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Diversi percorsi, uguali diritti

Burrasca con arcobaleno e gabbiani

Burrasca con arcobaleno e gabbiani

Pubblicato sul sito nazionale di Sinistra Democratica.

Se volessimo rappresentare il mondo come le rive di un fiume, da una parte avremmo gli stati dove i diritti umani sono la diretta conseguenza di un percorso storico e culturale di evoluzione, mentre dall’altra troveremmo gli stati in cui i diritti umani non solo non sono una priorità, ma non c’è neanche la consapevolezza che essi siano un elemento essenziale di progresso e di giustizia, indispensabili per accompagnare ed accelerare l’evoluzione economica e sociale. Fra le due rive scorre ovviamente il fiume, elemento dinamico che rappresenta il cambiamento. Ed è naturale pensare che su un fiume ci sia un ponte, sul quale transitano i paesi che si muovono da una riva all’altra. Sarebbe bello poter immaginare che su questo ipotetico ponte il traffico fosse fittissimo ed avvenisse solo in un senso, ovvero verso la riva dove il rispetto dei diritti umani è la “regola naturale”, ma purtroppo non è così. Sono poche le nazioni che incontriamo sul ponte e che si dirigono verso la “riva dei diritti”. Ma dobbiamo anche assistere al passaggio di nazioni che pur essendosi in passato distinte per il livello della loro civiltà e per le conquiste raggiunte in tema di diritti umani, hanno fatto un dietrofront sconcertante e hanno imboccato la via che riporta alla “riva dei soprusi”.
Osservatori tristi, vedremmo fra queste anche l’Italia. Popolo che fu migrante e oggi criminalizza i migranti, luogo in cui si sviluppò il diritto in senso moderno, da cui tutti presero esempio, civiltà cosmopolita e votata all’arte, alla bellezza e alla genialità, che oggi disprezza i suoi stessi figli imponendo loro di andare a cercare fortuna altrove, poiché una società tutta avvoltolata su sé stessa non riesce ad avere una prospettiva di sviluppo che non sia basata esclusivamente su un consumo sfrenato e non riesce a rinnovare una politica cialtrona che sta conducendo il paese alla disgregazione e alla disfatta economica.

In questo già triste contesto, in cui sono proprio i diritti umani più elementari ad essere seriamente messi in discussione, ci si potrebbe far tentare dall’idea di liquidare le rivendicazioni della comunità delle persone gay, lesbiche, transessuali, transgender ed in generale di chi subisce discriminazioni e violenze a causa dell’affettività, dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere come delle questioni di secondo ordine. Eppure non è così.
Una consistente parte della popolazione italiana, seppure dotata di tutti i “comfort” della moderna civiltà, vive oggi una condizione di vero e proprio assedio: sono all’ordine del giorno le aggressioni, i pestaggi e gli omicidi di gay, lesbiche, transessuali e transgender. Episodi che trovano spazio sempre ed unicamente nella cronaca nera, spesso solo locale, ma che sono parte di un fenomeno evidentemente più ampio che stenta a trovare riconoscimento mediatico, scientifico, culturale. Dello stesso fenomeno fanno parte anche le ben più numerose violenze quotidiane che non arrivano ai media, ma che trovano fertilissimo terreno fra le mura domestiche, nelle “sane famiglie naturali” che sono a fondamento della nostra società. Famiglie dove il figlio gay o la figlia lesbica sono un disonore, un problema da risolvere con la repressione ipocrita o con l’intervento di specialisti “riparatori”, capaci di riportare bambini e adolescenti sulla “retta via”.
Per avere una dimensione del fenomeno, si deve ragionare per approssimazione: le organizzazioni internazionali stimano che di media la popolazione omosessuale è del 10%. Un dato certamente per difetto, che permette comunque di valutare fra i 6 e gli 8 milioni la consistenza delle comunità “glbt” italiana. Siamo dunque di fronte ad una minoranza enorme, un vero e proprio gruppo sociale al quale l’ordinamento giuridico nega diritti essenziali. Primo fra tutti, quello di essere riconosciuti come soggetti che hanno gli stessi diritti e doveri dei cittadini. Ne segue poi la necessità che tutto l’ordinamento giuridico e l’attività amministrativa siano modificati affinché i diritti dei quali sono portatori i cittadini glbt siano attuati, tutelati e resi accessibili.

E’ dunque giusto dire quali sono i diritti sui quali la comunità glbt italiana chiede degli specifici interventi di rimozione delle discriminazioni. Fra essi campeggia il diritto per eccellenza: quello di formarsi una famiglia e di vivere felici il proprio rapporto di amore, scegliendo fra le forme che l’ordinamento prevede per la formazione della famiglia. Diritto che si porta appresso il pieno riconoscimento della filiazione che avviene in questo tipo di famiglia e di poter adottare dei figli. Vi sono poi tutti i diritti che potremmo considerare accessori al rapporto familiare, quali il diritto ad essere assistiti dal proprio partner, i diritti di solidarietà (reversibilità della pensione, subentro nella locazione, ecc.). E da ultimo il diritto ad avere una tutela speciale contro tutte le forme di violenza, in tutte le fasi della propria esistenza: dal bullismo a scuola, alla violenza privata, che si esprimono attraverso tutta una gamma di comportamenti che segnano profondamente le persone che ne sono vittime, percosse, aggressioni verbali, violenza psicologica.

Ma cosa fare individulamente, tutti i giorni, per dimostrare a sé stessi e agli altri che si crede fermamente che alle persone della comunità glbt devono essere riconosciuti i diritti che chiedono? Innanzitutto informarsi, conoscere le motivazioni delle richieste e approfondirle. Quindi, adoperarsi affinché l’informazione ed il dibattito si diffondano, chiedendo alle associazioni glbt la loro collaborazione per portare nelle scuole, nei luoghi di lavoro il loro contributo al dialogo e al confronto. Partecipare alle iniziative che vengono organizzate per le rivendicazioni coinvolgendo le persone vicine ad ognuno di noi. Ed infine, intervenire ogni volta che si è a conoscenza di una violazione e di un abuso contro una persona glbt: gli episodi di violenza, di bullismo e di sopruso devono essere denunciati senza paura, sia alle associazioni glbt, sia alle forze dell’ordine, sia alle istituzioni, affinché tutte siano informate e possano intervenire e controllare a vicenda il proprio operato.

Aux armes, citoyens!

In questi giorni di fervore per la Francia che ha scelto i due candidati alle elezioni presidenziali (rischiamo di avere la prima donna presidente della repubblica proprio in Francia), un’incitazione come quella del titolo potrebbe suonare un po’ forte.

Ma non c’è di che preoccuparsi, dato che il mio titolo è solo un pretesto per chiacchierare sulla presenza delle persone nella società civile, o, più in generale, comunque fuori del proprio privato.

Dopo alcune riflessioni durate qualche mese e rifacendomi agli scritti di John Stuart Mill commentati da Paul Ginsborg in La democrazia che non c’è, mi sono costruito uno schema di riferimento che mi piace usare quando parlo dei problemi legati al coinvolgimento delle persone nella politica e dell’importanza e della forza dei comportamenti individuali.

In buona sostanza, nelle mie discussioni, io sostengo sempre che ogni cambiamento radicale e profondo non nasce da eventi “singolari”, spesso violenti o traumatici, ma dalla ripetizione di comportamenti individuali, che amplificandosi esercitano un potere di influenza impressionante sulla società. Si parla in questi casi dell’effetto massa critica: in base al quale non è necessario che il cambiamento avvenga nella maggioranza della popolazione, ma basta una soglia più bassa, capace di influenzare l’opinione comune, al di là del potere di condizionamento della propaganda e dell’informazione. Tanto più l’individuo è consapevole di questi comportamenti, maggiore sarà la forza del cambiamento indotto e il senso di appartenenza alla comunità nella quale il cambiamento o il comportamento trova compimento.

Ma, fra tutti quelli che una persona può sperimentare, quali possono essere i comportamenti o le classi di comportamenti effettivamente capaci di determinare conseguenze tangibili sulla società e quindi essere veicoli del suo cambiamento profondo? Ecco la mia lista, alla quale mi piacerebbe poter aggiungere o togliere in funzione dei contributi che arriveranno dalla discussione.

  1. Utilizzo del proprio reddito e altri comportamenti di tipo micro economico (risparmio, indebitamento, ecc.). Una delle più importanti classi di comportamento che il singolo può mettere in pratica, poiché da questa derivano conseguenze dirette ed immediate sul sistema economico e sociale. L’estrema “granularità” di questo aspetto, vista dal punto di vista del singolo, sembra totalmente priva di senso. Ma non c’è bisogno di sottolineare che un comportamento consapevolmente adottato e ripetuto da milioni di individui è in grado di provocare effetti immediati e spaventosi sul sistema economico. E’ pur vero che vi sono comportamenti più o meno obbligati, ma il grandissimo potere che hanno i singoli consumatori non è “agito”, sia perché non esistono validi strumenti di tutela giuridica (class action), sia perché il livello di consapevolezza è assai scarso (anche a causa della diffusa mancanza di accesso ad un’informazione degna di questo nome). Certo, non è solo con le grandi campagne di boicottaggio che si dimostra l’efficacia di questa impostazione. Basta fare riferimento a come il consumo sia fortemente condizionato dalla comunicazione pubblicitaria, che tende ad influenzare sia l’individuo, sia il contesto sociali in cui egli agisce. Quindi è importante fare, nel senso che nei nostri comportamenti economici dobbiamo trasferire le nostre convinzioni e mantenerli coerenti con esse.
  2. Accrescere il sapere e la cultura. La costruzione di una consapevolezza del proprio ruolo non può che nascere da una tensione costante e continua versa la conoscenza. Non importa essere esperti di un argomento o di un altro, non importa se il proprio sapere è stato coltivato in modo specialistico all’università o al liceo. Ciò che veramente conta è mantenere la volontà di muoversi verso un maggiore e migliore livello di cultura. E’ un circolo virtuoso: mano a mano che ci si espone a conoscenze più evolute o più approfondite e ci si lascia contagiare dalla curiosità per quello che si è appreso, non si può fare a meno di desiderare di più. E cercando cercando, scoprendo e confrontando, ci si accorgerà sempre di più che quello che si apprende e si conosce già è infinitamente piccolo rispetto a quanto servirebbe. Ma l’importante è impegnarsi di continuo per sapere di più, perché non farlo significherebbe rimanere indietro. Questo processo di apprendimento non è necessariamente legato ai tipici strumenti della conoscenza “accademica”. La nostra curiosità ci deve guidare. Per fare un esempio che mi è caro, “giocare” a farsi il pane in casa da soli, non richiede una conoscenza approfondita di microbiologia, ma è un’attività che sul piano dell’esperienza ci può dare tantissimo, soprattutto nel recupero di un rapporto più diretto con i fenomeni della natura.
  3. Partecipare alla vita sociale. Che significa partecipare alla vita sociale? Vuol dire uscire dal proprio privato non per divertirsi (sarebbe una scelta economica, una spesa qualunque), ma alla ricerca di persone alle quali ci potrebbero accomunare valori, interesse, atteggiamenti. Non si tratta di “fare politica” ma di essere partecipi, anche in piccola parte, del “sentire” sociale, del corpo sociale e dargli alimento anche attraverso il tempo, l’impegno e le intenzioni che in esso si profondono per dare corpo alle cose in cui si crede e ai valori che ci disegnano.
  4. Partecipare alla vita politica. La politica è un affare veramente complicato. Sono difficili i suoi meccanismi e i suoi mille intrecci con i diversi piani della realtà che coinvolge. Spesso confusa con il comportamento dei partiti e delle istituzioni, se ne dimentica il carattere che dovrebbe avere, teso alla composizione delle esigenze di tutti nell’interesse della società . La vita politica si esprime necessariamente nelle istituzioni, nel giornalismo, nell’informazione e nel funzionamento dei partiti. Solo conoscendo e partecipando a questi meccanismi si può dire di essere partecipi della vita politica. Purtroppo, spesso, le persone limitano la loro partecipazione alla politica al momento del voto, abdicando poi completamente ad ogni altra attività. Si pretende quindi che la politica faccia da sé, senza disturbarci più di tanto. Dimenticando che siamo tutti esseri umani e che la delega di potere può generare comportamenti non in linea con l’interesse collettivo. Si pone dunque la necesità che il singolo cittadino svolga un controllo attivo dell’operato delle istituzioni.
  5. Fare le proprie scelte affettive. E qui c’è poco da fare. Tutti noi, più o meno consapevolmente, ci esprimiamo nella società anche attraverso le nostre scelte affettive. Molti creano delle famiglie, nelle quali nascono, crescono e si formano gli individui che saranno la società del domani. Ma spesso, la famiglia diventa una trappola. Con la scusa che la famiglia è un impegno gravoso, diventa motivo per non fare: non vivere la politica, non vivere la società, non formarsi. Oppure, si preferisce ritagliare dal poco tempo che lascia degli spazi individuali di “recupero”. E’ giusto, ma sarebbe opportuno che in questi ambiti di recupero si trovasse il modo e la forza per non “abbandonare” il campo.

Queste sono le nostre armi, le leve del nostro potere individuale, usarle o meno dipende esclusivamente da noi. Usandole, non è detto che ci sentiremo più appagati, contenti o felici, ma sapremo di essere agenti attivi di cambiamento nella società. Non usandole, prenderemo la decisione più grave di tutte, quella che ci priva da dentro dei nostri diritti, la rinuncia.