“Non mi fido della vostra sicurezza”
Intervista di Lampi di pensiero a Claudio Fava, candidato per Sinistra e libertà alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno 2009.
Disponibile anche sul sito di Sinistra Democratica.
“Non mi fido della vostra sicurezza”
Intervista di Lampi di pensiero a Claudio Fava, candidato per Sinistra e libertà alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno 2009.
Disponibile anche sul sito di Sinistra Democratica.
Il 7 novembre, a Roma, è stata annunciata la nascita dell’Associazione “Per la Sinistra”, una vera e propria Costituente che ha lo scopo di avviare iniziative di dibattito e discussione in vista della creazione di un nuovo partito della sinistra italiana, capace di raccogliere nel segno dell’unità tutti gli ideali, i valori, le esperienze e le persone che ancora credono che si può essere modernamente di sinistra, lontani dall’ideologia e dalle contrapposizioni, proiettati verso il futuro.
In questo articolo, si fa una sintesi dei principali interventi succedutisi nella conferenza stampa, che si possono vedere qui (sono intervenuti Moni Ovadia, Maria Luisa Boccia, Gianni Mattioli, Giorgio Parisi, Nichi Vendola, Paolo Cento, Claudio Fava, Umberto Guidoni)
Il documento che ha accompagnato la presentazione della Costituente della sinistra, invece può essere consultato sul sito nazionale di Sinistra Democratica, oppure nella sezione documentale di questo blog.
Ovviamente, l’ho sottoscritto, con l’idea di intensificare ulteriormente il mio impegno a partecipare alla discussione sui singoli temi, per arrivare a definire una piattaforma di programma molto più articolata, costruita con il contributo di tutti i militanti e i simpatizzanti. Il passaggio più importante di tutti partirà proprio dal territorio, dove nasceranno innumerevoli comitati promotori provvisori aperti, per dare vita all’Assemblea Nazionale di sabato 13 dicembre, alla quale si arriverà attraverso iniziative centrate sulla scuola, università, lavoro, diritti negati, ambiente, contro il nucleare civile e militare, sviluppo delle energie rinnovabili.
A gennaio, si avvierà una consultazione di massa sulle proposte avanzate dall’Assemblea Nazionale sulla carta d’intenti, il nome, il simbolo e le regole condivise.
Un percorso non semplice e non breve, a cui tutti coloro che sono convinti che una sinistra unita e progressista è possibile per il bene dell’Italia e del suo futuro, possono e devono partecipare.
Alcune “parole chiave” contenute nel documento, sono fondamentali e danno il segno del pensiero che si sta sviluppando per costruire quella che già Roberto Mangabeira Unger ha definito la sinistra del ventunesimo secolo.
Slideshow dal sito di Sinistra Democratica.
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“La camorra è una montagna di merda.” Segnalata anche da questa frase secca, che riproduce l’antico ma sempre vivo, e vero, grido di battaglia di Peppino Impastato contro la mafia, si è tenuta a Castelvolturno l’iniziativa di Sinistra democratica contro la camorra. Una iniziativa che esprimeva, insieme, anche una esortazione e una speranza : “Facciamo neri i camorristi”.
Castelvolturno, una terra di frontiera impastata di paura e violenza, dove lo stato può essere solo nemico o tutt’al più estraneo, e comunque un’entità di cui si fa fatica a percepire presenza e poteri. Anche adesso, con la presenza dei militari in mimetica e armi spianate agli incroci che portano in città.
Qui, nel cuore del sistema di potere dei casalesi, dove si è scatenata la violenza feroce dei loro gruppi di fuoco, da ultimo con la strage efferata che ha mietuto le vite di sei immigrati, Sinistra democratica ha voluto testimoniare la propria vicinanza a Roberto Saviano e l’impegno per la legalità e la democrazia in una terra martoriata dalla criminalità .
Un impegno non semplice, che produce già in mattinata le prime reazioni: manifesti bruciati o imbrattati con scritte volgari contro Roberto Saviano nella vicina Villa Literno.
Eppure, come forse non ti aspetti, nella piazza principale davanti al municipio di Castelvolturno non si vedono ombre ma persone in carne ed ossa, militanti di Sd, da Napoli e da tutta la Campania, e persino una trentina di compagni e compagne che arrivano dai Castelli romani, ma anche semplici cittadini. E qualche provocatore, che ancora vorrebbe impedire di affiggere i manifesti che annunciano la manifestazione.
La sala del consiglio comunale è presto piena: c’è risposta. Il timore, non del tutto infondato, che una terra di camorra sia off limits per un’ iniziativa democratica si dissolve.
Ci sono, e portano la loro testimonianza, diversi amministratori locali della zona. C’è l’accusa forte, vibrante, di Rosalba Scafuro, assessore di Sd nella giunta di Castelvolturno fatta segno di atti di intimidazione nei giorni scorsi, che denuncia la pervasività del sistema camorristico fatto anche dei mille rivoli delle attività economiche sul territorio, con le quali è pressoché impossibile non entrare in qualche modo in contatto. Un sistema che condiziona, impone balzelli, inquina la vita delle persone senza che sia possibile resistere se non si ha alle spalle la presenza dello stato, di istituzioni credibili, di amministratori liberi.
Il capogruppo regionale di Sd, Tonino Scala, rivendica la battaglia contro l’esclusione sociale, che passa in Campania dalla difesa del reddito di cittadinanza minacciato dai tagli al bilancio regionale, come momento fondamentale del contrasto alla criminalità organizzata .
E ancora, il prof. Amato Lamberti, della direzione regionale di Sd, già presidente della provincia di Napoli, parla della miopia che porta a presumere di combattere la camorra con l’invio di militari. Più che un valido sistema di contrasto, l’ espressione di un forte deficit culturale e della sottovalutazione del nesso inestricabile tra criminalità e degrado sociale. Paolo Beni, presidente dell’Arci, ricorda invece il valore del lavoro come garanzia di libertà e autonomia delle persone, attuazione vera dei principi di solidarietà sociale garantiti dalla Costituzione repubblicana e antidoto alle forze dell’ antistato.
Roberto Natale, presidente della FNSI, suscita commozione e un lungo applauso quando ricorda la figura di Giancarlo Siani, il giornalista del Mattino caduto sotto il piombo della camorra a ventisei anni, nel 1985. Natale afferma che l’Italia è l’unico paese dell’occidente in cui si verifica un attacco costante e violento della criminalità contro il giornalismo e la libera informazione. Una stampa indipendente, una informazione che non sia vassalla del potere politico costituiscono per Natali il vero presidio democratico contro i poteri malavitosi. Il presidente della FNSI ricorda ancora la domanda angosciata di Rosaria Capacchione, la cronista della redazione casertana del Mattino, più volte minacciata e che vive sotto scorta, che si chiede perché fosse l’unica giornalista presente in aula a seguire il processo dei casalesi, mentre ai processi che riguardano i fatti di cronaca come quelli di Cogne o Perugia i giornalisti sono tanti da non riuscire ad entrare fisicamente nelle aule: il segno della distorsione del sistema dell’informazione di questo paese, che si manifesta anche nella geografia della proprietà dei mezzi di informazione.
E’ Moni Ovadia a riscuotere il largo assenso della platea quando attacca e denuncia la strumentalità e la rozzezza del razzismo, vera arma di distrazione di massa nelle mani di politici reazionari. Ovadia rievoca la celebre frase di Goering: per convincere un buon contadino tedesco ad imbracciare il fucile occorre convincerlo che un pericoloso nemico minaccia i confini. Allo stesso modo per paralizzare la volontà di opposizione e la capacità critica non c’è dispositivo politico più efficace del razzismo. Se non fosse peraltro che il razzismo ha colpito pesantemente, e a lungo, anche gli italiani, e non solo quelli del sud. Ai tempi della massiccia emigrazione italiana negli USA, nota Ovadia, anche Bossi e Borghezio sarebbero passati per esponenti di una razza non bianca, prossima a quella nera, e quindi potenzialmente pericolosa. Ovadia conclude ricordando le parole del pastore luterano Dietrich Bonhoffer, con le quali si ammoniva che quello che viene riservato agli altri e sembra non riguardare noi un giorno potrebbe toccarci da vicino.
Chiude Claudio Fava. E’ un intervento appassionato il suo, che rievoca la battaglia di Peppino Impastato, che già giovanissimo sfidò la mafia di Cinisi, lui, che pure era figlio di un mafioso. Come sfidarono il potere dei Greco, la potente famiglia mafiosa di Palermo, i giovanissimi studenti del liceo di Ciaculli che li invitarono a viso aperto a lasciare il loro feudo. Il senso è che solo una forte resistenza civile e democratica, solo l’impegno senza ombre di chi governa e di chi fa politica incide sulla lotta alla criminalità. Ombre che invece si allungano su un governo che conta tra le sue file il sottosegretario all’economia Cosentino, indicato da collaboratori di giustizia in stretti rapporti con il clan dei casalesi.
La manifestazione si conclude con l’ incontro tra una delegazione di Sd, tra cui lo stesso Fava, Gloria Buffo e Arturo Scotto, e gli immigrati del centro di accoglienza di Castelvolturno e con un intervento di Jean René Bilongo, che è componente del consiglio nazionale di Sd e a Castelvolturno vive. Bilongo, sull’onda delle grandi manifestazioni dell’11 e del 25 ottobre e della straripante vittoria di Barack Obama alle presidenziali americane, auspica l’inizio di una fase politica nuova anche nel nostro paese.
Una giornata importante, insomma, che apre alla speranza e al riscatto anche in una terra senza luce come è stata finora Castelvolturno e il litorale domizio. Una giornata che rafforza la convinzione che la lotta alla criminalità organizzata resta un elemento centrale e qualificante anche nel percorso che porta alla costruzione di una soggettività della sinistra unita e rinnovata.
Il recentissimo caso nazionale della prostituta rinchiusa a Parma in condizioni inaccettabili per un paese civile, trova proporzionale eco in quanto è successo il 12 agosto a Roma (qui l’articolo): una ragazza peruviana, seduta sui gradini di Santa Maria della Vittoria per aspettare un’amica, apostrofata da una volante di passaggio: “Ma che fai ti metti a lavorare proprio qui, davanti a una chiesa?”. Al sopraggiungere dell’amica, stesso trattamento anche per lei: “Bella, diglielo pure alla tua amica, questa è una chiesa, non potete mettervi a lavorare qui”.
Decidono, giustamente di denunciare il comportamento insensato degli agenti e nella questura, incontrano lo stesso poliziotto: “Ancora qui state? Adesso vi faccio passare la voglia”; prende e carica quella delle due ragazze che ha lasciato a casa i documenti, per portarla all’ufficio immigrati, dove verrà rinchiusa in “una cella sporca di immondizia”, dalla quale l’hanno rilasciata solo la mattina del 13.
Questo il commento delle ragazze: “Roma è diventata invivibile per gli stranieri: siamo regolari, parliamo romano, abbiamo amici italiani eppure veniamo trattate così. Siamo qui da tanti anni, continuiamo ad amare questa città, ma facciamo fatica a viverci”. All’idea di denunciare il trattamento subito: “Volevamo farlo ieri, ma poi è andata come è andata. Ora abbiamo paura, chi ci torna in questura?”.
I fatti si sono svolti in pieno centro, in una zona frequentatissima da turisti, in cui è noto a tutti che non esiste giro di prostituzione femminile in strada. Appare pertanto oltremodo singolare che gli agenti della volante si siano comportati in quel modo. C’è da dire che, se essi fossero veramente intenzionati ad intervenire sul tema, troverebbero abbondanza di casi pochi passi più oltre. E’ parimenti noto a tutti che nella piazzetta antistante le terme di Diocleziano fra le baracchette dei librai che si trovano fra la stazione Termini e Piazza Repubblica, opera quotidianamente un folto gruppo di prostituti maschili, in una situazione di degrado urbano e sociale che ha veramente pochi riscontri in città.
E’ quindi deprecabile che le forze dell’ordine assumano questo genere di comportamenti. La brutalità nelle parole degli agenti e la volontà di impedire che il loro comportamento fosse denunciato, applicando una misura repressiva sproporzionata tale da condurre in fermo la ragazza che non aveva con sé i documenti, non può essere tollerata. La reazione immediata di spaesamento registrata presso i gradini della chiesa, avrebbe dovuto essere sufficiente a far comprendere l’abbaglio: non si era in presenza di prostitute. Probabilmente, un comportamento semplicemente educato e civile avrebbe rimesso tutto a posto, senza destare il clamore delle cronache: le scuse personali degli agenti, un invito a prendere qualcosa in un bar ed infine l’offerta di riaccompagnare le ragazze nel luogo dove erano destinato. Un comportamento civile ed educato, a prescindere dalla nazionalità.
Invece, gli agenti hanno preferito fare i duri, con il risultato che una cittadina straniera regolarmente residente in Italia, è stata trattata come una delinquente qualunque solo perché intenzionata a denunciare un abuso subito da agenti in servizio. Agenti che, con tutta probabilità, si sono comportati così proprio perché le ragazze erano straniere, incoraggiati dal pesante clima che si respira, un opprimente miscuglio di moralismo, disprezzo per gli stranieri che vengono dai luoghi del mondo che consideriamo meno evoluti, sbandierata attenzione alla sicurezza e un preoccupante autoritarismo di ritorno. Tutti fenomeni che trovano nuovo vigore e si scatenano, manco a dirlo, proprio contro i più deboli, ovvero il punto finale di un fenomeno che si continua a voler combattere reprimendo chi si prostituisce ed i clienti piuttosto che le organizzazioni criminose che, spesso, ne costituiscono l’elemento forte. Se veramente si volesse intervenire decisamente contro gli aspetti criminali della prostituzione, basterebbe decidersi a regolarla facendone una professione come un’altra, proprio come si è ampiamente discusso nella conferenza stampa recentemente tenutasi in Senato in occasione della presentazione di un disegno di legge in materia.
Rapporto sulla criminalità in Italia20 giugno 2007. Il Ministero dell’Interno ha pubblicato a giugno il Rapporto sulla criminalità in Italia – anno 2006 (versione sintetica).
Il rapporto si presenta veramente bene e alla lettura sembra effettivamente ben fatto sia tecnicamente sia editorialmente. Sul piano tecnico, vale la pena di notare che i dati sono rielaborati tenendo conte di un’elevata percentuale di reati non denunciati, una sorta di “numero oscuro”. Inoltre, l’analisi è condotta con una prospettiva di medio periodo, con il preciso scopo di individuare i cambiamenti nella frequenza dei reati, che sono tendenzialmente lenti. Spesso, variazioni contingenti anche modeste nel numero di reati possono dare l’impressione di una crescita o di una diminuzione che invece devono essere considerate solo increspature di tendenza.
Dalla lettura dei dati riportati nella sintesi emergono alcuni fenomeni di notevole importanza, che sintetizzo per chi non avesse voglia di andarselo a leggere tutto (non riporto i dati relativi alla criminalità organizzata, all’eversione, agli stupefacenti e all’ordine pubblico):
Il rapporto indica poi alcuni elementi di valutazione della paura di subire reati. Da almeno quattordici anni, tale paura appare stabile, se non addirittura in lieve declino. Dal 1993 l’Istat ha chiesto a un campione rappresentativo di famiglie italiane se considerasse a rischio di criminalità la zona in cui vivevano. Nel 2005 meno del 30% dichiara di considerarla molto o abbastanza a rischio, e la quota corrispondente nel 1993 era di poco superiore al 30%.Tale paura è più elevata al sud che al nord e al nord che al centro, con differenze che riguardano anche le tendenze nel tempo. Se è vero che la paura di subire un reato non è cresciuta nell’arco degli ultimi 14 anni, ha dimensioni non trascurabili. Oltre una persona su quattro si sente poco o per niente sicura quando cammina sola al buio la sera nel proprio stesso quartiere (in particolare in Sicilia, Lazio, Lombardia e Campania).
Nella presentazione del rapporto alla stampa, il Ministro Amato mette in evidenza alcuni punti essenziali che riguardano i dati rilevati. Innesto sulle sue considerazioni le mie, particolarmente rispetto al ruolo della stampa nella definizione delle priorità e delle emergenze:
In conclusione, il dato veramente impressionante è l’aumento dei reati “familiari”. Dalle parole dello stesso ministro appare chiaro che si tratta di una situazione molto brutta, proprio in considerazione che nella maggioranza dei casi è il partner l’autore della violenza.
Ma questo fa molto, molto meno notizia dello spauracchio straniero e soprattutto non corrobora l’azione repressiva intrapresa con grande clamore dagli esponenti del nuovo partito di maggioranza, il Partito Democratico.
Ciò che mi crea maggiore fastidio è comunque la “fontana” di ipocrisia che attraversa i commenti di politici irresponsabili che, complici i media, prima creano le premesse per le bravate delle squadracce (odio razziale, dagli al mostro straniero, ecc.) e poi ne deplorano le azioni con sommo distacco ed irritazione.
Meglio sarebbe stato, principalmente da parte dei Sindaci delle città maggiormente interessate al problema degli immigrati clandestini (e quindi NON dei NOMADI!), intervenire a suo tempo ed IMPEDIRE la nascita delle baraccopoli, senza aspettare che esse si trasformassero in città vere e proprie, e quindi in problemi di difficilissima risoluzione.
In ogni caso, la soluzione non può e non deve essere l’espulsione di massa o i campi di conc… pardon! di accoglienza, magari costruiti ai confini dei comuni (come il progetto del mega campo nomadi di Castel Romano, presso Pomezia), per scaricare sulle amministrazioni limitrofe i problemi della gestione di queste impressionanti masse umane.
Invito ad andare a leggere l’articolo pubblicato da Guerrillaradio, che con maggiore sintesi, si colloca sulla stessa linea dei miei commenti.