Oggi su Facebook un amico si interrogava, coinvolgendo anche Cristiana Alicata, su cosa serva al PD per sopravvivere. Alcune delle sue riflessioni, in particolare alcune delle sue conclusioni, mi convincono, meno il percorso intellettuale che ad esse perviene. Leggete quel che scrive Dario e poi, se vi avanzano tempo e voglia le mie riflessioni che riporto qui.
Un partito si coagula attorno ad un interesse o ad una visione del mondo. Nichi Vendola, da poeta, parlerebbe di un “racconto collettivo”.
Ci sono dunque partiti-interesse e partiti-idea. Da qualche anno emergono partiti-persona e anche qualche partito-obiettivo, che non fanno parte della tradizione, ma che la sfidano. Alcuni partiti-persona (Forza Italia, Lega) sono poi diventati partiti-interesse (PDL) o partiti-idea (Lega). Alcuni partiti-obiettivo, stanno andando nella stessa direzione.
Oggi, usando queste categorie, possiamo agevolmente definire il PD come partito-interesse, ovvero un partito che ha fatto un percorso al contrario: da paritito-idea a partito-interesse. E che raccoglie ancora consensi per la “memoria” di ciò che fu, ma non certo per un’idea attraente e convincente di futuro.
Quindi il problema del PD è sostanzialmente IDENTITARIO. Ovvero, che cosa rappresenta? Qual è la sua offerta politica oltre ad un fallimentare antiberlusconismo generico. Berlusconismo del quale il PD porta una responsabilità primaria, essendo formato da quelle forze (e da quelle persone) che, quando ne ebbero modo, non intervennero per contrastare efficacemente la sfida storica e culturale che Berlusconi e le sue aziende stavano ponendo.
Un’identità, dunque che si deve confrontare con una sostanziale mancanza di credibilità in chi, pur avendo fallito, ancora condiziona le sorti e la vita di quel partito. Dunque un racconto che non tiene e non affascina, un po’ come confrontare Stendhal con Susanna Tamaro.
Oggi, il PD è espressione di un sistema di potere economico finanziario alternativo a quello che sorregge il PDL (e la sua coalizione), ma non ne ha il “fascino vincente”. Un sistema che è a sua volta espressione di un capitalismo multinazionale finanziario, che non è alternativo a niente, ma è il sistema vincente su scala planetaria. Un sistema basato sulla sperequazione della ricchezza, sullo sfruttamento delle persone e delle risorse, sullo spregio per i diritti e per la giustizia.
Dunque, il PD non è un’alternativa. Non è una visione del mondo prospettica e convincente. Non è altro che “un altro padrone”. E temo che questo aspetto, sebbene non detto e da nessuna parte affermato sia invece, profondamente chiaro all’elettorato che NON VA A VOTARE. Un PD che non insegue Berlusconi e la destra, ma che insegue la sua stessa immagine proiettata nello specchio, che è destinato a non raggiungere mai.
Orbene, al PD serve interrompere questo incubo, svegliarsi e progettare. Dopo trent’anni di fallimenti ideologici in cui si è trascianta la sinistra italiana è arrivato il momento di prendere atto della disfatta, con sincerità ed onestà. E con un pizzico di umiltà, guardare oltre i confini nazionali per capire le strade che altre nazioni e altre economie stanno lanciando alla sinistra. Vedere come l’Argentina stia uscendo dalla crisi, ad esempio. Oppure ascoltare le voci dei teorici della nuova sinsitra che vengono dal Brasile, dalla Spagna o dall’Italia stessa, ma che non fanno parte dei circuiti dei soliti noti e che, si badi bene, non hanno NULLA DI RIVOLUZIONARIO.
E si badi bene, infine, il berlusconismo non inganna nessuno, non vende fumo. Il berlusconismo è la solida realtà che da vita ad una società nella quale chi ha l’amico giusto ce la fa, se stai al tuo posto puoi essere felice con poco, se arrivi nei luoghi di comando fai come vuoi. Questo non è fumo, non è il nulla. E’ solo la parte peggiore dell’italiano medio. E finché da sinistra non gli si contrapporrà la rinascita della parte migliore dell’italiano medio ci sarà ben poco da sperare.
In sostanza, condivido la fine dello scritto, pur non approvando il percorso e le modalità. A me non piace che la politica venda bene dei bei sogni. A me piace che la politica sia lo strumento attraverso il quale un sogno collettivo prenda piede nella società e che la trasformi avendo come punto di arrivo la realizzazione di quel sogno. In sostanza a me piace un partito che è espressione di una parte della società e della sua voglia di cambiare e non un partito che influenzi la società, altrimenti ricadiamo nel paradigma berlusconiano, per cui alla fine il partito è a servizio di un interesse e dunque di un’oligarchia e non di una collettività, né del suo sogno di giustizia e di libertà.
Quando c’è un sogno, una visione collettiva, un racconto che avvince e convince, allora le persone arrivano da sole, l’organizzazione fiorisce quasi spontanea. Ma se non c’è l’IDEA, allora tutto diventa funzionale al presente e al mantenimento dello status quo. E non è certo questo il ruolo storico della sinsitra, né quello che il popolo pur variegato e litigioso della sinistra si merita.

La stavo per scrivere io e invece 

