da cui nasceranno automaticamente le strade per raggiungerle, e riappropriandoci di una cultura nostra, senza aver paura – come dice abilmente la Simona Argentieri nel suo libro A qualcuno piace uguale – di passare per omofobi interiorizzati solo perché portiamo avanti, nelle nostre idee e nei nostri vissuti, idee e concetti “altri” rispetto a quelli di una “cultura della maggioranza” che è figlia di una cultura identitaria.
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