
Benito Mussolini e Adolf Hitler
Premessa
Per fugare da subito eventuali dubbi, dichiaro che la mia posizione è quella di un convinto democratico e antifascista. E il senso di questo articolo è proprio quello di andare alla ricerca del significato dell’essere antifascisti oggi. Per me significa ferma riprovazione verso le forme di totalitarismo in generale e, con riferimento storico all’Italia, significa un convinto ripudio per i valori, le politiche e le azioni che furono del movimento fascista e delle diverse esperienze politiche e governative condotte da Benito Mussolini, fino alla sua uccisione. Dunque, un antifascismo che implica piena adesione allo Stato Costituzionale Repubblicano (cui ho già giurato fedeltà almeno un paio di volte), ma anche decisa disapprovazione di ogni forma di violenza e censura verso chi si proclama fascista o simpatizzante di quell’epoca e di quel movimento; una forma di “persecuzione” che, ai miei occhi, è riprovevole tanto quanto, se non più, del fascismo stesso.
Dopo questa doverosa premessa, dedichiamoci ad approfondire i temi ai quali ho fatto sintetico cenno; riflessioni scaturite negli ultimi mesi grazie al confronto con esponenti della più moderna destra dichiaratamente fascista, con amici e compagni di partito di varie età ed estrazioni, nonché con esponenti della sinistra più estrema.
Personalmente sono persuaso che per una persona convintamente democratica, dichiararsi antifascista oggi vuol dire affrontare una condizione di grande difficoltà intellettuale. L’attributo stesso di “democratico”, nelle sue accezioni di apertura al dibattito, al confronto e all’ascolto, impone di non chiudersi, di non essere contro qualcuno per le sue idee, men che mai di impedire che qualcuno che la pensi in altro modo possa esprimersi liberamente. Con altrettanta forza, impone però di adoperarsi civilmente e fermamente per contrastare in tutti i modi leciti un’idea che non condivide; mai comunque, mai, usando la violenza, l’ingiuria, la sopraffazione o la prevaricazione. Diamo ovviamente per condiviso il fatto che i poteri di restrizione della libertà sono esclusiva prerogativa delle forze di polizia e della magistratura, nei limiti e per le finalità che la costituzione e le leggi stabiliscono. In sostanza, riteniamo di non dover discutere sul principio che a nessuno è consentito farsi giustizia da sé.
Nel seguito, affronteremo 3 temi:
- l’Italia ha mai chiuso la questione “fascismo”?
- Come si collocano i moderni movimenti di destra fascista nella nostra società?
- Cosa significa essere antifascisti oggi?
1. I conti con il fascismo e la sua storia
Dopo aver causato sciagure immani all’umanità, lo stato nazista di Hitler capitolò sotto l’attacco delle grandi potenze. Hitler è rimasto in sella fino alla fine, nella coerenza di una follia fulgida. Il nazismo è morto con lui e quel che ne rimaneva è stato spazzato via da un processo lacerante, cui sono seguite condanne, esecuzioni e fughe. Insomma, con il nazismo, l’intera umanità a fatto i conti, consegnandolo alla storia. Certo ci sono dei “focolai”, ma non vi sono avvisaglie di ricostruzione di movimenti ideologici nazionali di quella portata.
Da noi il fascismo è finito senza gloria e l’Italia non ci ha fatto i conti: l’intero apparato dello stato fascista si è riversato quasi senza traumi all’interno delle nuovi istituzioni repubblicane. Da questo punto di vista, si può dunque affermare, anche se con un certo ardimento, che il fascismo in Italia è un capitolo che non si è mai chiuso, anzi ha continuato a esistere sotto vesti e forme diverse, in uno stato di sospensione, annidato nei partiti dichiaratamente di destra, ma anche in altri (ad esempio la Democrazia Cristiana), questi ultimi capaci di accogliere e conciliare anime opposte in un equilibrio che ha retto per decenni. Dunque, si diceva, con il fascismo non abbiamo fatto i conti. Mussolini e la sua cerchia più stretta hanno pagato con la vita, per tutti. La loro esecuzione, senza processo (modernamente inteso), si poteva pensare, avrebbe saldato il conto. Invece, proprio la mancanza di un processo, di una sentenza ma ancor di più di un dibattito franco ed aperto, fatto a quell’epoca dai protagonisti, su cosa era e rappresentava il fascismo ci ha privato di una solida motivazione per deprecare quell’esperienza e tutti i danni che ne sono derivati e, come avvenuto per il nazismo, chiudere definitivamente la questione. Non è un caso che pochi anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, già si diceva che si stava meglio quando si stava peggio, segno evidente che nella cultura e nel costume, il fascimo non era stato un’esperienza lacerante, da non ripetere, e che, soprattutto non era finito a Piazzale Loreto, ma si era definitivamente insinuato nel cuore politico degli italiani. A costo di banalizzare, mentre in Italia Totò e Paolo Stoppa, all’indomani guerra, al cinema e a teatro, potevano mettere alla berlina fascisti e nazisti con gag celeberrime, nel resto del mondo non era concepibile (con alcune eccezioni) di trattare il dramma del nazismo con leggerezza.
2. Ritorni di fiamma
Nell’arco dei sessant’anni che ci separano dal gennaio del 1948, dunque, il germe del fascismo ha continuato a vegetare, assumendo di volta in volta nuove forme. Alle volte creando un partito. Altre un movimento extraparlamentare, più o meno clandestino. Altre ancora sfociando nel terrorismo. Un lungo periodo di riflessioni e di esperienza ha portato il partito di destra per eccellenza a subire mutazioni e scissioni. Quel che resta del Movimento Sociale Italiano, oggi galleggia ai margini della stretta costellazione dei partiti in parlamento, dopo che la sua grande gemmazione in Alleanza Nazionale ha definitivamente perduto ogni legame con la sua origine post-fascista. Ma nel frattempo si è andato aggregando un universo, figlio legittimo della Destra Sociale, che oggi ha proprio in Casa Pound e nei suoi soggetti satelliti i suoi più noti e coraggiosi testimoni: l’intera cultura pre-fascista e fascista trova una nuova legittimazione grazie allo spazio che si è aperto a destra proprio in virtù dello spostamento al centro di Alleanza Nazionale.
In estrema sintesi (per una visione completa è indispensabile una visita lunga e approfondita al sito di Casa Pound), è proprio Casa Pound che ci aiuta a capire cos’è “fascismo” oggi:
- Riconquista nazionale, sovranità nazionale contro i poteri forti;
- Controllo pubblico delle banche;
- Contrasto delle multinazionali, rilancio la produzione italiana ed una Europa autarchica;
- Contrasto della società multirazzista (!) e dell’immigrazione obbligata;
- Garantire il lavoro come dovere sociale;
- Tutela dei beni comuni e dei settori strategici (in parte new entry, si vede che cedono alle lusinghe della moda lessicale)
- Per i diritti sociali (anche qui una nuova declinazione, più di moda: contro lo scippo del futuro per non trasformarci in un popolo di barboni, per un fisco equo e di sviluppo);
- Garantire il diritto alla maternità e alla vita;
- Per la sovranità energetica (una new entry che focalizza sull’energia);
- Mutuo sociale;
- Per una scuola pubblica (Istruzione, cultura e ricerca gratuite, universali e rigorosamente selettive);
- Per un’ecologia non conforme;
- Per una cultura libera;
- …
Va da sè che su alcuni di questi punti si può manifestare una convergenza trasversale, indipendente dall’orientamento politico. E’ altresì vero che tutto è molto chiaro, semplice. Così come è vero che vi sono parecchi punti discutibili, frutto di una visione eccessivamente nostalgica del passato, in termini di costume, cultura, poltica. D’altra parte, vi sono aspetti “valoriali” che non emergono dalla lettura del programma, ma che caratterizzano al di là di ogni ragionevole dubbio il fascismo moderno. Fra questi vi sono certamente una spiccata tendenza all’aggressività ed un uso indiscriminato della violenza fisica e verbale, come emerge da numerose testimonianze disponibili in più parti della rete (a onor del vero, in molti casi tale violenza è in risposta alle aggressioni di parte avversa, mentre in altri casi è del tutto gratuita – ad esempio, cinghia mattanza). Fa inoltre riflettere seriamente il fatto che il concetto di democrazia non è mai citato, segno evidente che, fino a prova contraria, lo possiamo considerare del tutto estraneo al moderno fascismo made in Italy. Alcune assenze importanti, inoltre fanno intravedere la mancanza o una carenza di attenzione su alcuni temi che caratterizzano le società più evolute e che 60 anni fa non erano prevedibili (interruzione della gravidanza, temi bioetici, diritti delle minoranze, lotta alle discriminazioni, ecc.)
Certo molto si può discutere sull’efficacia della democrazia come sistema di decisione e di partecipazione alla vita politica del paese, oppure sul fatto che quella che ci ostiniamo a definire democrazia, in realtà, non ne costituisce che un pallido abbozzo, ma finché la Costituzione sarà centrata sull’articolo 1 e finché il sentimento prevalente non cambia, la democrazia, in Italia è e rimarrà un valore di riferimento da cui nessuna forza politica e sociale, può prescindere.
3. Essere antifascisti oggi
Vorrei cominciare quest’ultima parte del post, con il racconto di un episodio che è avvenuto qualche giorno fa, presso il comune di Albano Laziale, dove si è svolto un incontro fra i giovani ed Ugo Mancini, Presidente della locale sezione dell’ANPI da sempre impegnato in un’opera di paziente divulgazione e dibattito sui temi del fascismo, della resistenza e della violenza nazista. L’incontro era stato concordato su richiesta di un gruppo di ragazzi di destra che avevano assistito ad uno delle lezioni su questi temi in una scuola locale. Mancini, che è un vero democratico e antifascista ha ovviamente acconsentito al confronto. Purtroppo, nella stessa sede si sono presentati alcuni esponenti di formazioni di sinsitra, che hanno disturbato l’incontro provocando Mancini, dicendo che non doveva avere contatti con i fasci, che non hanno diritto di cittadinanza politica, che non devono essere sdoganati e via di seguito in un crescendo che si è concluso con la solita smargiassata, la goccia che ha fatto trabboccare il vaso, tramutando un incontro di confronto su un tema delicato, tra l’altro fra due generazioni diverse, in una rissa con annessi danni a persone e cose.
Questo episodio mi sembra essere emblematico del concetto che vorrei esprimere in questa ultima parte, ovvero a 60 anni di distanza, dopo tutte le esperienze che abbiamo vissuto in Italia, è ancora possibile concepire l’antifascismo come tentativo di marginalizzazione violenta del pensiero fascista e delle sue espressioni pubbliche? E’ veramente questa la strada per contrastare un’evidente revanche dei valori e delle proposte politiche e movimentistiche di chiara marca fascista? Oppure sarà necessario accettare la sfida teorica e conoscere bene il nuovo fascismo per contrapporre ad esso una visione politica declinata in valori e proposte che abbiano presa sull’elettorato?
A mio parere, ogni tentativo di impedire agli esponenti dei movimenti del nuovo fascismo (per esser chiari, ricordo che faccio riferimento a Casa Pound e a Blocco studentesco in primis) di essere presenti nella scena politica e di esprimere il loro pensiero non solo è del tutto inutile, ma soprattutto fornisce alibi politici che tali formazioni sono abilissime nel rivoltare a proprio favore, come hanno recentemente dimostrato i fatti di Piazza Navona e della sede Rai di Roma. La demonizzazione dei giovani fascisti, la facilità con cui vengono presentati sistematicamente sui media come “squadristi” che cercano di imporre la loro presenza e le loro idee, alimenta un circuito perverso di versioni, controversioni e rimandi da un punto all’altro della rete, capace di generare un’attenzione che altrimenti non si creerebbe. A dare ulteriore manforte, intervengono poi, anche qui sistematicamente, le reazioni e/o le provocazioni violente e aggressive dalla parte più marginale e politicamente miope della sinistra (mi sto riferendo a Sinistra Critica, centri sociali vari, RASH, ecc.), che non fanno altro che amplificare ulteriormente l’attenzione già conquistata attraverso la polemica mediatica.
Assumendo che per me i movimenti fascisti non hanno pieno diritto di cittadinanza e di espressione (proprio perché si richiamano apertamente a valori ripudiati dalla Costituzione), ritengo che sia molto più produttivo conoscerli a fondo e mettersi in competizione con loro sugli stessi media che utilizzano, sfruttando gli stessi meccanismi, quando non inventando nuovi modi di comunicare.
Ad esempio, con un occhio ai movimenti studenteschi e alle tecniche di “guerrilla marketing” ritengo che sia molto più efficace agire sugli spazi mediatici che conquistano Blocco Studentesco e Casa Pound, neutralizzando la loro presenza con testimonianze, argomenti, spunti e provocazioni sviluppando al massimo la creatività e promuovendo con convinzione valori e proposte alternative, derivate da esperienze politiche diverse, più affini ad una moderna visione della sinistra.
Menare le mani è infinitamente più semplice, ma produce effetti non controllabili a livello sociale. Al di là della “soddisfazione estemporanea” di aver pestato uno che si ritiene un nemico, il senso che sarà dato al gesto lo decideranno i titolisti, i giornalisti, i blogger ed i forum in un processo governato da tecniche di costruzione e distribuzione del messaggio che, se ignorate, produrranno effetti contrari a quelli che si pensava di ottenere: non l’oscuramento di un pensiero o di un’idea, ma la sua amplificazione e la sua massima diffusione.
In un mondo ormai pervaso da strumenti di formazione e divulgazione del libero pensiero, ritenere che si possa “azzittire” il presunto nemico pestandolo di botte o cacciandolo dalle manifestazione è una pura illusione. Quello che si caccia dalle piazze, dalle assemblee ed in generale dalla vita reale, ritorna moltiplicato sulla rete e sui circuiti internazionali. Con un’aggravante: passato il momento delle “opinioni a caldo”, la coda lunga dell’informazione lascerà una traccia “fredda” a disposizione di tutti coloro che, da un certo momento in poi, andranno a caccia di approfondimenti e saranno capaci di produrre riflessioni ed elaborazioni sui materiali disponibili, definitivamente sfuggiti al controllo degli autori e presenti in contesti di attualità del tutto diversi da quelli di partenza.
In buona sostanza, quindi, essere democratici ed antifascisti oggi, significa riconoscere l’esistenza dei movimenti neo fascisti, che hanno conquistato lo status di soggetti politici ed interlocutori. A questo riconoscimento occorre però contrapporre una strategia di comunicazione e di azione politica su più livelli e più media capace di contrapporre alle loro posizioni e all’immagine che essi hanno saputo costruire, una visione alternativa del mondo articolata in proposte politiche concrete e posizionata in modo tale da dare dell’antifascismo una immagine moderna e lontana dagli schemi imposti dalla contrapposizione violenta ed aggressiva.
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