Roma, provincia dei diritti GLBT

2 06 2009
Roma Pride 2009

Roma Pride 2009

Se qualcuno ancora crede che Roma sia una città moderna, tollerante e accogliente e multietnica, bè, sappia che si sbaglia.

Anche quest’anno, ostacola in tutti i modi leciti ed immaginabili lo svolgimento del Pride, nonostante tutti i tentativi di mediazione che il Comitato Promotore sta portando avanti.

A una manciata di giorni dalla parata del 13 giugno non è ancora stato sciolto il nodo del percorso.
La Questura ha apposto il 1° giugno il terzo diniego al percorso richiesto, con motivazioni sempre più assurde e pretestuose, tanto da dare adito persino a ricorsi giudiziari dinnanzi al TAR e al Presidente della Repubblica.

Alla usuale questione dei diritti e delle rivendicazioni GLBT si viene quindi ad aggiungere un grave vulnus alla agibilità democratica di Roma, che affida all’arbitrarietà di valutazioni e protocolli unilaterali l’effettiva possibilità di svolgimento di una grande manifestazione per i diritti civili e la visibilità di un’intera comunità.

Ancora una volta le istituzioni sembrano aggrapparsi ad inesistenti incompatibilità con altre manifestazione di devozione popolare (smentite dagli stessi diretti interessati, i frati minori che organizzano la processione RIONALE di S. Antonio) pur di negare Piazza San Giovanni al Pride, come già avvenuto lo scorso anno. Ma quest’anno accade di peggio, perché le stesse istituzioni contrastano attivamente il libero svolgimento della manifestazione negando persino lo stesso percorso autorizzato dell’anno scorso, da Piazza della Repubblica a Piazza Navona.

Un precedente gravissimo per tutti i cittadini e per tutte le manifestazioni future. Un attacco gravissimo alla laicità e alla libertà di manifestazione che riguarda tutti i cittadini e non solo le lesbiche, i gay e le trans.

Per questo oggi è importante aderire personalmente e sostenere con il massimo impegno il RomaPride 2009.

La adesioni individuali, di associazioni e di gruppi possono essere inviate a romapride@gmail.com.

Inoltre, è opportuno dare massima diffusione a questo messaggio e partecipare alle iniziative di sostegno e di rivendicazione che saranno comunicate dal Comitato Promotore che si riunirà dei prossimi giorni per decidere come rispondere a questa recrudescenza di autoritarismo postfascista.

I giornalisti e tutto il popolo della rete possono dare un grande contributo per diffondere queste notizie e fare informazione contro una cappa di silenzio che avvolge questa situazione.

Grazie a tutte e tutti dell’impegno!

***

Dear friends,

a few day before the date of Roma Pride 2009 and no route has been authorized for the final march. Police autohrities have formally declared that the march must be held along a path totally inconsistent with the requirements of the Roma Pride Committee.

Today, Rome force us to claim against a conservative attack to the basic democratic and civil rights, as guaranted by the Italian Constitution and the international conventions. Piazza San Giovanni is once more off and so it is for the last year path from Piazza della Repubblica to Piazza Navona.

Rome actually needs moral support from all aver civiliezed countries!

People, groups and associations are invited to give their support by writing to romapride@gmail.com and spreding and forwarding this message to other people, groups or associations, glbt groups, pride organisers, activists for civil and human rights, politicians, journalists that can be inetersted on this topic, to create attention and expectations. Any other kind of iniative at any level with the same aim are welcome.





Narcisismo politico – 1

25 11 2008

Dopo essere personalmente ed individualmente intervenuto sugli esponenti della minoranza vendoliana di Rifondazione Comunista per bloccare ogni tentativo di nascita della Costituente per la Sinistra, Fausto Bertinotti emerge dall’oblio nel quale sembrava aver deciso di essersi confinato, sparigliando a sinistra e rendento nota in 15 tesi la sua personale visione del futuro della sinistra e delle linee politiche secondo le quali questa dovrebbe muoversi.

Al di là dell’analisi e del contenuto programmatico di questo documento, dispiace constatare almeno due elementi, che segnano inevitabilmente questo passaggio:

  1. Fausto Bertinotti è stato il protagonisca di una sconfitta storica che ha condannato senza appello un certo modo di fare politica e le alchimie elettorali e di alleanza che, se ancora qualcuno avesse dei dubbi, non sono gradite agli elettori e non sono quindi ulteriormente riproponibili, come sembrano invece voler fare proprio coloro che fino a ieri sembravano definitivamente incamminati sulla strada della Costituente della sinistra.
  2. Le tesi bertinottiane sono l’ennesimo esercizio di politica dall’alto: emergono dal nulla senza essere state sottoposte ad un dibattito pubblico, ma -e questo è assai peggio- fanno chiaramente intendere che sono il frutto di un lavoro che non ha cercato nessuna partecipazione dalla base. Ovvero l’esatto contrario che il progetto di Costituente per la Sinistra avrebbe voluto realizzare

In alcune discussioni sul contenuto delle 15 tesi, ascoltate senza partecipare, ho avvertito, anche dai miei compagni di partito una certa accondiscendenza: tutto sommato le cose che dice Bertinotti sono condivisibili, tranne una che è un punto dirimente, ovvero la chiusura preventiva ad ogni forma di alleanza con il Partito Democratico.

Ma i miei lettori sanno che io non mi accontento delle letture e delle opinioni degli altri; anche se ho stima dei miei compagni e dei miei amici, preferisco vedere, capire e prendere le mie posizioni, anche pronto a rimetterle in discussione. Ed ecco che dopo la lettura del lungo testo di Bertinotti, sono pronto a dire la mia, promettendo di “frammentare” il discorso in più post…

1. Prospettiva

Sono proprio le prime parole che disegnano una lontananza epocale fra il mio modo di vedere la politica e quello di Bertinotti. Secondo lui la sinistra è stata cancellata e deve rinascere. Io penso che abbia completamente sbagliato la prospettiva dell’analisi. La sinistra in Italia c’è, c’è un elettorato di riferimento, c’è l’esigenza diffusa di rendere espliciti contenuti, valori e formule. Quel che davvero manca è la capacità di quella che fu la classe dirigente di sinistra di sentirsi veramente e profondamente espressione del suo elettorato. L’affermazione di Bertinotti, implica che nella sua visione la sinistra non c’è perché non ha rappresentanti parlamentari, volutamente dimenticando che i partiti esistono sul territorio e poi in Parlamento, luogo di naturale approdo della rappresentanza politica, e non il contrario, a meno di non chiamarsi Silvio. E questo è il limite, l’errore di prospettiva che vizia tutto il ragionamento, facendo intendere chiaramente che c’è ancora qualcuno che pensa poter continuare a fa ‘o gallo ‘ncopp’a munnezza, ovvero a cercare di imporre la sua visione, senza confronto democratico, senza possibilità di dibattere. Insomma la prospettiva che ha portato alla sconfitta storica della sinistra, non è ancora tramontata e farà ancora morti e devastazioni. Tanto per cominciare, ha “strangolato” il neonato progetto della Costituente della sinistra, sacrificandolo alle logiche del cartello elettorale, proposta che è stata e sarà nuovamente bocciata dagli elettori della sinistra.

2. Analisi, ma mai proposte concrete

In più passi del discorso in cui si articolano le 15 tesi sembra di capire che a un certo punto arriverà l’idea, la proposta capace di far capire perché sinistra sarebbe meglio di destra. Ma la delusione è continua, quasi scontata. Scontata almeno quanto la critica di un costesto che sembra “alieno”, ma invece è quello con il quale si fanno i conti ogni giorno. Invocare un mitico “intervento pubblico  in economia” non convince, non può convincere. Tutti conosciamo lo sfacelo generato dagli interventi pubblici in economia che sono stati alla base di un sistema di clientele più simile ad una mafia pubblica che al serio tentativo di bilanciare le spinte economiche private a favore di un più saggio ed equo impiego della ricchezza prodotta a beneficio di molti piuttosto che di pochi (si badi che non a caso “impiego” è diverso da “redistribuito”).
Riproporre l’incardinamento dell’analisi marxiana come fulcro della lettura dell’economia, della politica e della società, equivale a rimanere ancorati ad una visione classista e settaria, dalla quale non si fa il minimo sforzo per allontanarsi, nonostante il continuo richiamo e l’evidente esigenza di costruire una sinistra europea, nonché nuove prospettive che tengano conto di contesti radicalmente cambiati, non leggibili con le lenti offuscate di teorie secolari, peraltro già fallite alla prova dei fatti.

[continua]





Essere antifascisti oggi

13 11 2008

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Premessa

Per fugare da subito eventuali dubbi, dichiaro che la mia posizione è quella di un convinto democratico e antifascista. E il senso di questo articolo è proprio quello di andare alla ricerca del significato dell’essere antifascisti oggi. Per me significa ferma riprovazione verso le forme di totalitarismo in generale e, con riferimento storico all’Italia, significa un convinto ripudio per i valori, le politiche e le azioni che furono del movimento fascista e delle diverse esperienze politiche e governative condotte da Benito Mussolini, fino alla sua uccisione. Dunque, un antifascismo che implica piena adesione allo Stato Costituzionale Repubblicano (cui ho già giurato fedeltà almeno un paio di volte), ma anche decisa disapprovazione di ogni forma di violenza e censura verso chi si proclama fascista o simpatizzante di quell’epoca e di quel movimento; una forma di “persecuzione” che, ai miei occhi, è riprovevole tanto quanto, se non più, del fascismo stesso.

Dopo questa doverosa premessa, dedichiamoci ad approfondire i temi ai quali ho fatto sintetico cenno; riflessioni scaturite negli ultimi mesi grazie al confronto con esponenti della più moderna destra dichiaratamente fascista, con amici e compagni di partito di varie età ed estrazioni, nonché con esponenti della sinistra più estrema.

Personalmente sono persuaso che per una persona convintamente democratica, dichiararsi antifascista oggi vuol dire affrontare una condizione di grande difficoltà intellettuale. L’attributo stesso di “democratico”, nelle sue accezioni di apertura al dibattito, al confronto e all’ascolto, impone di non chiudersi, di non essere contro qualcuno per le sue idee, men che mai di impedire che qualcuno che la pensi in altro modo possa esprimersi liberamente. Con altrettanta forza, impone però di adoperarsi civilmente e fermamente per contrastare in tutti i modi leciti un’idea che non condivide; mai comunque, mai, usando la violenza, l’ingiuria, la sopraffazione o la prevaricazione. Diamo ovviamente per condiviso il fatto che i poteri di restrizione della libertà sono esclusiva prerogativa delle forze di polizia e della magistratura, nei limiti e per le finalità che la costituzione e le leggi stabiliscono. In sostanza, riteniamo di non dover discutere sul principio che a nessuno è consentito farsi giustizia da sé.

Nel seguito, affronteremo 3 temi:

  1. l’Italia ha mai chiuso la questione “fascismo”?
  2. Come si collocano i moderni movimenti di destra fascista nella nostra società?
  3. Cosa significa essere antifascisti oggi?

1. I conti con il fascismo e la sua storia

Dopo aver causato sciagure immani all’umanità, lo stato nazista di Hitler capitolò sotto l’attacco delle grandi potenze. Hitler è rimasto in sella fino alla fine, nella coerenza di una follia fulgida. Il nazismo è morto con lui e quel che ne rimaneva è stato spazzato via da un processo lacerante, cui sono seguite condanne, esecuzioni e fughe. Insomma, con il nazismo, l’intera umanità a fatto i conti, consegnandolo alla storia. Certo ci sono dei “focolai”, ma non vi sono avvisaglie di ricostruzione di movimenti ideologici nazionali di quella portata.

Da noi il fascismo è finito senza gloria e l’Italia non ci ha fatto i conti: l’intero apparato dello stato fascista si è riversato quasi senza traumi all’interno delle nuovi istituzioni repubblicane. Da questo punto di vista, si può dunque affermare, anche se con un certo ardimento, che il fascismo in Italia è un capitolo che non si è mai chiuso, anzi ha continuato a esistere sotto vesti e forme diverse, in uno stato di sospensione, annidato nei partiti dichiaratamente di destra, ma anche in altri (ad esempio la Democrazia Cristiana), questi ultimi capaci di accogliere e conciliare anime opposte in un equilibrio che ha retto per decenni. Dunque, si diceva, con il fascismo non abbiamo fatto i conti. Mussolini e la sua cerchia più stretta hanno pagato con la vita, per tutti. La loro esecuzione, senza processo (modernamente inteso), si poteva pensare, avrebbe saldato il conto. Invece, proprio la mancanza di un processo, di una sentenza ma ancor di più di un dibattito franco ed aperto, fatto a quell’epoca dai protagonisti, su cosa era e rappresentava il fascismo ci ha privato di una solida motivazione per deprecare quell’esperienza e tutti i danni che ne sono derivati e, come avvenuto per il nazismo, chiudere definitivamente la questione. Non è un caso che pochi anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, già si diceva che si stava meglio quando si stava peggio, segno evidente che nella cultura e nel costume, il fascimo non era stato un’esperienza lacerante, da non ripetere, e che, soprattutto non era finito a Piazzale Loreto, ma si era definitivamente insinuato nel cuore politico degli italiani. A costo di banalizzare, mentre in Italia Totò e Paolo Stoppa, all’indomani guerra, al cinema e a teatro, potevano mettere alla berlina fascisti e nazisti con gag celeberrime, nel resto del mondo non era concepibile (con alcune eccezioni) di trattare il dramma del nazismo con leggerezza.

2. Ritorni di fiamma

Nell’arco dei sessant’anni che ci separano dal gennaio del 1948, dunque, il germe del fascismo ha continuato a vegetare, assumendo di volta in volta nuove forme. Alle volte creando un partito. Altre un movimento extraparlamentare, più o meno clandestino. Altre ancora sfociando nel terrorismo. Un lungo periodo di riflessioni e di esperienza ha portato il partito di destra per eccellenza a subire mutazioni e scissioni. Quel che resta del Movimento Sociale Italiano, oggi galleggia ai margini della stretta costellazione dei partiti in parlamento, dopo che la sua grande gemmazione in Alleanza Nazionale ha definitivamente perduto ogni legame con la sua origine post-fascista.  Ma nel frattempo si è andato aggregando un universo, figlio legittimo della Destra Sociale, che oggi ha proprio in Casa Pound e nei suoi soggetti satelliti i suoi più noti e coraggiosi testimoni: l’intera cultura pre-fascista e fascista trova una nuova legittimazione grazie allo spazio che si è aperto a destra proprio in virtù dello spostamento al centro di Alleanza Nazionale.

In estrema sintesi (per una visione completa è indispensabile una visita lunga e approfondita al sito di Casa Pound), è proprio Casa Pound che ci aiuta a capire cos’è “fascismo” oggi:

  1. Riconquista nazionale, sovranità nazionale contro i poteri forti;
  2. Controllo pubblico delle banche;
  3. Contrasto delle multinazionali, rilancio la produzione italiana ed una Europa autarchica;
  4. Contrasto della società multirazzista (!) e dell’immigrazione obbligata;
  5. Garantire il lavoro come dovere sociale;
  6. Riqualificare la sanità, assicurare le pensioni e dirottare l’8×1000 alla salute;
  7. Garantire il diritto alla maternità e alla vita;
  8. Nazionalizzazione dei settori trasporti, telecomunicazioni, acqua, risorse naturali, energia e salute;
  9. Mutuo sociale;
  10. Istruzione, cultura e ricerca gratuite, universali e rigorosamente selettive;
  11. Sviluppo e garanzia dei prodotti biologici nazionali;
  12. Promuovere la salute pisco fisica e la cultura;
  13. Salvaguardare la persona dallo sradicamento dal suo territorio e dal suo cielo;
  14. Giustizia sulla base del diritto romano;
  15. Recupero della potestà in materia di difesa nazionale;
  16. Revisione della Costituzione.

Va da sè che su alcuni di questi punti si può manifestare una convergenza trasversale, indipendente dall’orientamento politico. E’ altresì vero che tutto è molto chiaro, semplice. Così come è vero che vi sono parecchi punti discutibili, frutto di una visione eccessivamente nostalgica del passato, in termini di costume, cultura, poltica. D’altra parte, vi sono aspetti “valoriali” che non emergono dalla lettura del programma, ma che caratterizzano al di là di ogni ragionevole dubbio il fascismo moderno. Fra questi vi sono certamente una spiccata tendenza all’aggressività ed un uso indiscriminato della violenza fisica e verbale, come emerge da numerose testimonianze disponibili in più parti della rete (a onor del vero, in molti casi tale violenza è in risposta alle aggressioni di parte avversa, mentre in altri casi è del tutto gratuita – ad esempio, cinghia mattanza). Fa inoltre riflettere seriamente il fatto che il concetto di democrazia non è mai citato, segno evidente che, fino a prova contraria, lo possiamo considerare del tutto estraneo al moderno fascismo made in Italy. Alcune assenze importanti, inoltre fanno intravedere la mancanza o una carenza di attenzione su alcuni temi che caratterizzano le società più evolute e che 60 anni fa non erano prevedibili (interruzione della gravidanza, temi bioetici, diritti delle minoranze, lotta alle discriminazioni, ecc.)

Certo molto si può discutere sull’efficacia della democrazia come sistema di decisione e di partecipazione alla vita politica del paese, oppure sul fatto che quella che ci ostiniamo a definire democrazia, in realtà, non ne costituisce che un pallido abbozzo, ma finché la Costituzione sarà centrata sull’articolo 1 e finché il sentimento prevalente non cambia, la democrazia, in Italia è e rimarrà un valore di riferimento da cui nessuna forza politica e sociale, può prescindere.

3. Essere antifascisti oggi

Vorrei cominciare quest’ultima parte del post, con il racconto di un episodio che è avvenuto qualche giorno fa, presso il comune di Albano Laziale, dove si è svolto un incontro fra i giovani ed Ugo Mancini, Presidente della locale sezione dell’ANPI da sempre impegnato in un’opera di paziente divulgazione e dibattito sui temi del fascismo, della resistenza e della violenza nazista. L’incontro era stato concordato su richiesta di un gruppo di ragazzi di destra che avevano assistito ad uno delle lezioni su questi temi in una scuola locale. Mancini, che è un vero democratico e antifascista ha ovviamente acconsentito al confronto. Purtroppo, nella stessa sede si sono presentati alcuni esponenti di formazioni di sinsitra, che hanno disturbato l’incontro provocando Mancini, dicendo che non doveva avere contatti con i fasci, che non hanno diritto di cittadinanza politica, che non devono essere sdoganati e via di seguito in un crescendo che si è concluso con la solita smargiassata, la goccia che ha fatto trabboccare il vaso, tramutando un incontro di confronto su un tema delicato, tra l’altro fra due generazioni diverse, in una rissa con annessi danni a persone e cose.

Questo episodio mi sembra essere emblematico del concetto che vorrei esprimere in questa ultima parte, ovvero a 60 anni di distanza, dopo tutte le esperienze che abbiamo vissuto in Italia, è ancora possibile concepire l’antifascismo come tentativo di marginalizzazione violenta del pensiero fascista e delle sue espressioni pubbliche? E’ veramente questa la strada per contrastare un’evidente revanche dei valori e delle proposte politiche e movimentistiche di chiara marca fascista? Oppure sarà necessario accettare la sfida teorica e conoscere bene il nuovo fascismo per contrapporre ad esso una visione politica declinata in valori e proposte che abbiano presa sull’elettorato?

A mio parere, ogni tentativo di impedire agli esponenti dei movimenti del nuovo fascismo (per esser chiari, ricordo che faccio riferimento a Casa Pound e a Blocco studentesco in primis) di essere presenti nella scena politica e di esprimere il loro pensiero non solo è del tutto inutile, ma soprattutto fornisce alibi politici che tali formazioni sono abilissime nel rivoltare a proprio favore, come hanno recentemente dimostrato i fatti di Piazza Navona e della sede Rai di Roma. La demonizzazione dei giovani fascisti, la facilità con cui vengono presentati sistematicamente sui media come “squadristi” che cercano di imporre la loro presenza e le loro idee, alimenta un circuito perverso di versioni, controversioni e rimandi da un punto all’altro della rete, capace di generare un’attenzione che altrimenti non si creerebbe. A dare ulteriore manforte, intervengono poi, anche qui sistematicamente, le reazioni e/o le provocazioni violente e aggressive dalla parte più marginale e politicamente miope della sinistra (mi sto riferendo a Sinistra Critica, centri sociali vari, RASH, ecc.), che non fanno altro che amplificare ulteriormente l’attenzione già conquistata attraverso la polemica mediatica.

Assumendo che per me i movimenti fascisti, finché si muovono nell’alveo della legalità, hanno pieno diritto di cittadinanza e di espressione, ritengo che sia molto più produttivo conoscerli a fondo e mettersi in competizione con loro sugli stessi media che utilizzano, sfruttando gli stessi meccanismi, quando non inventando nuovi modi di comunicare.

Ad esempio, con un occhio ai movimenti studenteschi e alle tecniche di “guerrilla marketing” ritengo che sia molto più efficace agire sugli spazi mediatici che conquistano Blocco Studentesco e Casa Pound, neutralizzando la loro presenza con testimonianze, argomenti, spunti e provocazioni sviluppando al massimo la creatività e promuovendo con convinzione valori e proposte alternative, derivate da esperienze politiche diverse, più affini ad una moderna visione della sinistra.

Menare le mani è infinitamente più semplice, ma produce effetti non controllabili a livello sociale. Al di là della “soddisfazione estemporanea” di aver pestato uno che si ritiene un nemico, il senso che sarà dato al gesto lo decideranno i titolisti, i giornalisti, i blogger ed i forum in un processo governato da tecniche di costruzione e distribuzione del messaggio che, se ignorate, produrranno effetti contrari a quelli che si pensava di ottenere: non l’oscuramento di un pensiero o di un’idea, ma la sua amplificazione e la sua massima diffusione.

In un mondo ormai pervaso da strumenti di formazione e divulgazione del libero pensiero, ritenere che si possa “azzittire” il presunto nemico pestandolo di botte o cacciandolo dalle manifestazione è una pura illusione. Quello che si caccia dalle piazze, dalle assemblee ed in generale dalla vita reale, ritorna moltiplicato sulla rete e sui circuiti internazionali. Con un’aggravante: passato il momento delle “opinioni a caldo”, la coda lunga dell’informazione lascerà una traccia “fredda” a disposizione di tutti coloro che, da un certo momento in poi, andranno a caccia di approfondimenti e saranno capaci di produrre riflessioni ed elaborazioni sui materiali disponibili, definitivamente sfuggiti al controllo degli autori e presenti in contesti di attualità del tutto diversi da quelli di partenza.

In buona sostanza, quindi, essere democratici ed antifascisti oggi, significa riconoscere i movimenti neo fascisti come soggetti politici e come interlocutori, elaborando nel contempo una strategia di comunicazione e di azione politica su più livelli e più media capace di contrapporre alle loro posizioni e all’immagine che essi hanno saputo costruire, una visione alternativa del mondo aritcolata in proposte politiche concrete e posizionata in modo tale da dare dell’antifascismo una immagine moderna e lontana dagli schemi imposti dalla contrapposizione violenta ed aggressiva.





Sinistra Democratica: il mio primo congresso regionale

5 10 2008

La delega per partecipare al congresso regionale di SD

Il 3 ed il 4 ottobre a Roma si è svolto il primo congresso regionale di Sinistra Democratica. Si spera anche l’ultimo, in previsione del definitivo avvio della Costituente che porterà alla nascita, se tutto fila liscio, di un partito nuovo capace di accogliere le istanze delle persone che ancora si definiscono di sinistra, ma che sono disposte a superare la visione asfittica, identitaria ed anacronistica che caratterizza le formazioni residuali dello tsunami che ha spazzato via dal parlamento una rappresentanta importante di un consistente porzione della popolazione italiana (che ovviamente va al di là del miserrimo quasi-3 % raggranellato alle ultime politiche).

Sono state particolarmente significative le relazioni di Claudio Fava, coordinatore nazionale e di Carlo Leoni, del coordinamento nazionale. Negli interventi che si sono susseguiti nella giornata del 3 è stato affermata con forza la necessità di muoversi in direzione della costruzione partecipata del nuovo partito, con coloro che saranno interessati e vi parteciperanno, senza attendere ulteriori conferme e “manovre istituzionali”. Insomma un pomeriggio all’insegna del “presto e bene”.

Nella giornata del 4, invece, si sono susseguiti gli interventi dei delegati, fra i quali ho trovato particolarmente interessanti quelli di Cunzo, della Salacone, di Morassut, di Cecilia D’Elia, di Fontana (consigliere regionale dei verdi).

Devo dire che è stata un’esperienza molto piacevole, anche se un po’ faticosa. Mi ha fatto bene “sentirmi a casa” e trovare nuovi collegamenti. Mi dispiace notare una sostanziale mancanza di entusiasmo e di apertura al futuro: ci vorrà ancora tempo e lavoro per ritrovare la passione dell’impegno, ma mi sembra che ci siano tutte le condizioni. Preoccupante, anche in questa sede, la sostanziale assenza dei giovani, che sembrano essere veramente delle mosche bianche. Peccato, in fin dei conti il futuro è loro e dovrebbero essere i primi a premere per esserci.

Ecco infine, il mio intervento, reperibile anche bella sezione documentale del blog:

Care Compagne e cari Compagni,

Ieri abbiamo sentito riaffermare con forza che ci sarà un nuovo partito. E allora evvia il nuovo partito! Un nuovo soggetto che spero non sia solo un coagulo di persone e passioni “contro”, quanto piuttosto “PER” qualcosa e qualcuno. Si dice e noi tutti speriamo che la nascita di questo nuovo partito della sinistra sia un processo partecipato e plurale. Ma io auspico di più e spero che anche voi lo facciate. Mi auguro che sarà un partito che non solo si intitoli e si proclami di sinistra, ma che lo sia nell’intimo e che sia capace di fare le proposte che da esso ci si attende: le proposte che fanno le persone di sinistra!

Tempo fa parlavo di SOGNO. Il titolo del nostro congresso parla di SPERANZA, ebbene è arrivato il momento del CORAGGIO! Il coraggio di fare proposte e avviare iniziative che marchino la differenza ed una chiara discontinuità. Cosa significa? Significa che dobbiamo avere il coraggio di esprimere una NUOVA IDEA DI MONDO organica e progettuale, di parlare a tutti e non solo a classi e categorie che non esistono più. La mia profonda ignoranza su molti aspetti della vita e del sapere, mi impone di rifarmi a qualcuno che meglio di me ha saputo formulare concetti e riflessioni sul senso della sinistra nel XXI secolo: il brasiliano Roberto Mangabeira Unger, filosofo del diritto ad Harvard e ministro del governo Lula. Vediamo dunque alcuni esempi di cosa può significare essere di sinistra oggi.

  • Promuovere il pluralismo nell’economia e nella società, ovvero superare la contrapposizione storica tra liberismo e dirigismo creando le condizioni perché si sviluppino modelli alternativi e coesistenti per la definizione di proprietà ed per il lavoro, costruendo quindi nuovi contratti sociali e generazionali. Nel pieno rispetto dei diritti individuali e dando a chi lo desidera e lo chiede la possibilità di scegliere se, ad esempio, usare il baratto piuttosto che la moneta, oppure basarsi su schemi di proprietà comune e condivisa, piuttosto che rigidamente privata e individuale.
  • Ribaltare il paradigma tassazione-redistribuzione che riduce la fiscalità ad un meno trasferimento di risorse e trascura completamente la persona con i suoi bisogni e che impedisce alla solidarietà sociale di svilupparsi. Ma che ancor peggio non premia e non concede dignità a chi non produce profitto, ma contribuisce al miglioramento della qualità della vita del paese e della collettività. Cosa ci faccio con 50 euro in più in busta paga se poi devo pagare l’asilo, la baby sitter, la badante per assistere i parenti anziani o invalidi? Ed ecco anche l’inganno del federalismo fiscale, salutato come una grande riforma storica, ma che è una colossale finzione: trasferire le risorse da un unico “comitato d’affari centrale” sottoposto comunque al controllo del Parlamento (per fortuna!) ad una pluralità di “comitati d’affari locali” che saranno più soggetti al controllo di poteri forti locali. E non faccio fatica ad immaginare che abbiate capito che dietro i poteri forti locali si cela la criminalità organizzata: mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita. Un grande regalo dunque alla criminalità che per altri versi si dichiara di combattere.
  • Piuttosto che parlare della difesa della scuola, tema importante certamente ma non esaustivo neanche se collegato all’università e alla ricerca, sarebbe meglio parlare di una grande battaglia, meglio, una vera e propria guerra a difesa della conoscenza. In cui non solo le istituzioni della didattica, ma soprattutto i nuovi strumenti del sapere e della conoscenza vanno presidiati e difesi strenuamente. Internet ed il software libero, insieme a tutte le tematiche del diritto di autore devono diventare una priorità irrinunciabile, poiché sono alla base della libertà e della democrazia! In un’economia che in tutto l’occidente si muove verso il sapere, l’esperienza e la conoscenza, una scuola (e quindi un’università) che espelle i cervelli migliori costretti ad andare all’estero e crea legioni di consumatori inconsapevoli e di lavoratori con una formazione culturale scadente rischia di creare una nuova schiavitù, che passa per la piena intercambiabilità dei lavoratori e la loro riduzione a merce da comprare al prezzo più basso possibile, se non la loro totale inutilità. Se la cultura non torna ad essere considerato un VALORE PATRIMONIALE della collettività, come possiamo consentire lo sviluppo di un pensiero scientifico e di tornare a essere un motore della civiltà?
  • Potenziare gli strumenti per una REALE partecipazione democratica alla vita politica ed istituzionale per assicurare al corpo elettorale di esercitare oltre alla delega rappresentativa anche il ruolo fondamentale di CONTROLLO e la possibilità di essere parte attiva del lavoro legislativo.

E proprio quest’ultimo punto mi spinge a svolgere alcune riflessioni sull’azione politica, che dovrebbe conseguire a queste riflessioni più di impostazione e che si dovrebbe caratterizzare per proposte concrete e forti. Solo alcuni esempi, in materia di laicità dello stato, tema poco considerato in questa assise congressuale, ma di primaria importanza:

  • Battersi per far riunire la commissione mista che avrebbe dovuto effettuare la revisione periodica dell’aliquota dell’8×1000 e che, invece non si è mai riunita, nonstante le esplicite disposizioni sul punto.
  • Avviare una discussione coraggiosa sulla necessità di riformare il Nuovo Concordato ed i Patti Lateranensi, che segnano privilegi non più tollerabili nei confronti di istituzioni religiose che non possono più essere considerate interlocutori di preferenza, ma che dovrebbero essere invece collocate su un piano di parità rispetto ad altri soggetti che emergono e si attestano nella società.
  • Lanciare una campagna nazionale per portare nei comuni la discussione sull’istituzione dei Registri delle unioni civili, tema che investe in modo determinante l’intera collettività e non sono quella delle cittadine e dei cittadini omosessuali, presi a pretesto per bloccare un progresso che andrebbe a beneficio di tutti.
  • Denunciare con forza il fatto che esistono (almeno a Roma) istituzioni sanitarie gestite da religiosi o di loro proprietà nelle quali il personale è soggetto ad un odioso ricatto: devono impegnarsi a sostenere i valori cattolici a pena di essere licenziati o allontanati. E questo anche operano nella loro sfera privata. Una violazione della Costituzione continua e indecente che nessuno denuncia e di cui nessuno parla!

E soprattutto, a mio parere, è necessario costruire dei gruppi di progettazione delle riforme che vorremmo attuare, per trasformare il nostro essere “CONTRO” in veri progetti che ci consentiranno di dialogare con le istituzioni, ma soprattutto di aprire canali concredi ri comunicazione per parlare alla gente e per riavvicinarla non solo a noi, ma alla politica, VERA MISSIONE che dobbiamo porci.

Ed infine, compagne e compagni, permettetemi di concludere recuperando un nostro simbolo. Ora che la fine del Novecento ha relegato al mondo degli affetti “il gran partito dei lavoratori” ed “il rosso fiore [che] c’è in petto fiorito, dobbiamo dedicarci a creare il “gran stendardo al sol fiammante che innanzia a noi glorioso va”. Buon viaggio a tutti noi!





Programma? Chi vuole programma?

1 09 2008
Non erano tre un tempo?

Non erano tre un tempo?

ULTIM’ORA. Sul sito di Arcigay Roma, qualche decina di minuti dopo questo post (un’ulteriore singolarità), è stata pubblicata una lettera del Direttivo uscente. Dalla precisazione, ai chiarimenti, a parte la pappardella sbrodolosa di quanto sia buona la gestione uscente, continua a mancare l’unica cosa che serve: le regole in base alle quali si terrà l’assemblea congressuale e soprattutto la documentazione su candidati e programmi. Ed infine il mio personale piacere per essere stato già più volte riconosciuto come interlocutore autorevole, degno di risposte sia dirette che indirette.

——–

Ai non più giovani degli affezionati navigatori che si avventurano su queste pagine, il titolo di questo post farà certamente venire in mente qualche sketch dell’intramontabile Anna Marchesini, che si aggirava in divisa rossa fra le poltrone del teatro, imitando il fare un po’ routinario delle maschere di un tempo.

Ma l’associazione di idee si ferma qui. Rimaniamo in tema di Congresso Arcigay Roma e annotiamo alcune singolarità, peraltro sempre più preoccupanti sullo stato della democrazia all’interno di un’associazione che si proclama democratica e laica, vera vessillifera della lotta contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.

Essendone socio, consapevole dell’importanza che questa sede ha nel panorama italiano del movimento GLBT, ho ben diritto a far notare questi fatti e a sollevare delle questioni che sembrano passare in silenzio, soprattutto da chi invece povrebbe premurarsi di fare chiarezza, anche localmente.

Singolarità numero 1 – Inammissibilità della delega
In piena fase pre congressuale, si attuano delle sconcertanti quanto tardive pratiche di interpretazione delle norme statutarie nazionali, affermando che:

in ordine alla facoltà di un socio di farsi delegare al Congresso, si rileva che tale facoltà non sia ammissibile non essendo contemplata né dallo Statuto né da alcun Regolamento del Comitato Provinciale di Roma.

Orbene, ai validi consulenti di Arcigay nazionale e romana, non sfuggirà che sul piano strettamente giuridico, se la facoltà non è VIETATA negli statuti e nei regolamenti, essa è AMMISSIBILE per l’ordinamento giuridico generale e valida, nel peggiore dei casi, in forma scritta con copia del documento del delegante e con il vincolo dell’unicità. Non si capisce pertanto per quale arzigogolo si possa pensare di impedire ad un socio impossibilitato ad essere presente al congresso di esercitare i suoi diritti delegandone un altro di sua fiducia.

Singolarità numero 2 – Partecipazione ai lavori congressuali
Saluto con favore la determinazione che è stata adottata, evidentemente dietro pressione del Comitato Pezzoli, per evitare il paradosso della preregistrazione ai lavori che, da mandatoria è divenuta caldamente suggerita per motici organizzativi:

in merito alla registrazione prevista per il 6 settembre, il direttivo suggerisce caldamente l´iscrizione al fine di facilitare le operazioni di accredito, tuttavia, tramite il supporto della strumentazione fornita dal nazionale, sarà possibile accreditare anche le persone che non hanno provveduto alla registrazione. Avranno diritto di voto tutti i soci che risultino regolarmente iscritti alla data del 22 luglio 2008.

Rimane inalterato anche termine del 22 luglio 2008 che, sebbene sia accettabile per i nuovi iscritti, risulta insostenibile per coloro che, già iscritti con continuità, si vedano negato il diritto alla partecipazione per difetto di rinnovo. Di solito, le associazioni lasciano la possibilità di rinnovare fino al giorno prima delle assemblee. Una buona pratica che Arcigay Roma dovrebbe cominiciare ad adottare. Magari per evitare che i soci lontani da Roma, ma territorialmente afferenti al suo territorio debbano sobbarcarsi il viaggio e la permanenza fino alla Capitale.

Singolarità numero 3 – Chi sono gli altri candidati? Dove sono i loro documenti programmatici?
Senza starsi a dimenare sui bizantinismi di una procedura di deposito di candiati e documenti programmatici, c’è da rilevare che nelle poche righe che sono dedicate al congresso, il sito di Arcigay Roma non fa alcuna menzione delle candidature presentate né della possibilità di consultare i relativi documenti programmatici. A parte la cospicua documentazione disponibile sul blog interamente dedicato al programma del Comitato pro Pezzoli, infatti, non sembra essere disponibile alcun riferimento o informazione su chi saranno gli altri canidadati che si contenderanno l’elezione del 13 settembre.

(Il materiale della lista Marrazzo è stato pubblicato il 3 settembre)

Singolarità numero 4 – La comunicazione

Traendo direttamente dall’art. 10 dello statuto nazionale dell’Arcigay, si apprende che:

La convocazione del Congresso provinciale dovrà essere pubblicizzata nella maniera più ampia possibile e dovrà comunque essere affissa almeno 30 giorni prima, oltre che nella sede del Comitato provinciale, anche nelle sedi delle Associazioni affiliate presenti sul territorio di competenza, al fine di rendere possibile la partecipazione di tutte le socie e di tutti i soci.

Orbene, registro da più parti la segnalazione che nelle sedi delle associazioni affiliate, non v’è alcuna traccia della prescritta informativa richiesta dallo statuto nazionale. Mancanza talmente evidente che, se messa in risalto come sto facendo, dovrebbe far sussultare i vertici. Si tratta infatti chiaramente di un comportamento teso a non dare a tutti i soci la giusta informativa e precludere così loro non solo di partecipare, ma di sapere che c’è un congresso in convocazione.

Singolarità numero 5 – Regolamento congressuale

Probabilmente perduta a trovare i modi più inconsueti per minimizzare la partecipazione al congresso e quindi massimizzare il proprio vantaggio, la dirigenza uscente non si è neanche preoccupata di rendere note le regole per la tenuta dell’assemblea congressuale (figuriamoci, avere una copia dello statuto richiede la stessa procedura che occorre in Vaticano per avere un Agnus Dei!), dimostrando, se ancora ve ne fosse necessità, un basso livello di rispetto per i suoi associati e per la parola “democrazia”. E pensare che sarebbe bastato cercare “congresso” e “cassero” su google, per ottenere un immediato esempio da adottare anche ad occhi chiusi!

Concludendo, si potrebbe ben dire che il direttivo uscente di Arcigay Roma non ha proprio le carte in regola per presentarsi a testa alta al suo congresso e farebbe bene ad aspettarsi contestazioni vivaci su questo comportamento, dato che ha mancato di rispetto ai suoi numerosi associati, impedendo loro l’esercizio del più elementare e basilare diritto della democrazia: la partecipazione al dibattito e solo dopo il diritto di votare i propri rappresentanti.

Potrei concludere con un bel: Vergogna! a caratteri cubitali, ma, va da sé, rimarrebbe uno sfogo inascoltato e anche abusato. Meglio darsi da fare per sostenere chi ha fatto della trasparenza e della correttezza nella competizione la sua bandiera.