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Gay: ricominciare dalle parole

(Pubblicato anche su Linkontro.info)

Il 20 maggio sono stato alla maratona artistica di testimonianze contro l’omofobia che il Partito Democratico ha organizzato a Piazza Navona. Un evento interessante, con musica, passione, emozione e gente. Ma non tanta, almeno per il tempo che mi sono trattenuto io.

Ho scelto di essere a quella manifestazione piuttosto che andare ad un’iniziativa di SEL perché ho ritenuto più importante dare testimonianza della vicinanza di SEL a questo tema piuttosto che essere presente ad un’iniziativa diciamo più “interna”. Probabilmente sarò criticato per questo, ma più probabilmente, nessuno si sarà accorto e avrà sofferto per la mia assenza.

Ma torniamo alla gente che era alla manifestazione. Prevalentemente si trattava di qualche centinaio di persone della comunità lgbtiq di Roma, altre invece che la sostengono e ne condividono le richieste. Ma comunque meno gente di quella che ci dovrebbe essere. Con Cristiana Alicata, con Andrea Di Stefano, con Marco Palillo, con Carlo Guarino, con Fabrizio Marrazzo, con Frenky e altri ci siamo domandati perché. E io ho cominciato a meditare sulla questione.

E questa è la mia risposta.

Il problema sta tutto nelle parole. O meglio in quello che le parole significano, nel loro potere di coumunicare, che è sia la loro forza che la loro debolezza. Non sono un esperto della materia e le cose che sto dicendo si potrebbero dire meglio, esporre in modo più rigoroso ed accademico. Ma io ci provo lo stesso.

Quando penso la parola “omosessuale” io mi riferisco ad una persona che ama una persona del suo stesso sesso. La ama, la desidera, costruisce su di essa un’idea di relazione, una relazione affettiva, sentimentale, emotiva e anche sessuale che intercorre fra persone dello stesso sesso. E questa stessa parola se la uso in un dialogo con Luca Sappino, Francesca Fornario o con Imma Battaglia, per noi significa esattamente la stessa cosa.

Ma se io pronuncio la parola “omosessuale” in un dialogo con Giovanardi, quella parola, per lui, credo, abbia tutto un altro signficato. Per lui omosessuale significa, o immagino che significhi, una persona libertina, dedita al sesso promiscuo e ai peggiori comportamenti sessuali. Dunque, nella testa di Giovanardi una persona incapace o inadatta a costruire relazioni amorose, una famiglia, allevare dei figli. Il bello è che Giovanardi pensa che siano inadatte a fare la stessa cosa anche persone eterosessuali che si comportassero nello stesso modo. Quindi, potremmo concludere che Giovanardi, dal suo punto di vista è coerente e ha ragione. La cosa sarebbe anche peggio se usassi la parola “transessuale”.

Ovviamente, Giovanardi serve solo come esempio perché in queste considerazioni lui incarna e rappresenta la maggioranza degli italiani.

E qui sta la spiegazione del perché alla manifestazione del PD c’era poca gente. Troppo abituati come gay, lesbiche, transessuali, bisessuali, intersessuali e queer a parlare di noi rispetto agli altri e solo fra noi, non ci rendiamo conto (soffrendo della stessa malattia che ha la politica) che gli altri, la maggioranza le persone che dovrebbero essere nostre alleate semplicemente non capiscono che cosa diciamo. Non capiscono chi siamo. Non capiscono perché chiediamo certe cose, che poi sono le stesse che chiederebbero loro se si sentissero discriminati in qualche modo.

Si badi, che in questo discorso, non c’entrano nulla né la parità, né la laicità, né la dignità. C’entra solo il senso delle parole.

Per questo, io sono convinto che abbiamo una sola speranza, che in realtà è anche un dovere morale (un imperativo categorico?). Archiviati decenni pressoché inutili di movimento passato a urlare le nostre rivendicazioni e a contrapporci alla società, dobbiamo necessariamente tornare alle origini, alla semplicità della parola, l’unica arma che vince. Dobbiamo essere capaci di fare una giravolta a 180° e cominciare a parlare con la gente, a coinvolgerla, a spiegare chi siamo, cosa facciamo nella vita e perché quello che chiediamo appartiene anche agli altri. E’ il lavoro delle associazioni come Famiglie Arcobaleno, che dà testimanianza di sé nella vita di tutti i giorni, ma anche promuovendo la produzione di materiali audio visivi. Ma è il lavoro che dobbiamo tornare a fare tra la gente, per la gente. Non solo nelle scuole, dove è doveroso insegnare ai bimbi il pregio delle differenze, ma soprattutto fra gli adulti, che sono gli elettori e le elettrici di oggi, ovvero le uniche persone che nel breve e medio termine possono aiutare a cambiare le cose.

Se non lo facciamo, il risultato è che passeremo i prossimi 20 o 25 anni in attesa che il seme piantato nelle scuole germogli e dia vita ad una classe di cittadini che mandino in parlamento una maggioranza politica in grado di fare le leggi che mancano e lasciano l’Italia al palo.

LGBTIQ: cittadini dimezzati, come tanti altri

Vi è un luogo, virtuale, in cui parte della comunità LGBTIQ discute di questioni di fondo e cerca di informarsi a vicenda. In quell’ambito, si è aperta una discussione, non banale, sulle esigenze delle persone transessuali ed intersessuali (per intenderci, parliamo di identità sessuale) e sulla loro posizione all’interno della comunità LGBTIQ e del movimento (che senza di loro diventerebbe LGBQ, con qualche riserva, non mia sulla Q).

Non voglio entrare nel merito della diatriba, ma sollevare lo spunto per una riflessione sul tema più generale della “piena cittadinanza”. Un mainstream nel quale il problema dell’unità della comunità (prima ancora che del movimento) “affonda” e trova maggiore respiro in un’impostazione che vede le rivendicazioni relative all’orientamento affettivo e sessuale e all’identità di genere parte necessaria ed inscindibile di una visione complessiva.

In estrema sintesi la questione della pienezza della cittadinanza ovvero della cittadinanza dimezzata, si pone rispetto a milioni di cittadine e cittadini che vivono una condizione di debolezza fisica, psicologica, sociale, economica o giuridica e spesso sono esposti a forme di violenza o di repressione, che si acuiscono proprio oggi che le risorse economiche scarseggiano ed i servizi vengono drasticamente ridotti, accollando alle famiglie e agli individui che sulle famiglie non possono contare l’onere dell’ingiustizia e dell’iniquità che spesso, troppo spesso, sono insopportabili.

Stiamo dunque parlando di omosessuali bisessuali intersessuali transessuali e trans gender, dei migranti che vivono nella disperazione dell’illegalità, del “soffitto di vetro” che impedisce alle donne di crescere sul lavoro e nella società, di chi è diversamente abile, di bambine e bambini esposti al rischio pedofilia o a cui sono negati gli affetti familiari, di persone anziane o malate o bisognose di cure. Tutti “cittadini a metà”. E certamente l’elenco non è esaustivo.

Rispetto a questo tema, io sono profondamente convinto che anche le persone LGBTIQ debbano coordinarsi con chi subisce analogo destino, a causa di altri flagelli, in un processo di reciproco riconoscimento e supporto vicendevole e solidale, altrimenti il rischio è di rimanere confinati in un ghetto che si finisce per costruire da soli. Così come le donne dovrebbero lottare (lo fan già, ma non basta o non bastano loro) per sfondare il “soffitto di cristallo” e la comunità LGBTIQ unirsi a loro per aiutarle, la stessa comunità LGBTIQ dovrebbe abbattere il muro interiore e collettivo che costruisce giorno dopo giorno e che la separa (politicamente) da chi, invece, dovremmo riconoscere come “compagni di lotta” (in questo senso, la parola compagni non ha perduto nulla del suo valore storico) e come tali pensare ed agire politicamente.

Mi spiego meglio con un esempio non esaustivo: un movimento LGBTIQ organizzato a livello nazionale, dovrebbe essere in contatto ed in scambio costante con i soggetti associativi che operano sui temi della discriminazione al femminile e con essi concordare iniziative politiche comuni, in modo che alla società e alla politica istituzionale si lancino chiari messaggi di “saldatura” di quella che potremmo definire (pur con qualche forzatura) la “classe discriminata”. In questo, senso, di nuovo, la “lotta di classe” assumerebbe un valore attuale e darebbe nuovo respiro e maggiore prospettiva sia alla comunità LGBTIQ, sia ai “cittadini dimezzati”.

Se la comunità LGBTIQ accetta questa impostazione, dovrà attivarsi complessivamente per creare le “sinapsi” indispensabili per costruire la rete sociale e politica e per arrivare a quella “saldatura” di cui parlavo prima. Si tratta dunque di una prospettiva diversa, orientata alla rimozione delle discriminazioni verso chi è “debole” in senso lato, e non verso una categoria o l’altra.

PRECISAZIONE

Nel testo di questa nota non sono nominate tutte le persone che, per un motivo o per l’altro vivono una situazione di precarietà (lavorativa, abitativa, ecc.), ovvero di temporaneità della loro condizione di cittadini dimezzati.
Non intendevo trascurarli, ma siccome la riflessione prende spunto da un elaborato che intende integrare il documento fondativo di SEL, il tema della precarietà lavorativa in quel documento è ampiamente trattato nella sezione che riguarda il lavoro.

WHAD: una bella esperienza che considero conclusa

A molte persone non piace leggere lunghi testi su internet, per cui inizio dando in sintesi il senso di questo appunto. Chi vorrà, quando ne avrà il tempo, potrà dedicarsi all’approfondimento.
In sintesi, dunque, ho deciso di lasciare definitivamente il cuore di WHAD, ovvero quel gruppo di persone che, dall’agosto dello scorso anno, ha dato vita ad una esperienza intensa e coinvolgente, che ha saputo essere un punto di discontinuità nella comunità lgbtiq romana e italiana, dando inizio ad una stagione di iniziative e di presenza cittadina che non si vedevano da anni. Lascio con la speranza che da quell’esperienza fioriscano nuove idee, nuove iniziative, nuova linfa per il movimento lgbtiq a Roma e non solo.

Ed ora, per chi ha più tempo qualche considerazione in più.

Fra pochi giorni sarà un anno dalla prima fiaccolata di WHAD. Un anno passato a riflettere, a lavorare, a inventare iniziative, discussioni, eventi che avessero l’unico scopo di colmare il divario fra il mondo delle associazioni lgbtiq e tutto quell’insieme di persone che ad esse non fanno riferimento per i motivi più disparati.
Un anno fecondo, per i rapporti personali, per la crescita interiore, per l’esperienza vissuta e per tutto quello che ho imparato. Un anno che, nonostante il calore delle persone e la bellezza del semplice gesto ripetuto di cedere il microfono e ascoltare quel che chi voleva poteva dire, considero concluso.
La mia presenza nel ganglio vitale di WHAD è terminata formalmente la sera del 2 agosto. E non è stato un passaggio facile, per me. Credo neanche per chi ho lasciato, ma comunque doveroso.
In questa fase della vita del movimento lgbtiq a Roma, credo che vi sia una priorità su tutte: costruire il Coordinamento “Roma Pride” per ridare al movimento stesso una speranza di sopravvivere e di trovare nuove strade di crescita. Sarà dura, sarà un percorso costellato di altri momenti dolorosi. Ci saranno nuovi attacchi, nuovi personalismi, nuove polemiche. Ma credo che sia inevitabile che il mondo delle associazioni converga e trovi una sintesi, elemento essenziale per costruire una nuova credibilità sia verso la comunità lgbtiq di cui comunque fa parte, ma soprattutto verso gli interlocutori politici ed istituzionali, verso i quali occorre aprire una nuova stagione di dialettica politica, basata su rivendicazioni chiare, efficaci, raggiungibili, che siano parte di una strategia precisa, il più possibile condivisa e supportata, capaci di dare soddisfazione attraverso i successi, solo antidoto contro la sfiducia diffusa ed il macigno dell’insuccesso su quasi tutti i fronti. Una sconfitta della quale si deve prendere atto e dalla quale trovare modi e motivi per tornare ad essere propositivi ed efficaci.
Il coordinamento Roma Pride è dunque la nuova priorità che si inserisce nella mia vita. Non l’unica, certamente, ma entra con prepotenza.
Certo non è questo il luogo per definire cosa sarà e come si dovrà muovere il Coordinamento Roma Pride. Qui posso solo esprimere l’auspicio che possa realmente costituirsi come coordinamento permanente fra le associazioni LGBTIQ (soprattutto quelle impegnate sul territorio di Roma e del Lazio) e come luogo in grado di aprire e tenere vivo il dialogo fra il mondo delle associazioni e la comunità delle persone LGBTIQ. Ma soprattutto spero che riesca nella missione ancora più complessa di rendere pervasiva e permanente la tematica LGBTIQ, trasformando il Pride da iniziativa spot, a percorso continuo e partecipato di confronto, dibattito e diffusione attorno ai temi LGBTIQ, esteso agli altri universi trasversali della discriminazione : donne, disabilità, migranti, precari, persone anziane, persone HIV+, ecc.

Non posso dunque che esprimere l’auspicio che, se il Coordinamento Roma Pride riuscirà ad essere tutto questo, lo si debba anche alla capacità di WHAD di mobilitarsi affinché la partecipazione sia stimolata ed incoraggiata.

Ora, voglio concedermi il tempo e le parole per riconoscere il giusto tributo di stima e di amicizia ad alcune delle persone che ho incontrato e con le quali ho lavorato affinché WHAD fosse una realtà. In primo luogo voglio ringraziare Valentina Vandilli e Cristiana Alicata, senza le quali la creatura non sarebbe nata. Di Valentina voglio far risaltare l’energia e la spregiudicatezza al limite dell’incoscienza che sono elementi indispensabili per creare dal nulla. Di Cristiana apprezzo le doti politiche, la pazienza nei miei confronti, la capacità di stare con i piedi per terra perchè “non si possono fermare le nuvole”.
Un pensiero affettuoso ad Ilona e Katia, che con dolcezza e semplicità ci sono state quando era necessario. Di Andrea Di Stefano metto in evidenza la disponibilità, la competenza, la creatività, il pensiero razionale e l’affettuosità amicale. Lui insieme ad Alessandro Paesano sono in assoluto il “tesoro” che ho trovato in WHAD, persone che spero di poter tener a lungo vicine, come amici e come compagni di avventure (ricordate cosa ci aspetta a carnevale…). Alessandro Paesano è veramente una persona speciale. Laico, ferreo nei ragionamenti, colto, competente, pacato di norma, ma un’erinni quando e se serve. Di Riccardo Camilleri e Andrea Tornese apprezzo soprattutto il coraggio e la capacità di ragionamento, elementi di critica indispensabili per non rischiare di essere autoreferenziali e persi appresso ai sogni. Marco Romagnuolo si merita la stella del fare: non c’è ostacolo che sia insormontabile, purché si abbiano tempo e strumenti adatti. Ad Andrea Contieri va la palma della pazienza e della dolcezza.
Per chi non ho nominato, vale nel bene e nel male, un grazie per tutto quello che siamo stati capaci di fare e di vivere insieme: nulla andrà perduto.