14 luglio: un anno dopo
“E’ una rivolta?”
“No, sire, è una rivoluzione”
(Dialogo tra Luigi XVI e il duca di Liancourt alla notizia della caduta della Bastiglia)
Un anno fa fummo tra i promotori di una proposta per il futuro dell’esperienza politica chiamata “Sinistra e Libertà”.
Attorno a quella proposta vi fu la convergenza di persone con provenienze e idee diverse, che tuttavia si unirono attorno alla consapevolezza che un’alleanza elettorale essenzialmente tra pezzi di ceto politico, pur diffuso a livello territoriale, senza un’organizzazione democratica che ne garantisse una forza attrattiva e quindi una capacità di espansione, spesso incapace di esprimere posizione a causa dei continui veti incrociati, fino al punto di non riuscire ad esprimere chiaramente la leadership della sua personalità di punta (Nichi Vendola), non solo non avrebbe avuto alcun futuro, ma soprattutto era del tutto inutile, se non a meri fini elettoralistici di breve periodo.
Quella proposta politica fu ampiamente travisata e per lo più tradotta nel semplicistico “partito subito”, quale desiderio di un ristretto “ceto militante”, impaziente e bisognoso di un impianto organizzativo in cui poter riprodurre le classiche dinamiche partitiche, incapace di cogliere l’indispensabilità di un’operazione unificatrice per quanto lenta e faticosa.
Naturalmente, la proposta che avanzavamo era molto diversa e ben più articolata (per poterla rileggere) ed oggi guardiamo con soddisfazione a quanto accaduto nel corso di questo lungo anno e soprattutto al fatto che si stia finalmente approdando alla nascita di un soggetto politico “capace di accogliere esperienze diverse e lontane, attraverso il confronto e la discussione; in sintonia con la società e le realtà aggregative che ad esso fanno riferimento; fortemente radicato sul territorio e nella società; capace di reagire prontamente agli stimoli grazie alla struttura innovativa e all’utilizzo di nuove forme di comunicazione; in rapporto con le energie e le forze del cambiamento e aperto al futuro” così come da noi auspicato nel documento di un anno fa.
Ci sono però alcuni pericoli che a nostro parere dobbiamo cercare di evitare e per questo abbiamo scelto di scrivere questa nota collettiva. Vogliamo portare alla luce una discussione che ci pare tenda a restare sotterranea, e per questo rischia di “deragliare” anche attraverso la strumentalizzazione di alcune parole d’ordine che pure hanno caratterizzato la nostra esperienza.
Ma andiamo con ordine, partendo da una breve premessa:
- i fatti hanno dimostrato che l’uscita dal progetto di alcune sigle partitiche non ha compromesso la natura dello stesso, né le sue potenzialità elettorali. L’uscita di scena del PSI non ha affatto sottratto la capacità di raccogliere in SEL gli elementi positivi della storia socialista, né la possibilità di dialogo e intesa con quegli esponenti socialisti più convinti della necessità della ricostruzione di una nuova sinistra, lontana dai miti neoliberisti. Così come la decisione di un nucleo importante di ecologisti di restare nel progetto di SEL nonostante la sconfitta nel congresso dei Verdi, insieme alla profonda e antica convinzione ecologista degli esponenti di punta (Vendola, Mussi) ma anche di moltissimi fra esponenti regionali e locali, ha reso l’ecologia un tratto caratterizzante di SEL tanto da essere inserita nel nome e tale da renderla il soggetto politico ecologista italiano più riconoscibile.
- Lo sforzo organizzativo attuato con la prima Assemblea Nazionale di SEL del dicembre 2009, con la dotazione di alcune (seppur insufficienti) regole di democrazia interna, ha consentito l’avvio della faticosa creazione di luoghi unitari di discussione e decisione, che ha anche iniziato a produrre un discreto rinnovamento generazionale.
- La vicenda pugliese ha imposto lo strumento delle primarie quale tratto distintivo di SEL, consentendole di affrontare l’interlocuzione con il resto del centrosinistra in modo innovativo e capace di sparigliare le vecchie pratiche delle burocrazie partitiche.
- Il definitivo riconoscimento interno e la riconoscibilità esterna della leadership di Nichi Vendola ha consentito la chiara definizione del profilo politico di SEL e la possibilità di renderlo comprensibile, evidenziandone l’utilità e riuscendo quindi ad intercettare un consenso crescente.
Vi sono quindi tutti i presupposti perché si prosegua nella giusta direzione, a patto di evitare quei rischi che sopra paventavamo e che cercheremo qui di seguito di esporre:
- NON DOBBIAMO PER FORZA RIFARE IL PCUS (ovvero SERVE UNA FORMA PARTITO INNOVATIVA)
Occorre accelerare e allargare la discussione sulla forma partito. Al Congresso di ottobre SEL si doterà di uno statuto, che ne segnerà la forma e si ripercuoterà sulla sostanza. Ci sembra che l’elaborazione sia in forte ritardo, e che in una parte del “corpo militante” di SEL si dia per scontata la strutturazione su una classica forma “partito territoriale di massa”, già tramontata in generale ma drammaticamente pericolosa per l’efficacia di una formazione politica di piccole dimensioni che ha come “missione” quella di riformare la politica partendo dalla centralità della democrazia. Occorre studiare seriamente e mettere in atto una discussione partecipata, aperta soprattutto alle tante competenze in merito alle forme organizzative. Noi pensiamo, oggi come allora, che si debba andare ad un modello di partito-rete, una rete “federativa” che sappia unire esperienze politiche e sociali autonome, fondata su regole e procedure in grado di attivare una circolarità virtuosa tra rappresentanza e partecipazione: rappresentanza, perché, ovviamente, in un partito è imprescindibile il ruolo dei gruppi dirigenti e della leadership, a cui occorre garantire legittimazione e autorevolezza, tramite procedure democratiche di selezione interna; partecipazione, perché senza un ruolo attivo di un largo strato di gruppi dirigenti locali, militanti, semplici iscritti e sostenitori, non è possibile attivare quel flusso di comunicazione capillare con l’ambiente esterno, quella capacità di orientare la formazione dell’opinione pubblica, di trasformarne domande e preferenze. Partecipazione, dunque, come fondamentale risorsa strategica ai fini dell’efficacia stessa di un’azione politica tesa non a competere per conquistare ciò che è semplicemente dato nel modo di pensare dei cittadini, ma a mettere in campo la capacità e le risorse organizzative per cambiare e orientare questo modo di pensare. - SE LA SINISTRA ARCOBALENO E’ MORTA UNA RAGIONE CI SARA’ (ovvero SERVE UN PROGETTO POLITICO SENZA AMBIGUITA’)
SEL deve avere a proprio fondamento la chiara consapevolezza di non essere definitivo approdo, ma un partito di transizione che aiuti tutti i partiti del centrosinistra a morire. Uno strumento per il cambiamento di prospettiva dell’intero campo progressista, il “lievito” di una nuova grande soggettività che rappresenti una concreta alternativa politica, sociale e culturale alla destra. Per poterlo fare, SEL si deve definitivamente liberare – e spingere anche gli altri partiti del centrosinistra a liberarsi – dell’idea che tale costruzione possa passare attraverso l’unificazione di pezzi di (ex) gruppi dirigenti di pseudo-formazioni politiche. Si tratta di una strada già tentata e definitivamente fallita, soprattutto a causa delle cecità di quegli stessi gruppi dirigenti che oggi, sconfitti dalla storia, tentano di riprendere il filo di possibili accordi che nella società reale non interessano a nessuno. Solo alzando lo sguardo e coltivando pensieri lunghi si può vincere. Negli ultimi 30 anni la sinistra ha perso perché ha pensato di poter vincere politicamente perdendo culturalmente. Crediamo che abbia pienamente ragione Nichi Vendola nel dire che quando pensa agli interlocutori per la ricostruzione dell’alternativa in questo paese gli vengono in mente Don Ciotti, Carlo Petrini, Gino Strada, non certo (aggiungiamo noi) gli ormai dimenticati nomi di esponenti politici di partiti in via di estinzione. Dobbiamo quindi dare alla parola “unità” un significato chiaro e privo di ambiguità: l’unità che ci interessa è quella del popolo della sinistra e alla politica compete costruire un modello organizzativo che sappia dargli degna rappresentanza. Per fare ciò, è indispensabile avere reale disponibilità a mettere la propria esperienza a disposizione di un progetto di ricostruzione del campo della sinistra. Questa consapevolezza non contrasta con la necessaria organizzazione di SEL né diminuisce il valore e la necessità del suo progetto politico. - NON FACCIAMOCI DEL MALE, (ovvero IL RISCHIO DELL’ANTILEADERISMO “A PRESCINDERE”)
I partiti non nascono dalla decisione di pochi di dar loro vita. O meglio, possono così nascere, ma in tal caso non hanno alcuna possibilità di crescere. La storia, la nostra storia, l’ha dimostrato: i tentativi di dar vita ad esperienze unitarie di sigle partitiche sono naufragati non solo tra le liti dei diretti interessati, ma soprattutto nell’indifferenza del corpo elettorale nei confronti di un’opzione giudicata irrilevante ai fini del cambiamento sociale. Un soggetto politico riesce ad aumentare il proprio consenso quando è percepito “utile” e ciò, nei tempi della comunicazione globale, passa anche attraverso la capacità della propria leadership di trasmettere questa utilità. Non staremo qui a fare l’elogio di Nichi Vendola e delle sue capacità di comunicazione, che tutti conosciamo. Ci preme evidenziare il rischio che si faccia strada in SEL l’idea che l’espressione di una leadership forte sia una sorta di subalternità al berlusconismo, e che un soggetto politico di sinistra debba necessariamente fondarsi sull’assenza di personalizzazione. Noi crediamo che questo atteggiamento abbia già causato notevoli danni alle possibilità espansive di SEL, a cominciare dalla incomprensibile (e soprattutto non democratica) scelta di togliere dal simbolo il riferimento a Nichi Vendola, che a nostro modo di vedere deve essere immediatamente ripristinato. E questo non per un cedimento alle tentazioni leaderistiche, ma perché la faticosa costruzione di leadership riconosciute (nel caso di Vendola tra l’altro attuatasi attraverso una vera operazione di popolo, e non di vetrina televisiva) è un compito fondamentale di un soggetto politico che voglia avere voce nel panorama politico di qualunque paese del mondo. Non si tratta di un “adattamento” alle condizioni date, ma della messa in campo di una modalità sana di costruire un riferimento per il popolo di sinistra (come lo sono stati i più grandi esempi di personalità che sole hanno modificato la storia della sinistra e dell’Italia) basato non sulla selezione dei salotti di Vespa o Floris, ma attraverso una dura esperienza politica, amministrativa e passata attraverso le “forche caudine” del consenso popolare. - SE NON TI VOTANO, FORSE IL LEADER NON LO PUOI FARE (ovvero EVITIAMO L’AUTOREFERENZIALITA’)
Un anno fa avevamo individuato il rischio di scivolare nell’ennesimo “partito cartello”, quello in cui non si valorizzano le risorse provenienti dall’attivismo di base, ma ci si appoggia quasi esclusivamente sulle reti di cariche pubbliche. E’ un rischio ancora vivo, che è possibile evitare solo attraverso quel circuito virtuoso tra rappresentanza e partecipazione che abbiamo prima descritto. Pensiamo che occorra puntare sul contatto diretto con una più vasta opinione pubblica non solo attraverso la visibilità mediatica del leader e delle personalità di spicco (comunque indispensabile), ma anche attraverso una rete diffusa di “presìdi” territoriali locali, e attraverso l’attivazione di un “personale di confine”, nelle città, nei luoghi di lavoro, nelle grandi e piccole organizzazioni sociali. La creazione, inoltre, di luoghi di elaborazione concreta che mettano insieme esperienze e saperi, è indispensabile per evitare che i livelli istituzionali siano gli unici in grado di produrre competenza, e il coinvolgimento nei processi decisionali di competenze e professionalità renderebbe utile se non indispensabile per coloro che ricoprono cariche istituzionali attivare un proficuo confronto. Tuttavia, appare altrettanto pericolosa la tentazione di “prescindere” dalla necessità di una presenza nelle istituzioni, così come l’idea che la costruzione delle leadership, indispensabili ad ogni livello, possa essere sganciata da quel percorso di verifica del consenso popolare che deve essere invece a fondamento della selezione di una nuova classe dirigente, che abbia il rapporto con la realtà sociale come proprio orizzonte principale.
Questo il filo rosso che lega il documento di un anno fa con le riflessioni e le proposte che crediamo debbano vivere nel nostro primo congresso di ottobre e che dovrà avere come tratto caratteristico il CORAGGIO.
Il coraggio di sapersi mettere completamente in gioco, di rischiare – come ha fatto Vendola – il proprio “patrimonio” di credibilità e potere, pur di uscire dal triste coro della politica nostrana. Il coraggio di buttare giù le cattedre per costruire un cerchio dove guardarci tutti in faccia alla pari, trasformandoci in un perimetro che tenga dentro la parte migliore di questo Paese: la maggioranza.
Facciamo vivere a livello nazionale quel sogno utile e quella rivoluzione gentile che ha un esempio pratico in Puglia e saremo in grado di cambiare l’Italia.
Guido Allegrezza
Fabio Bonanno
Luana Di Molfetta
Ileana Piazzoni
Nazzareno Pilozzi
Davide Santonastaso


