Vi sono innumerevoli ragioni per avercela con l’attuale governo Berlusconi. Molte di più per avercela contro i parlamentari del PDL e della Lega. Parecchi anche per avercela su con quelli del PD e dell’UDC, parecchie in meno con quelli dell’Italia dei Valori. Certamente ce ne sono molte ma molte di più per avercela con i teledeficienti brachicefali italiani che hanno consentito alla compagine fascio-berlusconiana di vincere le elezioni.
Ma oggi, ci concentriamo un po’ sulla scuola. Nella grande inutile e dannosa confusione mediatica che avvolge la forte reazione del mondo della scuola, dell’università e della ricerca c’è il serio rischio di non capire esattamente quello che sta accadendo e perché sta accadendo.
In poche parole, semplici: l’Italia sta attuando la sottrazione sistematica di risorse economiche essenziali alla vita e allo sviluppo dell’istruzione e della ricerca. Si apre la strada ad una privatizzazione di fatto dell’istruzione, che renderà la cultura un bene riservato a chi se lo può permettere. In somma una vera e propria Pubblica Distruzione di ricchezza intellettuale.
Vorrei qui lanciare un semino di riflessione: proprio nel ruolo e nel funzionamento dell’istruzione sta una delle fondamentali differenze fra chi è di destra e chi è di sinistra: a sinistra l’istruzione viene considerata (soprattutto dai nuovi ideologi della sinsitra) un bene comune, indispensabile allo sviluppo armonioso dell’individuo e della società, possibilmente sganciato da logiche economiche ed imprenditoriali. A destra, la cultura è lo strumento di pochi per il prevalere sugli altri, un fatto privato che marca la differenza fra i “migliori”, gli eletti che possono e devono governare e gli altri che non possono che essere governati, perché incapaci di segliere e di comprendere.
Senza tanto andare a cercare, basta leggere il testo del Decreto legge 112/2008 e il testo della legge di conversione 133/2008, nonché il famigerato decreto legge 137/2008 Gelmini sulla riforma della scuola (di cui avevo già detto qui).
La “tenaglia” di questi provvedimenti trasformerà radicalmente il ruolo e la natura dell’istruzione dalla scuola primaria all’università attraverso alcuni semplici quanto tremendi fatti:
- Ritorno al maestro unico, cospicua riduzione del personale e delle sedi scolastiche, ridefinizione dei criteri di formazione delle classi. Il tutto si tradurrà in una sostanziale riduzione del livello di qualità della scuola (accompagnata, quasi certamente, dal taglio dei sostegni per gli alunni che ne hanno bisogno e dei servizi pomeridiani a supporto delle famiglie). In soldoni, si prevedono tagli complessivi sulla scuola pari a 11.020 milioni di € fra il 2009 ed il 2013, espressi come “economie lorde di spesa” (art. 64 L. 133/2008). A questi si aggiunge la decurtazione (art. 66 L. 133/2008) del fondo di finanziamento ordinario per le università pari a 1.441,5 milioni di € fra il 2009 ed il 2013, che abbatterà principalmente le risorse destinate al personale che opera nell’ambito dell’università. Fanno circa 12 miliardi di € in meno in 5 anni, con effetti che si prolungheranno per gli anni a venire.
- reintroduzione della valutazione della condotta, attraverso il quale si ripresenteranno antichi metodi di repressione, con evidenti rischi per i ragazzi che maggiormente si esporranno in rivendicazioni e richieste di diritti. Misura peraltro sostanzialmente inutile in materia di bullismo, dato che gli episodi si concentreranno fuori dei plessi scolastici.
- introduzione delle graduatorie provinciali, che determineranno un sostanziale blocco del trasferimento degli insegnanti da sud a nord, con evidenti impatti occupazionali.
- le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato, ovvero enti non commerciali che devono operare nel rispetto dei principi di economicità della gestione (Art. 16 della L. 133/2008). Esse adottano un regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme stabilite per gli enti pubblici.
- La Fondazione IRI viene soppressa ed i suoi (ingenti) fondi sono trasferiti alla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia (art. 17 L. 133/2008), che opererà per finanziare programmi di ricerca applicata per la realizzazione, sul territorio nazionale, di progetti in settori tecnologici altamente strategici e per la creazione di una rete di infrastrutture di ricerca di alta tecnologia localizzate presso primari centri di ricerca pubblici e privati.
Bene, anzi male. Questo è il panorama che si prospetta al mondo della scuoa, dell’università e della ricerca. Tagli, riduzioni, privatizzazione. Più che un Governo, sembra un mattatoio!
Ovviamente, di provvedimenti seri per sbloccare sul serio il mondo asfittico degli atenei non si discute nemmeno: come spazzare via i “baronati” di facoltà, grazie ai quali dinastie di docenti spadroneggiano indisturbate all’interno delle nostre università. Oppure come assicurare alla ricerca pura e alla ricerca mirata fonti di finanziamento pluriennali, capaci di sostenere settori in gardo di produrre risultati solo nel lungo periodo. Oppure, inserire meccanismi di sconto fiscale per le aziende che assumono giovani laureati o ricercatori o che sostengono i programmi di ricerca indicati dallo Stato, di concerto con le università e le parti sociali (ovviamente non solo sindacati dei lavoratori e delle imprese, ma anche altri enti in grado di esprimere la natura dei bisogni culturali della nazione: Istituti di studio e cultura, Istituti tecnologici e di formazione, ecc.).
Per ulteriori approfondimenti in tema di università, suggersico la lettura del blog del mio carissimo Andrew.


