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Repubblica: Quanto ci costa la chiesa cattolica? – 6

Dopo la puntata del 25 ottobre 2007, avevo immaginato che l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica in Italia fosse finita. Invece, in una chiacchierata veloce con Sergio Rovasio, scopro che è andata avanti e me ne ero perso qualche pezzo. Cerco di rimediare, pubblicando quello che ho trovato.

Ecco la puntata del 26 gennaio 2008, in cui in sintesi si apprende che:

  • Lo Ior detiene depositi stimati (per difetto) di 5 miliardi di euro e offre rendimenti superiori ai migliori hedge fund.
  • La totale segretezza è un elemento distintivo dello Ior, che lo rende più incontrollabile delle isole Cayman e più riservato delle banche svizzere. Insomma un paradiso fiscale a due passi dal parlamento e dalla Banca d’Italia.
  • Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d’oro. Nessuna traccia.
  • Il crac di 20 anni fa è costato 406 milioni di dollari, meno di un quarto del dovuto (secondo Beniamino Andreatta).
  • L’ombra dello Ior è evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent’anni. Da Tangentopoli alle stragi del ’93 alla scalata dei “furbetti” e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l’ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.
  • Qualunque indagine che lo riguardi deve passare per il nostro Ministero degli Esteri e una rogatoria internazionale, poiché si tratta “ente fondante della Città del Vaticano” protetto dal Concordato.
  • Le Isole Cayman sono state scorporate dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per essere proclamate “missio sui iuris” alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidate al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.
  • Il potere dello Ior è enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. La “finanza bianca” ha conquistato posizioni su posizioni, in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell’Opus Dei.
  • Considerato il potere che oggi ha la finanza in Italia, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.

Per saperne di più, leggi l’articolo originale. Tutta l’inchiesta è disponibile nella sezione Docs.

Tonache rosse alla riscossa

Da fundacion.telefonica.comProprio non gli va giù oltretevere che si accendano i fari su come gira no i soldi fra i contribuenti italiani, lo Stato e la CEI. Dopo 4 puntate dell’inchiesta di Curzio Maltese per Repubblica, dopo i primi lampi di battaglia, sono passati all’artiglileria pesante. Il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha iniziato la controffensiva verso gli articoli di “Repubblica”. In perfetto stile canonico tuona: “Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa: l’apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società”.

In pieno delirio inquisitorio, Tarciso Bertorquemada aggiunge che “L’ora di religione è sacrosanta” e, sapendo che in Spagna le affermazioni del Vaticano contano quanto il due di spade quando regna bastoni, si mantiene comunque cauto sulla “deriva anticlericale” di quel governo.

Sapendo di poter contare su un bagaglio bimillenario di assurdi logici, ricorda che “Le difficoltà delle famiglie di arrivare alla fine del mese sono reali”, mentre si augura “che le promesse del Governo vengano matenute” e che le “risorse limitate… siano impiegate a favore della famiglia, dei figli, della solidarietà”. Dimenticando che parecchi soldi dei contribuenti che faticano ad arrivare a fine mese, finiscono proprio nelle profonde “tasche a chiocciola” di Santa Madre Chiesa.

Non tarda la replica di Ezio Mauro che dalle pagine di Repubblica (Democrazia e religione), che sottolinea come il tono usato sia perentorio e inusuale in qualsiasi democrazia: più adatto a un Sillabo. In sostanza, al Vaticano non piace un’inchiesta giornalistica che fa luce su alcuni fatti che dovrebbero essere per loro stessa natura chiari e noti.

Per fortuna, Bertorquemada, sebbene esponente di una “potenza straniera” non può ordinare di bloccare il lavoro di un giornale o decidere se e quando un’inchiesta può essere pubblicata. Ma il fatto grave è proprio il tentativo arrogante di depotenziare il lavoro di indagine di un giornale italiano, sapendo di poter contare su numero si appoggi sia di altri media, sia di alcuni fan politici. Nella libera dialettica democratica, l’esponente della “Casta delle sottane rosse” avrebbe tutto il diritto, se non il dovere, di esporre fatti concreti e dare piena giustificazione di quello che accade, senza vedere una minaccia in tutto. Una reazione così arrogante, violenta e antidemocratica non può non far pensare che su quei fatti ci siano accordi sotto banco e negoziati occulti, dei quali non si dovrebbe parlare.

Come dice un signore che è nelle nostre istituzioni parlamentari fin dalla Costituente, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Ed in fatto di peccati, quell’altra casta ha un discreta esperienza!

Repubblica: Quanto ci costa la chiesa cattolica? 28/09/07

da superherostuff.com

Ci è arrivata anche Repubblica, finalmente, ad aprire gli occhi su quanto ci costa la Chiesa, oltre che la Casta. Certo, c’è chi lo va dicendo da anni (basta ricercare l categoria 8×1000 in questo blog per averne un’idea), ma non possiamo che essere contenti se l’autorevole occhio si è aperto!

L’inchiesta di Repubblica è curata da Curzio Maltese con la collaborazione di Carlo Pontesilli e Maurizio Turco ed è partita il 28 settembre con un articolo intitolato I conti della Chiesa. Per comodità e per mantenerne traccia, l’articolo è riportato in calce al post.

Per quanto riguarda il commento, vorrei sottolineare l’”alterigia altezzosa” con cui gli autori, in questo caso con un’evidente caduta di autorevolezza, si peritano di trattare “libelli e certi siti anticlericali” che avevano già fatto i conti in tasca alle sottane d’oltretevere evidenziando non cifre da capogiro, ma una realtà concreta.

La Chiesa di Roma, costa a TUTTI gli italiano almeno quanto la Casta.

Una bella scoperta, grazie, ma noi ce n’eravamo accorti prima. Speriamo che questa “scoperta tardiva”, che non accresce il prestigio degli autori, serva comunque ad innescare un dibattito risolutivo sul tema, che inchiodi governo e Vaticano alle loro evidenti responsabilità.

Vai alle puntate successive: 3 ottobre 2007, 25 ottobre 2007, 25 ottobre 2007 – seconda parte, 10 novembre 2007, 26 gennaio 2008.

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I conti della Chiesa: ecco quanto ci costa

L’otto per mille, le scuole, gli ospedali, gli insegnanti di religione e i grandi eventi. Ogni anno, dallo Stato, arrivano alle strutture ecclesiastiche circa 4 miliardi di euro

di CURZIO MALTESE
“Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati”. Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l’arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall’arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel “ventennio Ruini”, segretario dall’86 e presidente dal ’91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all’interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama “otto per mille”. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.


Dall’otto per mille, la voce più nota, parte l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il “prezzo della casta” è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all’anno. “Una mezza finanziaria” per “far mangiare il ceto politico”. “L’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno”.

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all’ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al “costo della Chiesa” la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione (“Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire”, nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per “aiuti di Stato”. L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime “non di mercato” dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il “costo della democrazia”, magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul “come” le gerarchie vaticane usano il danaro dell’otto per mille “per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa”. Una delle testimonianze migliori è il pamphlet “Chiesa padrona” di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo “L’altra faccia dell’otto per mille”, Beretta osserva: “Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici”. Continua: “Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?”. “E infatti – conclude l’autore – i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…”.

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di “Chiesa padrona”, rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al “dirigismo” e all’uso “ideologico” dell’otto per mille non è affatto nell’universo dei credenti. Non mancano naturalmente i “vescovi in pensione”, da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: “I vescovi non parlano più, aspettano l’input dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato”. Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte “il dirigismo”, “il centralismo” e “lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”. Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: “Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono”.

La Chiesa di vent’anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall’egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall’universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di “scoprire” l’antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l’impegno di don Italo Calabrò contro la ‘ndrangheta.
Dopo vent’anni di “cura Ruini” la Chiesa all’apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l’agenda dei media e influisce sull’intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent’anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell’illusoria equazione mediatica “visibilità uguale consenso”, come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d’inverarsi la terribile profezia lanciata trent’anni fa da un teologo progressista: “La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo”. Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

(28 settembre 2007)