Archivi tag: congresso

14 luglio: un anno dopo

14 luglio: un anno dopo

“E’ una rivolta?”
“No, sire, è una rivoluzione”
(Dialogo tra Luigi XVI e il duca di Liancourt alla notizia della caduta della Bastiglia)

Un anno fa fummo tra i promotori di una proposta per il futuro dell’esperienza politica chiamata “Sinistra e Libertà”.

Attorno a quella proposta vi fu la convergenza di persone con provenienze e idee diverse, che tuttavia si unirono attorno alla consapevolezza che un’alleanza elettorale essenzialmente tra pezzi di ceto politico, pur diffuso a livello territoriale, senza un’organizzazione democratica che ne garantisse una forza attrattiva e quindi una capacità di espansione, spesso incapace di esprimere posizione a causa dei continui veti incrociati, fino al punto di non riuscire ad esprimere chiaramente la leadership della sua personalità di punta (Nichi Vendola), non solo non avrebbe avuto alcun futuro, ma soprattutto era del tutto inutile, se non a meri fini elettoralistici di breve periodo.

Quella proposta politica fu ampiamente travisata e per lo più tradotta nel semplicistico “partito subito”, quale desiderio di un ristretto “ceto militante”, impaziente e bisognoso di un impianto organizzativo in cui poter riprodurre le classiche dinamiche partitiche, incapace di cogliere l’indispensabilità di un’operazione unificatrice per quanto lenta e faticosa.

Naturalmente, la proposta che avanzavamo era molto diversa e ben più articolata (per poterla rileggere) ed oggi guardiamo con soddisfazione a quanto accaduto nel corso di questo lungo anno e soprattutto al fatto che si stia finalmente approdando alla nascita di un soggetto politico “capace di accogliere esperienze diverse e lontane, attraverso il confronto e la discussione; in sintonia con la società e le realtà aggregative che ad esso fanno riferimento; fortemente radicato sul territorio e nella società; capace di reagire prontamente agli stimoli grazie alla struttura innovativa e all’utilizzo di nuove forme di comunicazione; in rapporto con le energie e le forze del cambiamento e aperto al futuro” così come da noi auspicato nel documento di un anno fa.

Ci sono però alcuni pericoli che a nostro parere dobbiamo cercare di evitare e per questo abbiamo scelto di scrivere questa nota collettiva. Vogliamo portare alla luce una discussione che ci pare tenda a restare sotterranea, e per questo rischia di “deragliare” anche attraverso la strumentalizzazione di alcune parole d’ordine che pure hanno caratterizzato la nostra esperienza.

Ma andiamo con ordine, partendo da una breve premessa:

  1. i fatti hanno dimostrato che l’uscita dal progetto di alcune sigle partitiche non ha compromesso la natura dello stesso, né le sue potenzialità elettorali. L’uscita di scena del PSI non ha affatto sottratto la capacità di raccogliere in SEL gli elementi positivi della storia socialista, né la possibilità di dialogo e intesa con quegli esponenti socialisti più convinti della necessità della ricostruzione di una nuova sinistra, lontana dai miti neoliberisti. Così come la decisione di un nucleo importante di ecologisti di restare nel progetto di SEL nonostante la sconfitta nel congresso dei Verdi, insieme alla profonda e antica convinzione ecologista degli esponenti di punta (Vendola, Mussi) ma anche di moltissimi fra esponenti regionali e locali, ha reso l’ecologia un tratto caratterizzante di SEL tanto da essere inserita nel nome e tale da renderla il soggetto politico ecologista italiano più riconoscibile.
  2. Lo sforzo organizzativo attuato con la prima Assemblea Nazionale di SEL del dicembre 2009, con la dotazione di alcune (seppur insufficienti)  regole di democrazia interna, ha consentito l’avvio della faticosa creazione di luoghi unitari di discussione e decisione, che ha anche iniziato a produrre un discreto rinnovamento generazionale.
  3. La vicenda pugliese ha imposto lo strumento delle primarie quale tratto distintivo di SEL, consentendole di affrontare l’interlocuzione con il resto del centrosinistra in modo innovativo e capace di sparigliare le vecchie pratiche delle burocrazie partitiche.
  4. Il definitivo riconoscimento interno e la riconoscibilità esterna della leadership di Nichi Vendola ha consentito la chiara definizione del profilo politico di SEL e la possibilità di renderlo comprensibile, evidenziandone l’utilità e riuscendo quindi ad intercettare un consenso crescente.

Vi sono quindi tutti i presupposti perché si prosegua nella giusta direzione, a patto di evitare quei rischi che sopra paventavamo e che cercheremo qui di seguito di esporre:

  1. NON DOBBIAMO PER FORZA RIFARE IL PCUS (ovvero SERVE UNA FORMA PARTITO INNOVATIVA)
    Occorre accelerare e allargare la discussione sulla forma partito. Al Congresso di ottobre SEL si doterà di uno statuto, che ne segnerà la forma e si ripercuoterà sulla sostanza. Ci sembra che l’elaborazione sia in forte ritardo, e che in una parte del “corpo militante” di SEL si dia per scontata la strutturazione su una classica forma “partito territoriale di massa”, già tramontata in generale ma drammaticamente pericolosa per l’efficacia di una formazione politica di piccole dimensioni che ha come “missione” quella di riformare la politica partendo dalla centralità della democrazia. Occorre studiare seriamente e mettere in atto una discussione partecipata, aperta soprattutto alle tante competenze in merito alle forme organizzative. Noi pensiamo, oggi come allora, che si debba andare ad un modello di partito-rete, una rete “federativa” che sappia unire esperienze politiche e sociali autonome, fondata su regole e procedure in grado di attivare una circolarità virtuosa tra rappresentanza e partecipazione: rappresentanza, perché, ovviamente, in un partito è imprescindibile il ruolo dei gruppi dirigenti e della leadership, a cui occorre garantire legittimazione e autorevolezza, tramite procedure democratiche di selezione interna; partecipazione, perché senza un ruolo attivo di un largo strato di gruppi dirigenti locali, militanti, semplici iscritti e sostenitori, non è possibile attivare quel flusso di comunicazione capillare con l’ambiente esterno, quella capacità di orientare la formazione dell’opinione pubblica, di trasformarne domande e preferenze. Partecipazione, dunque, come fondamentale risorsa strategica ai fini dell’efficacia stessa di un’azione politica tesa non a competere per conquistare ciò che è semplicemente dato nel modo di pensare dei cittadini, ma a mettere in campo la capacità e le risorse organizzative per cambiare e orientare questo modo di pensare.
  2. SE LA SINISTRA ARCOBALENO E’ MORTA UNA RAGIONE CI SARA’ (ovvero SERVE UN PROGETTO POLITICO SENZA AMBIGUITA’)
    SEL deve avere a proprio fondamento la chiara consapevolezza di non essere definitivo approdo, ma un partito di transizione che aiuti tutti i partiti del centrosinistra a morire. Uno strumento per il cambiamento di prospettiva dell’intero campo progressista, il “lievito” di una nuova grande soggettività che rappresenti una concreta alternativa politica, sociale e culturale alla destra. Per poterlo fare, SEL si deve definitivamente liberare – e spingere anche gli altri partiti del centrosinistra a liberarsi – dell’idea che tale costruzione possa passare attraverso l’unificazione di pezzi di (ex) gruppi dirigenti di pseudo-formazioni politiche. Si tratta di una strada già tentata e definitivamente fallita, soprattutto a causa delle cecità di quegli stessi gruppi dirigenti che oggi, sconfitti dalla storia, tentano di riprendere il filo di possibili accordi che nella società reale non interessano a nessuno. Solo alzando lo sguardo e coltivando pensieri lunghi si può vincere. Negli ultimi 30 anni la sinistra ha perso perché ha pensato di poter vincere politicamente perdendo culturalmente. Crediamo che abbia pienamente ragione Nichi Vendola nel dire che quando pensa agli interlocutori per la ricostruzione dell’alternativa in questo paese gli vengono in mente Don Ciotti, Carlo Petrini, Gino Strada, non certo (aggiungiamo noi) gli ormai dimenticati nomi di esponenti politici di partiti in via di estinzione. Dobbiamo quindi dare alla parola “unità” un significato chiaro e privo di ambiguità: l’unità che ci interessa è quella del popolo della sinistra e alla politica compete costruire un modello organizzativo che sappia dargli degna rappresentanza.  Per fare ciò, è indispensabile avere reale disponibilità a mettere la propria esperienza a disposizione di un progetto di ricostruzione del campo della sinistra. Questa consapevolezza non contrasta con la necessaria organizzazione di SEL né diminuisce il valore e la necessità del suo progetto politico.
  3. NON FACCIAMOCI DEL MALE, (ovvero IL RISCHIO DELL’ANTILEADERISMO “A PRESCINDERE”)
    I partiti non nascono dalla decisione di pochi di dar loro vita. O meglio, possono così nascere, ma in tal caso non hanno alcuna possibilità di crescere. La storia, la nostra storia, l’ha dimostrato: i tentativi di dar vita ad esperienze unitarie di sigle partitiche sono naufragati non solo tra le liti dei diretti interessati, ma soprattutto nell’indifferenza del corpo elettorale nei confronti di un’opzione giudicata irrilevante ai fini del cambiamento sociale. Un soggetto politico riesce ad aumentare il proprio consenso quando è percepito “utile” e ciò, nei tempi della comunicazione globale, passa anche attraverso la capacità della propria leadership di trasmettere questa utilità. Non staremo qui a fare l’elogio di Nichi Vendola e delle sue capacità di comunicazione, che tutti conosciamo. Ci preme evidenziare il rischio che si faccia strada in SEL l’idea che l’espressione di una leadership forte sia una sorta di subalternità al berlusconismo, e che un soggetto politico di sinistra debba necessariamente fondarsi sull’assenza di personalizzazione. Noi crediamo che questo atteggiamento abbia già causato notevoli danni alle possibilità espansive di SEL, a cominciare dalla incomprensibile (e soprattutto non democratica) scelta di togliere dal simbolo il riferimento a Nichi Vendola, che a nostro modo di vedere deve essere immediatamente ripristinato. E questo non per un cedimento alle tentazioni leaderistiche, ma perché la faticosa costruzione di leadership riconosciute (nel caso di Vendola tra l’altro attuatasi attraverso una vera operazione di popolo, e non di vetrina televisiva) è un compito fondamentale di un soggetto politico che voglia avere voce nel panorama politico di qualunque paese del mondo. Non si tratta di un “adattamento” alle condizioni date, ma della messa in campo di una modalità sana di costruire un riferimento per il popolo di sinistra (come lo sono stati i più grandi esempi di personalità che sole hanno modificato la storia della sinistra e dell’Italia) basato non sulla selezione dei salotti di Vespa o Floris, ma  attraverso una dura esperienza politica, amministrativa e passata attraverso le “forche caudine” del consenso popolare.
  4. SE NON TI VOTANO, FORSE IL LEADER NON LO PUOI FARE (ovvero EVITIAMO L’AUTOREFERENZIALITA’)
    Un anno fa avevamo individuato il rischio di scivolare nell’ennesimo “partito cartello”, quello in cui non si valorizzano le risorse provenienti dall’attivismo di base, ma ci si appoggia quasi esclusivamente sulle reti di cariche pubbliche. E’ un rischio ancora vivo, che è possibile evitare solo attraverso quel circuito virtuoso tra rappresentanza e partecipazione che abbiamo prima descritto. Pensiamo che occorra puntare sul contatto diretto con una più vasta opinione pubblica non solo attraverso la visibilità mediatica del leader e delle personalità di spicco (comunque indispensabile), ma anche attraverso una rete diffusa di “presìdi” territoriali locali, e attraverso l’attivazione di un “personale di confine”, nelle città, nei luoghi di lavoro, nelle grandi e piccole organizzazioni sociali. La creazione, inoltre, di luoghi di elaborazione concreta che mettano insieme esperienze e saperi, è indispensabile per evitare che i livelli istituzionali siano gli unici in grado di produrre competenza, e il coinvolgimento nei processi decisionali di competenze e professionalità renderebbe utile se non indispensabile per coloro che ricoprono cariche istituzionali attivare un proficuo confronto. Tuttavia, appare altrettanto pericolosa la tentazione di “prescindere” dalla necessità di una presenza nelle istituzioni, così come l’idea che la costruzione delle leadership, indispensabili ad ogni livello, possa essere sganciata da quel percorso di verifica del consenso popolare che deve essere invece a fondamento della selezione di una nuova classe dirigente, che abbia il rapporto con la realtà sociale come proprio orizzonte principale.

Questo il filo rosso che lega il documento di un anno fa con le riflessioni e le proposte che crediamo debbano vivere nel nostro primo congresso di ottobre e che dovrà avere come tratto caratteristico il CORAGGIO.

Il coraggio di sapersi mettere completamente in gioco, di rischiare – come ha fatto Vendola – il proprio “patrimonio” di credibilità e potere, pur di uscire dal triste coro della politica nostrana. Il coraggio di buttare giù le cattedre per costruire un cerchio dove guardarci tutti in faccia alla pari, trasformandoci in un perimetro che tenga dentro la parte migliore di questo Paese: la maggioranza.

Facciamo vivere a livello nazionale quel sogno utile e quella rivoluzione gentile che ha un esempio pratico in Puglia e saremo in grado di cambiare l’Italia.

Guido Allegrezza
Fabio Bonanno
Luana Di Molfetta
Ileana Piazzoni
Nazzareno Pilozzi
Davide Santonastaso

Controcampagne: Fabrizio Marrazzo – 2


Anche oggi, sono apparsi in rete alcuni divertenti sfoghi creativi rivolti al Presidente uscente di Arcigay Roma. Uno zeffiretto gentile ma insistente ha cominciato a spirare da qualche giorno, portando rumors molto piccanti: sembra addirittura che il congresso dell’Arcigay Roma, previsto per dicembre ed anticipato al 13 settembre con un’abile mossa, sarà addirittura annullato. Al momento non vi sono notizie certe, ma alcune segnalazioni giunte fanno notare come l’intero processo di convocazione, nonché le modalità scelte per il suo svolgimento, non siano coerenti con lo statuto nazionale.

Alla fine di questa storia, c’è da giurare, neanche il nostro saprà più a che Santo votarsi. Posso suggerire di procurarsi delle propiziatorie reliquie lacrimali e prepuziali, che sembrano essere potentissime.

Programma? Chi vuole programma?

Non erano tre un tempo?

Non erano tre un tempo?

ULTIM’ORA. Sul sito di Arcigay Roma, qualche decina di minuti dopo questo post (un’ulteriore singolarità), è stata pubblicata una lettera del Direttivo uscente. Dalla precisazione, ai chiarimenti, a parte la pappardella sbrodolosa di quanto sia buona la gestione uscente, continua a mancare l’unica cosa che serve: le regole in base alle quali si terrà l’assemblea congressuale e soprattutto la documentazione su candidati e programmi. Ed infine il mio personale piacere per essere stato già più volte riconosciuto come interlocutore autorevole, degno di risposte sia dirette che indirette.

——–

Ai non più giovani degli affezionati navigatori che si avventurano su queste pagine, il titolo di questo post farà certamente venire in mente qualche sketch dell’intramontabile Anna Marchesini, che si aggirava in divisa rossa fra le poltrone del teatro, imitando il fare un po’ routinario delle maschere di un tempo.

Ma l’associazione di idee si ferma qui. Rimaniamo in tema di Congresso Arcigay Roma e annotiamo alcune singolarità, peraltro sempre più preoccupanti sullo stato della democrazia all’interno di un’associazione che si proclama democratica e laica, vera vessillifera della lotta contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.

Essendone socio, consapevole dell’importanza che questa sede ha nel panorama italiano del movimento GLBT, ho ben diritto a far notare questi fatti e a sollevare delle questioni che sembrano passare in silenzio, soprattutto da chi invece povrebbe premurarsi di fare chiarezza, anche localmente.

Singolarità numero 1 – Inammissibilità della delega
In piena fase pre congressuale, si attuano delle sconcertanti quanto tardive pratiche di interpretazione delle norme statutarie nazionali, affermando che:

in ordine alla facoltà di un socio di farsi delegare al Congresso, si rileva che tale facoltà non sia ammissibile non essendo contemplata né dallo Statuto né da alcun Regolamento del Comitato Provinciale di Roma.

Orbene, ai validi consulenti di Arcigay nazionale e romana, non sfuggirà che sul piano strettamente giuridico, se la facoltà non è VIETATA negli statuti e nei regolamenti, essa è AMMISSIBILE per l’ordinamento giuridico generale e valida, nel peggiore dei casi, in forma scritta con copia del documento del delegante e con il vincolo dell’unicità. Non si capisce pertanto per quale arzigogolo si possa pensare di impedire ad un socio impossibilitato ad essere presente al congresso di esercitare i suoi diritti delegandone un altro di sua fiducia.

Singolarità numero 2 – Partecipazione ai lavori congressuali
Saluto con favore la determinazione che è stata adottata, evidentemente dietro pressione del Comitato Pezzoli, per evitare il paradosso della preregistrazione ai lavori che, da mandatoria è divenuta caldamente suggerita per motici organizzativi:

in merito alla registrazione prevista per il 6 settembre, il direttivo suggerisce caldamente l´iscrizione al fine di facilitare le operazioni di accredito, tuttavia, tramite il supporto della strumentazione fornita dal nazionale, sarà possibile accreditare anche le persone che non hanno provveduto alla registrazione. Avranno diritto di voto tutti i soci che risultino regolarmente iscritti alla data del 22 luglio 2008.

Rimane inalterato anche termine del 22 luglio 2008 che, sebbene sia accettabile per i nuovi iscritti, risulta insostenibile per coloro che, già iscritti con continuità, si vedano negato il diritto alla partecipazione per difetto di rinnovo. Di solito, le associazioni lasciano la possibilità di rinnovare fino al giorno prima delle assemblee. Una buona pratica che Arcigay Roma dovrebbe cominiciare ad adottare. Magari per evitare che i soci lontani da Roma, ma territorialmente afferenti al suo territorio debbano sobbarcarsi il viaggio e la permanenza fino alla Capitale.

Singolarità numero 3 – Chi sono gli altri candidati? Dove sono i loro documenti programmatici?
Senza starsi a dimenare sui bizantinismi di una procedura di deposito di candiati e documenti programmatici, c’è da rilevare che nelle poche righe che sono dedicate al congresso, il sito di Arcigay Roma non fa alcuna menzione delle candidature presentate né della possibilità di consultare i relativi documenti programmatici. A parte la cospicua documentazione disponibile sul blog interamente dedicato al programma del Comitato pro Pezzoli, infatti, non sembra essere disponibile alcun riferimento o informazione su chi saranno gli altri canidadati che si contenderanno l’elezione del 13 settembre.

(Il materiale della lista Marrazzo è stato pubblicato il 3 settembre)

Singolarità numero 4 – La comunicazione

Traendo direttamente dall’art. 10 dello statuto nazionale dell’Arcigay, si apprende che:

La convocazione del Congresso provinciale dovrà essere pubblicizzata nella maniera più ampia possibile e dovrà comunque essere affissa almeno 30 giorni prima, oltre che nella sede del Comitato provinciale, anche nelle sedi delle Associazioni affiliate presenti sul territorio di competenza, al fine di rendere possibile la partecipazione di tutte le socie e di tutti i soci.

Orbene, registro da più parti la segnalazione che nelle sedi delle associazioni affiliate, non v’è alcuna traccia della prescritta informativa richiesta dallo statuto nazionale. Mancanza talmente evidente che, se messa in risalto come sto facendo, dovrebbe far sussultare i vertici. Si tratta infatti chiaramente di un comportamento teso a non dare a tutti i soci la giusta informativa e precludere così loro non solo di partecipare, ma di sapere che c’è un congresso in convocazione.

Singolarità numero 5 – Regolamento congressuale

Probabilmente perduta a trovare i modi più inconsueti per minimizzare la partecipazione al congresso e quindi massimizzare il proprio vantaggio, la dirigenza uscente non si è neanche preoccupata di rendere note le regole per la tenuta dell’assemblea congressuale (figuriamoci, avere una copia dello statuto richiede la stessa procedura che occorre in Vaticano per avere un Agnus Dei!), dimostrando, se ancora ve ne fosse necessità, un basso livello di rispetto per i suoi associati e per la parola “democrazia”. E pensare che sarebbe bastato cercare “congresso” e “cassero” su google, per ottenere un immediato esempio da adottare anche ad occhi chiusi!

Concludendo, si potrebbe ben dire che il direttivo uscente di Arcigay Roma non ha proprio le carte in regola per presentarsi a testa alta al suo congresso e farebbe bene ad aspettarsi contestazioni vivaci su questo comportamento, dato che ha mancato di rispetto ai suoi numerosi associati, impedendo loro l’esercizio del più elementare e basilare diritto della democrazia: la partecipazione al dibattito e solo dopo il diritto di votare i propri rappresentanti.

Potrei concludere con un bel: Vergogna! a caratteri cubitali, ma, va da sé, rimarrebbe uno sfogo inascoltato e anche abusato. Meglio darsi da fare per sostenere chi ha fatto della trasparenza e della correttezza nella competizione la sua bandiera.

Costruire un movimento

Sole nascente, Pelizza da Volpedo

QUESTO POST E’ WORK IN PROGRESS e sarà modificato in base ai contributi che perverranno nella discussione.

Sono anni che disserto sul fatto che il movimento GLBT in Italia non esiste, non è riconosciuto, non ha potere di contrattazione, non esprime referenti credibili per le istituzioni e per la politica. Anni che parlo di questo problema e anni che nessuno mi dice che ho torto. Dopo ulteriori riflessioni, ne aggiungo una ancora più triste. Spesso ci si lamenta che chi potrebbe finanziare il movimento non lo fa. E mi sto dando questa risposta: e a chi li dovrebbe dare i suoi soldi? Per quale causa? A quale soggetto? Con quali garanzie? Insomma non lamentiamoci se non “girano” soldi (se non quelli legati alle feste di finanziamento) e il “movimento” non viene finanziato. Immaginiamo, toh! Dolce & Gabbana che vogliono dare 100.000 euro per la causa (o magari un certo Viki Hassan… chi ha buone orecchie per intendere, intenda), stante la situazione, ovviamente, se li terrebbero per se. Come appunto fanno.

Da qualche tempo sto facendo circolare privatamente una certa idea, cui è arrivato il momento di dare pubblicità, dato che il confronto privato non è sufficiente a dare concretezza e risalto, ma che, soprattutto, si rivela poco adatto per valutarla in tutte le sue sfaccettature.

Riprendendo le considerazioni iniziali, io penso che per uscire dall’impasse in cui vive la comunità delle persone che soffrono discirminazioni a causa dei modi e delle forme con cui esprimono affettività, sessualità e identità ed orientamenti sessuali, sia necessario avviare un processo costitutivo di base, partendo principalmente dal coinvolgimento delle persone ed integrando il prezioso lavoro che, sebbene nel loro piccolo, le associazioni GLBT hanno svolto nel tempo.

Io immagino la creazione di un soggetto pienamente democratico, a partecipazione diretta, a diffusione nazionale che sia riferimento per tutti i soggetti che desiderano partecipare al movimento (che per comodità chaimeremo glbt) e dialogare, attraverso di esso, con tutta la comunità di cui il soggetto è espressione.
Parto anche da una considerazione essenzialmente pratica: oggi nessuno degli esponenti delle associazioni separate e distinte può esprimersi a nome delle persone omosessuali, sia perché non ha nessuna forma di delega piena, sia perché al massimo può esprimere l’esigua porzione dei suoi associati, per non parlare del deficit di democrazia che nella pratica caratterizza proprio le associazioni a maggior numero di iscritti. Allora sarebbe importante che vi fossero localmente e a livello nazione, delle persone che abbiano invece una delega a rappresentare la comunità delle persone glbt e non semplicemente i soci di un’associazione locala, magari in conflitto con altre presenti sul territorio, che si delegittimano a vicenda depotenziando il potere negoziale a tutto discapito della comunità.

L’inizio – Comitato promotore e congresso

Il percorso dovrebbe partire con la creazione di un comitato promotore che lavori per disegnare la proposta da presentare ad un congresso in cui tutti coloro che son interessati possono partecipare. I lavori congressuali si dovrebbero concludere con un atto di fondazione e la scelta delle persone incaricate di portare avanti la prima serie di attività.

La prima tappa – Crescita e strategie

Alla fondazione, dovrebbe seguire un periodo dedicato alla crescita e al radicamento territoriale, durante il quale si dovrebbero instaurare un dibattito ampio sui valori, le esigenze e gli obiettivi da porsi. Un soggetto di questo tipo dovrebbe poter esprimere una visione della società, da contrapporre agli integralismi e ai “fascismi culturali” che costituiscono i principali impedimenti alla liberazione delle persone e al superamento degli steccati del moralismo ben pensante borghese e clericale.

Al termine di questa prima fase (circa un anno), si dovrebbe riuscire a formulare un piano strategico del movimento che traguardi un lungo periodo, con obiettivi ambiziosi di cambiamento sociale e a raggiungere una quota significativa di iscritti partecipanti, diciamo almeno 100.000 su tutto il territorio.

La seconda tappa – L’azione

Nella mia visione ideale, l’azione dovrebbe avere un piano politico nazionale e un piano locale declinato in modo coerente rispetto alle esigenze e alle realtà locali, pur mantenendo una perfetta coerenza complessiva.

Gli strumenti – WEB, WEB, WEB!

Soltanto le immense potenzialità di comunicazione, scambio e confronto che offre internet possono supportare un processo di questa natura. Le piattaforme di condivisione del lavoro, di costruzione del sapere e del confronto e di democrazia partecipativa on line divrebbero essere il fondamento per rendere i singoli in gardo di dare il massimo livello possibile, individualmente, di partecipazione.

Domande aperte

  1. Chi costituirebbe il comitato promotore ? Persone esterne alle attuali organizzazioni o persone già impegnate e che inevitabilmente porterebbero il loro contributo ma anche la loro visione precostituita?
    Il Comitato promotore, il cui scopo è solo quello di predisporre un primo progetto da sottoporre a dibattito (anche in più fasi) e a congresso proprio la natura del soggetto, i suoi fini e le sue modalità operative. Indubbiamente, dovrebbe essere aperto alla partecipazione dei soggetti interessati e nascerà per “contatto diretto”, ovvero attraverso i rapporti già esistenti fra coloro che condividono l’idea di massima. Sarà poi il comitato stesso ad avviare una prima fase di confronto con i partecipanti per valutare quali forme assumere. Ovviamente il contributo di personalità oggi lontane dal movimento e disinteressate alla vita delle associazioni, troverebbe in questo modo un ampio spazio di espressione, senza rinunciare al patrimonio di esperienza che le associazioni stesse poterbbero apportare.
  2. Il soggetto avrebbe colore politico?
    Pur essendo un movimento politico, tale soggetto rappresentativo e propositivo deve avere per sua stessa natura una neutralità di schieramento. Non certo nel senso che non debba esprimere giudizi politici, ma nel senso che deve essere aperto al dialogo con tutte le forze che richiedano con esso un confronto, oltre a porsi come promotore di iniziative nei confronti delle istituzioni sia a livello locale, che nazionale.
  3. (e questo esclude già l’ARCI da possibile punto di partenza) perchè i diritti personali non sono nè di destra nè di sinistra, ma di tutti