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In risposta a Sansonetti

Sul Riformista di oggi, Piero Sansonetti si interroga con una serie di domande che rivelano una saggia e non immotivata preoccupazione:

Chiedo ai tanti compagni di strada che ho avuto in questi anni, ai professori che firmano appelli “antifascisti”, ai giornalisti di giornali militanti amici: voi che idea vi siete fatta? Voi credete normale o preoccupante che esistano pezzi di sinistra così vicini, per modi di pensare e di agire, allo squadrismo? Voi non temete che questo virus si estenda? Temo che nessuno mi risponderà.

Io, gli ho risposto così

Caro Sansonetti,
Sono Guido Allegrezza e, pur non avendo noi fatto molta strada insieme, mi permetto di rispondere alle tue domande. Io non ho sottoscritto il tuo appello per consentire la manifestazione di Blocco Studentesco a Roma, perché il diritto a manifestare, che è sacrosanto, deve essere messo sulla bilancia e pesato, ogni volta che qualcuno propone di manifestare.
Le testimonianze che mi arrivano dalle università mi fanno capire che Blocco costituisce un pericolo per gli studenti, per l’approccio aggressivo e violento che mette in campo. Si badi NON PER LE IDEE che vanno combattute sullo stesso piano, ma nelle pratiche. E’ per questa ragione che ho aderito all’appello dei docenti e degli studenti per non consentire loro di manifestare. E bene ha fatto la questura che ho consentito solo un sit-in invece del corteo.
Ma il fatto di non essere d’accordo con te e anche con l’amica Paola Concia, non mi porta certo ad innalzare le barricate verso di voi. Anzi. Condivido con te e con Paola la conoscenza di questa aggressività a sinistra che va chiamata con il suo nome: intransigenza fondamentalista. Probabilmente potremmo spendere anche la parola fascista, ma è un’etichetta che, contrariamente ad una insulsa pratica invalsa in parecchi ambienti, uso con molta parsimonia.
Sono una delle persone di sinistra, del movimento LGBTIQ, che ha organizzato con Casa Pound il dibattito fra Paola Concia ed un senatore del PDL proprio sul tema dei diritti e del movimento LGBTIQ. Un’iniziativa che nella vulgata è diventata la “visita” di Paola a Casa Pound  e che l’ha sdoganata. Un’operazione brillante di disinformazione, che ancora oggi e per chissà quanto tempo produce strascichi.
Pur appartenendo a SEL, non sono poche le occasioni di confronto (specie nel movimento LGBTIQ) nelle quali assaggio il sapore amaro dell’intolleranza, dell’ideologia fondamentalista, dell’intransigenza dei “duri e puri” della sinistra, unici custodi della verità che salverà il mondo.
Una brutta pratica che oltre a rischiare di “dilagare” fino all’epurazione (che però, siccome siamo di sinistra, anzi, compagni e pure un po’ ipocriti, non si può chiamare tale), nasconde a mio parere un disagio profondissimo, un pensiero perdente e che si rivela debole di fronte all’attualità.
Affibbiare l’etichetta dell’infamia ideologica è il mezzo più veloce e comodo per evitare l’analisi, la discussione, il confronto. E chi non si confronta e non si mette in gioco ha paura, paura di dover aprire gli occhi e di vedere la realtà per quel che è: la società i cittadini, i migranti, i giovani, i lavoratori, le persone anziane non danno ascolto alla sinistra, non hanno fiducia. E lo fanno, non perché sono persone stolte, annebbiate dal consumismo, incapaci di leggere la realtà, ma perché noi a sinistra non gli sappiamo dare nessuna risposta convincente. A meno che non pensiamo che idolatrare icone e teorie del passato possa veramente costituire la salvezza.
Per fortuna, io non la penso così. Personalmente, mi do da fare perché nasca una nuova sinistra, ancorata saldamente ai valori di giustizia, progresso, sostenibilità, equità, rispetto e laicità, scevra da marcature ideologiche, ma capace di ispirare fiducia ed essere forza di governo.
E tutto sommato direi che, pur non essendo sempre tutti d’accordo su tutto, finché c’è rispetto e dignità nella discussione e nelle pratiche della politica, alla fine penso proprio che si potrà fare, sempre che prima o poi non ci capiti qualche manganellatore con il guanto rosso invece che nero. Ma questa spero possa essere solo una metafora fumettistica.

Sepolcri imbiancati

Una manifestazione annunciata quasi in contemporanea con l’esordio di We have a dream, il movimento nato dal silenzio e dal vuoto lasciato da chi avrebbe potuto e dovuto organizzare una fiera ed immediata reazione rispetto all’escalation di episodi di violenza e di intimidazione che hanno colpito nel corso del 2009 le persone della comunità lgbt.

Una fiaccolata istituzionale convocata da Nicola Zingaretti proprio su questa onda emozionale, che ha coinvolto subito Piero Marrazzo e Gianni Alemanno, “contro ogni forma di razzismo, di intolleranza, di xenofobia e di omofobia. Una manifestazione in cui si ritrovino insieme il Comune, la Provincia, la Regione, il cardinale vicario di Roma, il rabbino capo, l’imam della moschea, le associazioni dei gay, degli immigrati, i sindacati e tutta la società civile per chiarire che chi colpisce il diverso colpisce anche noi”.

Un intento lodevole che dal giorno dell’annuncio si è andato via via stemperando fino a far scomparire le parole omofobia e xenofobia dal manifesto, segno evidente che per allargare il consenso e le adesioni, era necessario fare delle “selezioni”. Chiarito infatti che la manifestazione è contro il razzismo e l’intolleranza, è arrivata puntuale l‘adesione del vicariato di Roma e di formazioni cittadine di estrema destra. Un’abile manovra politica che, passata la manifestazione, servirà a tutti per dire che per loro l’omofobia è da condannare e che hanno anche partecipato alle manifestazioni contro. Peccato che ormai, la manifestazione, per quanto possa essere partecipata, non è diventata che un lenzuolino fino e stretto che a malapena potrà coprire l’ipocrisia e le iniquità di chi ha deciso di esserci solo quando era chiaro che il tema dell’omofobia e della transfobia sarebbe stato presente in dosi omeopatiche.
Sepolcri imbiancati. Un signore detto il Nazareno lo diceva già un paio di millenni fa: “Guai a voi, poiché siete come sepolcri imbiancati, che all’esterno appaiono belli a vedersi, e dentro, invece sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine. Volete apparire giusti, davanti agli uomini, ma, all’interno, siete pieni di ipocrisia e di iniquità”.
Dunque? Partecipare o non partecipare? Lasciare che si compia la rappresentazione o tentare fino all’ultimo di ridarle il suo significato iniziale? Ardua questione. Che in un nuovo guizzo di creatività e di elaborazione politica di parte della comunità lgbt di Roma trova una soluzione intelligente. Nella manifestazione, accanto alle istituzioni e alle associazioni (anche quelle lgbt), ci saranno anche le cittadine e i cittadini della comunità lgbt che porteranno il loro contributo critico e civile all’interno stesso della fiaccolata proprio per evidenziare l’ipocrisia di chi partecipa alla farsa e proclamandosi contro l’omofobia e la transfobia, nega quotidianamente il diritto all’uguaglianza e alla dignità, alimentando proprio quei fenomeni contro cui manifestano.
E dunque, le persone lgbt, con le stesse modalità che hanno caratterizzato il movimento spontaneo We have a dream, si stanno organizzando per svelare l’ipocrisia. Vestite di bianco e con i visi coperti da maschere bianche: fantasmi, come la società vorrebbe che fossimo. Cittadini a metà, senza il diritto a progettare il proprio futuro che invece appartiene a tutti gli altri.

Un occhio al futuro

Ho ricevuto di recente un’email “parentale” che conteneva, tra l’altro queste considerazioni:

“… essendo diventata assidua lettrice del tuo blog, andando di link in link sto cominciando a scovare informazioni su una certa produzione di letteratura per l’infanzia e l’adolescenza che ha come obiettivo la lotta all’omofobia e l’accettazione delle diversità, in primis quelle sessuali. Purtroppo sono solo siti inglesi e francesi, e sono sicura che c’è qualcosa anche di spagnolo. Come madre, trovo questa produzione importantissima, ma ovviamente in Italia l’attenzione è quasi nulla anche se qualcosa è stato tradotto, ma solo perchè si tratta di libri diventati “casi letterari” nei paesi d’origine.
Pur occupandoti approfonditamente del QUI E ORA, sarebbe bello che ci fosse nel tuo blog uno spazietto, anche solo come link ai siti, per il DOMANI che è l’educazione (non è certo una critica, solo una piccola proposta per il futuro).
Se non si comincia anche da lì, fra trent’anni ci sarà ancora troppa gente che troverà normale usare la parola CHECCA, FROCIO o LESBICA (altri casi non sono neanche immaginati) per insultare qualcuno!”

Orbene, a parte la speciale considerazione che un’email come questa richiede per motivi familiari, mi sembra che la questione sollevata sia della massima importanza. Pertanto ho deciso di correre ai ripari. Nelle pagine di questo blog, cominceranno ad apparire una sezione di link dedicata all’infanzia e segnalazioni di pubblicazioni per bambini, ragazzi e adulti in cui si affrontano a vario titolo i problemi dell’omofobia e dell’accettazione delle diversità sessuali. Questo, perché se è vero che certe cose ai bambini e ai ragazzi bisogno dirgliele per bene, è anche vero che poi loro devono trovare negli adulti gli esempi cui rifarsi.

Il papa è l’Anticristo?

Segnalo un episodio di una trasmissione MTV da non perdere. Si tratta della puntata di venerdì 25 gennaio di “Pugni Chiusi“, che parte dai recenti episodi della Sapienza, per arrivare a trattare dell’intolleranza e dell’omofobia.

La trasmissione è stata registrata nel pomeriggio del 22 e vi ha partecipato l’ottimo Giuseppe Pecce (direttore del Roma Rainbow Choir, nel quale canto anche io). Al di là di quello che sarà trasmesso, ci sono alcune cose da mettere in evidenza:

  • durante un fuori onda, un “simpatico” ragazzo di Forza Nuova, gli ha detto dritto in faccia che si augurava che morisse in un campo di concentramento;
  • una ragazza cattolica, ha chiesto a Giuseppe “perdono” per quello che la chiesa cattolica di Roma ha fatto e continua a fare contro gli omosessuali, sottolineando che i cattolici non sono tutti uguali;
  • un’interessante riflessione di Giuseppe, post trasmissione: mi sono reso conto che gran parte dei cattolici non sa nulla della religione che professa, non comprende il fondamento di amore, carità e apertura del cristianesimo e che in realtà adorano il papa come se fosse un idolo.

Da questo ultimo spunto di Giuseppe, una provocazione antica, su cui riflettere: ma non sarà che il papa è l’Anticristo dell’Apocalisse?

Paolo Flores d’Arcais scrive a Napolitano

Paolo Flores d’Arcais ha scritto una lettera aperta al Presidente Napolitano (pubblicata il 20 gennaio su “Liberazione”), suggerendogli che sarebbe stato maggiormente opportuno chiedere scusa a Cini, piuttosto che al papa.

Caro Presidente,
tempo fa, dovendo scriverti per invitarti ad una iniziativa di MicroMega, chiesi tramite il tuo addetto stampa se dovevo continuare ad usare il “tu” della consuetudine precedente la tua elezione, o se era più consono che usassi il “lei”, per rispetto alla carica istituzionale. Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti sapere che preferivi che continuassi a scriverti con il “tu”, è in questo modo che mi rivolgo a te in questa lettera aperta, tanto più che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia inzuccherare la critica con la deferenza del “lei”.

Il mio dissenso, ma si tratta piuttosto di stupore e di amarezza, riguarda la lettera di scuse che in qualità di Presidente, dunque di rappresentante dell’unità della nazione, hai inviato al Sommo Pontefice per l’intolleranza di cui sarebbe stato vittima. E’ verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe addirittura impedito al Papa di parlare nell’aula magna della Sapienza, anzi perfino di muoversi liberamente nella sua città, hanno vociato e scritto tutti i media, spesso con toni parossistici.

Ma è altrettanto vero che di tali azioni non c’è traccia alcuna nei fatti. La modesta verità dei fatti è che il magnifico rettore (senza consultare preventivamente il senato accademico, ma mettendolo di fronte al fatto compiuto, come riconosciuto dallo stesso ex-portavoce della Santa Sede Navarro-Vals in un articolo su Repubblica) ha invitato il Papa come ospite unico in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico (a cui partecipano in nome della Repubblica italiana il ministro dell’università e il sindaco di Roma), e che, avutane notizia dalla agenzia Apcom il professor Marcello Cini (già dallo scorso novembre) e alcune decine di suoi colleghi (più di recente) hanno espresso per lettera al rettore un loro civilissimo dissenso.

Quanto agli studenti, nell’approssimarsi della visita alcuni di loro hanno espresso l’intenzione di manifestare in modo assolutamente pacifico un analogo dissenso, nella forma di ironici happening.

Il rettore Guarini ha comunque rinnovato al Papa l’invito, e tanto il Presidente del Consiglio Romano Prodi quanto il ministro degli Interni Giuliano Amato hanno esplicitamente escluso che si profilasse il benché minimo problema di ordine pubblico (malgrado la campagna allarmistica montata dal quotidiano dei vescovi italiani, “L’Avvenire”, rispetto a cui le dichiarazioni di Prodi e Amato suonavano esplicita smentita). Nulla, insomma, impediva a Joseph Ratzinger di recarsi alla Sapienza e pronunciare nell’aula magna la sua allocuzione.

Di pronunciare, sia detto en passant e per amore di verità, il suo monologo, visto che nessun altro ospite contraddittore o “discussant” era previsto, e un monolo-go resta a tutt’oggi nella lingua italiana l’opposto di un dialogo, checchè ne abbia mentito l’unanime coro mediatico-politico (che di rifiuto laicista del dialogo continua a parlare), a meno di non ritenere che tale opposizione, presente ancora in tutti i dizionari in uso nelle scuole, sia il frutto avvelenato del già stigmatizzato complotto laicista.

Tutto dunque lasciava prevedere che la giornata si sarebbe svolta così: mentre Benedetto XVI pronunciava il suo monologo nell’aula magna, tra il plauso deferente dei presenti (e in primo luogo del ministro Mussi e del sindaco Veltroni), ad alcune centinaia di metri di distanza alcuni professori di fisica avrebbero tenuto un dibattito sui rapporti tra scienza e fede esprimendo opinioni decisamen-te diverse da quelle del regnante Pontefice, e ad altrettanta debita distanza qualche centinaio di studenti avrebbe innalzato cartelli di protesta e maschere ironiche. Ironia che può piacere o infastidire, esattamente come le vignette contro il profeta Maometto, ma che costituisce irrinunciabile conquista liberale.

Dove sta, in tutto ciò, l’intolleranza? E addirittura la prevaricazione con cui si sarebbe messo al Papa la mordacchia (secondo l’happening inscenato in aula magna dagli studenti di Comunione e liberazione)?

A me sembra che intolleranza – vera e anzi inaudita – sarebbe stato vietare ad un gruppo di docenti di discutere in termini sgraditi ai dogmi di Santa Romana Chiesa, e ad un gruppo di studenti di manifestare pacificamente le loro opinioni, ancorché in forme satiricamente irridenti. Se anzi di tali divieti si fosse solo fatto accenno da parte di qualche autorità, credo che un numero altissimo di cittadini si sarebbe sentito in dovere di rivolgersi a te quale custode della Costituzione, con toni di angosciata preoccupazione per libertà fondamentali messe così platealmente a repentaglio. Ma, per fortuna (della nostra democrazia), nessun ac-cenno del genere è stato fatto.

Il Sommo Pontefice non era di fronte ad alcun impedimento, dunque. Ha scelto di non partecipare perché evidentemente non tollerava che, pur avendo garanzia di poter pronunciare quale ospite unico il suo monologo in aula magna, nel resto della città universitaria fossero consentite voci di dissenso, anziché risuo-nare un plauso unanime.

Non è, questa, una mia malevola interpretazione, visto che sono proprio gli ambienti vaticani ad aver riferito che il Papa preferiva rinunciare a recarsi in visita presso una “famiglia divisa” (cioè il mondo accademico e studentesco della Universitas studiorum, la cui quintessenza istituzionale è però proprio il pluralismo delle opinioni). Ma pretendere quale conditio sine qua non per la propria partecipazione un plauso unanime non mi sembra indice di propensione al dialogo bensì, piuttosto, di vocazione totalitaria.

Non vedo dunque per quale ragione tu abbia ritenuto indispensabile, a nome di tutta la nazione di cui rappresenti l’unità, porgere al Papa quelle solenni scuse. Che ovviamente, data la tua autorità, hanno fatto il giro del mondo. Se c’è qualcuno che aveva diritto a delle scuse, semmai, è il gruppo di illustri docenti, tutti nomi di riconosciuta statura internazionale nel mondo scientifico, e che tengono alto il prestigio italiano nel mondo, a contrappeso dell’immagine di “mondezza” e politica corrotta ormai prevalente all’estero per quanto riguarda il nostro paese. Questi studiosi sono stati infatti accusati di fatti mai avvenuti, e insolentiti con tutte le ingiurie possibili (“cretini” è stato il termine più gentile usato dai maestri di tolleranza [Cacciari, ndD] che si sono scagliati contro il diritto di critica di questi studiosi).

Né si può passare sotto silenzio il contesto in cui il monologo di Benedetto XVI si sarebbe svolto, contesto caratterizzato da due aggressive campagne scatenate dalle sue gerarchie cattoliche. Trascuriamo pure la prima, cioè i rinnovati e sistematici attacchi al cuore della scienza contemporanea, l’evoluzionismo darwiniano (bollato di “scientificità non provata” da un recente volume ratzingeriano uscito in Germania), benché il rifiuto della scienza non sia cosa irrilevante per chi dovrebbe aprire l’anno accademico della più importante università del paese.

Infinitamente più grave mi sembra la seconda, la qualifica di assassine scagliata dal Papa e dalle sue gerarchie, in un crescendo di veemenza e fanatismo, contro le donne che dolorosamente abbiano scelto di abortire. Questo sì dovrebbe risultare intollerabile. Se un gruppo di scienziati accusasse Papa Ratzinger, o solo an-che il cardinal Ruini, il cardinal Bertone, il cardinal Bagnasco, di essere degli assassini, altro che lettere di scuse!

E perché mai, invece, ciascuno di loro può consentirsi di calunniare come assas-sina, nel silenzio complice dei media e delle istituzioni, ogni donna che abbia deciso di utilizzare una legge dello Stato confermata da un referendum popolare?

Se vogliono rivolgersi alle donne del loro gregge ricordando che l’aborto, anche un giorno dopo il concepimento, è un peccato mortale, e che quindi andranno all’inferno, facciano pure, proprio in base a quel “libera Chiesa in libero Stato” che il Risorgimento liberale e moderato di Cavour ci ha lasciato in eredità. Ma diffamare come assassine cittadine italiane che nessun reato hanno commesso è una enormità che non può essere passata sotto silenzio, e non sono certo il solo ad essermi domandato con amarezza perché, in quanto custode dell’unità della nazione e dunque anche delle sue radici risorgimentali, tu non abbia fatto risuonare la protesta dello Stato repubblicano.

La canea di accuse e di menzogne di questi giorni mi ha portato irresistibilmente alla memoria una piccola esperienza di oltre quarant’anni fa, nel 1966, quando – giovane universitario iscritto al Partito comunista da meno di tre anni – vissi incredulo l’esperienza di un congresso (l’XI, se non ricordo male) di un Partito che si vantava di essere sostanzialmente più libero e democratico degli altri (per questo, del resto, vi ero entrato, come milioni di italiani), in cui Pietro Ingrao, per aver moderatissimamente avanzato l’idea di un “diritto al dissenso” fu investito da una esondazione di critiche e vituperi, compresa l’accusa di essere proprio lui un intollerante!

Con una differenza sostanziale e preoccupante: che allora tale capovolgimento della realtà, versione soft ma non indolore dell’incubo orwelliano, riguardava solo un partito. Oggi investe l’intero paese, la sua intera classe politica, la quasi totalità dei suoi mass-media.

Ecco perché spero che tu voglia prestare attenzione anche all’angosciata preoccupazione di quei segmenti laici (o laicisti, come preferisce la polemica corrente) del paese, non so se maggioritari o minoritari (ma la democrazia liberale, a cui ci hai più volte richiamato, è garanzia di parola e ascolto anche per il dissenso più sparuto, fino al singolo dissidente), che ormai vengono emarginati o addirittura cancellati dalla televisione, cioè dallo strumento dominante dell’informazione, e il cui diritto alla libertà d’opinione viene di conseguenza vanificato, mentre ogni tesi oscurantista può dilagare e spadroneggiare.

Con stima, con speranza, con affetto, credimi,
tuo Paolo Flores d’Arcais.