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Aux armes, citoyens!

In questi giorni di fervore per la Francia che ha scelto i due candidati alle elezioni presidenziali (rischiamo di avere la prima donna presidente della repubblica proprio in Francia), un’incitazione come quella del titolo potrebbe suonare un po’ forte.

Ma non c’è di che preoccuparsi, dato che il mio titolo è solo un pretesto per chiacchierare sulla presenza delle persone nella società civile, o, più in generale, comunque fuori del proprio privato.

Dopo alcune riflessioni durate qualche mese e rifacendomi agli scritti di John Stuart Mill commentati da Paul Ginsborg in La democrazia che non c’è, mi sono costruito uno schema di riferimento che mi piace usare quando parlo dei problemi legati al coinvolgimento delle persone nella politica e dell’importanza e della forza dei comportamenti individuali.

In buona sostanza, nelle mie discussioni, io sostengo sempre che ogni cambiamento radicale e profondo non nasce da eventi “singolari”, spesso violenti o traumatici, ma dalla ripetizione di comportamenti individuali, che amplificandosi esercitano un potere di influenza impressionante sulla società. Si parla in questi casi dell’effetto massa critica: in base al quale non è necessario che il cambiamento avvenga nella maggioranza della popolazione, ma basta una soglia più bassa, capace di influenzare l’opinione comune, al di là del potere di condizionamento della propaganda e dell’informazione. Tanto più l’individuo è consapevole di questi comportamenti, maggiore sarà la forza del cambiamento indotto e il senso di appartenenza alla comunità nella quale il cambiamento o il comportamento trova compimento.

Ma, fra tutti quelli che una persona può sperimentare, quali possono essere i comportamenti o le classi di comportamenti effettivamente capaci di determinare conseguenze tangibili sulla società e quindi essere veicoli del suo cambiamento profondo? Ecco la mia lista, alla quale mi piacerebbe poter aggiungere o togliere in funzione dei contributi che arriveranno dalla discussione.

  1. Utilizzo del proprio reddito e altri comportamenti di tipo micro economico (risparmio, indebitamento, ecc.). Una delle più importanti classi di comportamento che il singolo può mettere in pratica, poiché da questa derivano conseguenze dirette ed immediate sul sistema economico e sociale. L’estrema “granularità” di questo aspetto, vista dal punto di vista del singolo, sembra totalmente priva di senso. Ma non c’è bisogno di sottolineare che un comportamento consapevolmente adottato e ripetuto da milioni di individui è in grado di provocare effetti immediati e spaventosi sul sistema economico. E’ pur vero che vi sono comportamenti più o meno obbligati, ma il grandissimo potere che hanno i singoli consumatori non è “agito”, sia perché non esistono validi strumenti di tutela giuridica (class action), sia perché il livello di consapevolezza è assai scarso (anche a causa della diffusa mancanza di accesso ad un’informazione degna di questo nome). Certo, non è solo con le grandi campagne di boicottaggio che si dimostra l’efficacia di questa impostazione. Basta fare riferimento a come il consumo sia fortemente condizionato dalla comunicazione pubblicitaria, che tende ad influenzare sia l’individuo, sia il contesto sociali in cui egli agisce. Quindi è importante fare, nel senso che nei nostri comportamenti economici dobbiamo trasferire le nostre convinzioni e mantenerli coerenti con esse.
  2. Accrescere il sapere e la cultura. La costruzione di una consapevolezza del proprio ruolo non può che nascere da una tensione costante e continua versa la conoscenza. Non importa essere esperti di un argomento o di un altro, non importa se il proprio sapere è stato coltivato in modo specialistico all’università o al liceo. Ciò che veramente conta è mantenere la volontà di muoversi verso un maggiore e migliore livello di cultura. E’ un circolo virtuoso: mano a mano che ci si espone a conoscenze più evolute o più approfondite e ci si lascia contagiare dalla curiosità per quello che si è appreso, non si può fare a meno di desiderare di più. E cercando cercando, scoprendo e confrontando, ci si accorgerà sempre di più che quello che si apprende e si conosce già è infinitamente piccolo rispetto a quanto servirebbe. Ma l’importante è impegnarsi di continuo per sapere di più, perché non farlo significherebbe rimanere indietro. Questo processo di apprendimento non è necessariamente legato ai tipici strumenti della conoscenza “accademica”. La nostra curiosità ci deve guidare. Per fare un esempio che mi è caro, “giocare” a farsi il pane in casa da soli, non richiede una conoscenza approfondita di microbiologia, ma è un’attività che sul piano dell’esperienza ci può dare tantissimo, soprattutto nel recupero di un rapporto più diretto con i fenomeni della natura.
  3. Partecipare alla vita sociale. Che significa partecipare alla vita sociale? Vuol dire uscire dal proprio privato non per divertirsi (sarebbe una scelta economica, una spesa qualunque), ma alla ricerca di persone alle quali ci potrebbero accomunare valori, interesse, atteggiamenti. Non si tratta di “fare politica” ma di essere partecipi, anche in piccola parte, del “sentire” sociale, del corpo sociale e dargli alimento anche attraverso il tempo, l’impegno e le intenzioni che in esso si profondono per dare corpo alle cose in cui si crede e ai valori che ci disegnano.
  4. Partecipare alla vita politica. La politica è un affare veramente complicato. Sono difficili i suoi meccanismi e i suoi mille intrecci con i diversi piani della realtà che coinvolge. Spesso confusa con il comportamento dei partiti e delle istituzioni, se ne dimentica il carattere che dovrebbe avere, teso alla composizione delle esigenze di tutti nell’interesse della società . La vita politica si esprime necessariamente nelle istituzioni, nel giornalismo, nell’informazione e nel funzionamento dei partiti. Solo conoscendo e partecipando a questi meccanismi si può dire di essere partecipi della vita politica. Purtroppo, spesso, le persone limitano la loro partecipazione alla politica al momento del voto, abdicando poi completamente ad ogni altra attività. Si pretende quindi che la politica faccia da sé, senza disturbarci più di tanto. Dimenticando che siamo tutti esseri umani e che la delega di potere può generare comportamenti non in linea con l’interesse collettivo. Si pone dunque la necesità che il singolo cittadino svolga un controllo attivo dell’operato delle istituzioni.
  5. Fare le proprie scelte affettive. E qui c’è poco da fare. Tutti noi, più o meno consapevolmente, ci esprimiamo nella società anche attraverso le nostre scelte affettive. Molti creano delle famiglie, nelle quali nascono, crescono e si formano gli individui che saranno la società del domani. Ma spesso, la famiglia diventa una trappola. Con la scusa che la famiglia è un impegno gravoso, diventa motivo per non fare: non vivere la politica, non vivere la società, non formarsi. Oppure, si preferisce ritagliare dal poco tempo che lascia degli spazi individuali di “recupero”. E’ giusto, ma sarebbe opportuno che in questi ambiti di recupero si trovasse il modo e la forza per non “abbandonare” il campo.

Queste sono le nostre armi, le leve del nostro potere individuale, usarle o meno dipende esclusivamente da noi. Usandole, non è detto che ci sentiremo più appagati, contenti o felici, ma sapremo di essere agenti attivi di cambiamento nella società. Non usandole, prenderemo la decisione più grave di tutte, quella che ci priva da dentro dei nostri diritti, la rinuncia.