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Lorella è omofoba? Boicottiamo L’Oréal!

Boicotta L'Oréal

Vanity Fair (n. 52 del 5/01/2010. pag. 56/57) intervista Lorella Cuccarini che si esprime su alcuni temi caldi.

D: Lei è un’icona gay: è favorevole o contraria alle nozze fra persone dello stesso sesso?
R: Contraria. Bisogna regolamentare le unioni, ma il matrimonio deve essere fra un uomo ed una donna. Vale lo stesso anche per le adozioni: un bimbo ha bisogno di una madre e di un padre.

D: Se scoprisse che suo marito frequenta transessuali, come reagirebbe?
R: Sono convinta che chi lo fa sia un gay latente. E su mio marito sono pronta a mettere la mano sul fuoco. Non c’è pericolo.

D. Che cosa pensa della pillola abortiva RU486?
R: Non mi piace, come l’aborto. Anche se la legge 194 è giusto che ci sia.

D: Se sua figlia Sara, 15 nni, dovesse presentarsi a casa con un fidanzato arabo, africano o cinese, come reagirebbe?
R: Bene. Avrei qualche problema solo se fosse un estremista religioso o cose del genere.

Dopo queste dichiarazioni, la signora ha chiesto di andare a Muccassassina, serata organizzata dal Circolo Mario Mieli a Roma, per presentare il suo spettacolo e per chiarire le sue dichiarazioni.

Il 29 gennaio, accolta molto freddamente, come facevano intendere le dichiarazioni apparse nella giornata su facebook, si presenta sul palco e viene sonoramente fischiata.

Nella serata del 29 gennaio, preceduta da un intervento di Rossana Praitano (presidente del circolo) appare la Cuccarini e cominciano i fischi e le contestazioni. Lei dice (in sinstesi): “Ho espresso un punto di vista. Non è un mistero che sono cattolica e ho ribadito quello che penso:  mai al matrimonio, mai all’adozione per le persone omosessuali”. Segue la lezione politica: “Siete veramente intolleranti, non sapete ascoltare una persona che la pensa in modo diverso. Parlate di accettazione, ma siete i primi a non tollerare niente”.

Dopo di che, Praitano dice (sempre in sintesi): ” E’ venuta a presentare il suo nuovo musical e glielo facciamo fare”

Porgi l’altra guancia, verrebbe da dire…

Inutile stare a menar tanto il can per l’aia. E’ evidente che la signora Cuccarini è un’omofoba. Le sue opinioni sono leggittime, ma è leggittimo anche protestare se non si è d’accordo. Quindi c’è poco da fare. Bisogna denunciare il suo comportamento e stigmatizzarlo. La maniera più semplice è colpire l’azienda ed il prodotto per la quale è testimonial: Trattamento Viso Ultralift pro-x di Garnier, azienda del gruppo L’Oreal.

Questo è l’indirizzo del servizio consumatori dell’azienda: servizioconsumatori@it.loreal.com

Qui ci sono i riferimenti postali e telefonici per l’Italia: http://www.loreal.it/_it/_it/tools/contact/contact_1.aspx

Qui, invece quelli internazionali: http://www.loreal.com/_en/_ww/tools/contact/welcome/index.aspx

… e ovviamente adesso parte subito la campagna di boicottaggio su Facebook: Boicotta L’Oreal e Garnier finché non cacciano l’omofoba Cuccarini

La comunità GLBT a Roma si mobilita

Celestino Migliore, osservatore permanente del Vaticano presso l'ONU

Celestino Migliore, osservatore permanente del Vaticano presso l

Sapete chi è la persona che appare nella foto? celestino migliore, osservatore permanente del vaticano presso l’ONU. E’ colui che ha si è espresso contro la proposta presentata all’ONU dall’Unione Europea, intitolata “Proposta dell’Unione Europea per una dichiarazione ONU che condanni formalmente le discriminazioni contro gli omosessuali“[sintesi dei contenuti in calce al post].

Il nucleo della posizione è questo: “si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni“.

Ne deriva, con un ragionamento abbastanza semplice, che il rispetto della vita umana è un diritto negoziabile: quando si tratta di aborto, è irrinunciabile, ma diventa secondario davanti all’integrità e alla saldezza del matrimonio, e, in linea generale al “controllo delle coscienze”. E non è difficile immaginare quanto tale posizione alimenterà l’omofobia e la violenza contro tutte le persone che desiderano semplicemente vivere la loro vita con rispetto, dignità, nel riconoscimento dei loro diritti.

Di fronte a questa barbarie logica e politica, la comunità italiana si sta compattando e reagirà attraverso iniziative in tutte le maggiori città italiane. A Roma di fronte a Piazza S. Pietro è convocata per sabato 6 dicembre alle ore 17,00 un fiaccolata con sit-in per manifestare contro l’atteggiamento omofobico del vaticano.

Una manifestazione alla quale è necessario partecipare con convinzione e in gran numero, e alla quale spero seguiranno ulteriori e ancor più forti dimostrazioni di dissenso verso un soggetto che manitene ben salda la barra del timone della società verso il peggiore oscurantismo.

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Sintesi dei più punti più importanti della proposta UE:

  • principio di non-discriminazione: diritti umani estesi a tutti gli esseri umani indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere;
  • preoccupazione per le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere; nonché per le violenze, persecuzioni, discriminazioni, esclusioni, stigmatizzationi e pregiudizi a causa dellorientamento sessuale o dell’identità di genere, con minaccia dell’integrità e dignità delle vittime;
  • condanna di tutte le violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere ovunque avvengano, in particolare la loro penalizzazione attraverso la pena di morte, le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, la pratica della tortura, altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, l’arresto o la detenzione arbitrarie e la privazione dei diritti economici, sociali e culturali, compreso il diritto alla salute;
  • esortazione a prendere tutte le misure necessarie per assicurare che l’orientamento sessuale o l’identità di genere non possano essere, in nessuna circostanza, la base per l’attuazione di pene criminali, in particolare di esecuzioni, arresti o detenzioni; nonchè ad assicurare che le violazioni dei diritti umani legate all’ orientamento sessuale o all’identità di genere siano investigate e che gli autori siano perseguiti e tenuti a renderne conto in termini giudiziari.

Essere antifascisti oggi

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Premessa

Per fugare da subito eventuali dubbi, dichiaro che la mia posizione è quella di un convinto democratico e antifascista. E il senso di questo articolo è proprio quello di andare alla ricerca del significato dell’essere antifascisti oggi. Per me significa ferma riprovazione verso le forme di totalitarismo in generale e, con riferimento storico all’Italia, significa un convinto ripudio per i valori, le politiche e le azioni che furono del movimento fascista e delle diverse esperienze politiche e governative condotte da Benito Mussolini, fino alla sua uccisione. Dunque, un antifascismo che implica piena adesione allo Stato Costituzionale Repubblicano (cui ho già giurato fedeltà almeno un paio di volte), ma anche decisa disapprovazione di ogni forma di violenza e censura verso chi si proclama fascista o simpatizzante di quell’epoca e di quel movimento; una forma di “persecuzione” che, ai miei occhi, è riprovevole tanto quanto, se non più, del fascismo stesso.

Dopo questa doverosa premessa, dedichiamoci ad approfondire i temi ai quali ho fatto sintetico cenno; riflessioni scaturite negli ultimi mesi grazie al confronto con esponenti della più moderna destra dichiaratamente fascista, con amici e compagni di partito di varie età ed estrazioni, nonché con esponenti della sinistra più estrema.

Personalmente sono persuaso che per una persona convintamente democratica, dichiararsi antifascista oggi vuol dire affrontare una condizione di grande difficoltà intellettuale. L’attributo stesso di “democratico”, nelle sue accezioni di apertura al dibattito, al confronto e all’ascolto, impone di non chiudersi, di non essere contro qualcuno per le sue idee, men che mai di impedire che qualcuno che la pensi in altro modo possa esprimersi liberamente. Con altrettanta forza, impone però di adoperarsi civilmente e fermamente per contrastare in tutti i modi leciti un’idea che non condivide; mai comunque, mai, usando la violenza, l’ingiuria, la sopraffazione o la prevaricazione. Diamo ovviamente per condiviso il fatto che i poteri di restrizione della libertà sono esclusiva prerogativa delle forze di polizia e della magistratura, nei limiti e per le finalità che la costituzione e le leggi stabiliscono. In sostanza, riteniamo di non dover discutere sul principio che a nessuno è consentito farsi giustizia da sé.

Nel seguito, affronteremo 3 temi:

  1. l’Italia ha mai chiuso la questione “fascismo”?
  2. Come si collocano i moderni movimenti di destra fascista nella nostra società?
  3. Cosa significa essere antifascisti oggi?

1. I conti con il fascismo e la sua storia

Dopo aver causato sciagure immani all’umanità, lo stato nazista di Hitler capitolò sotto l’attacco delle grandi potenze. Hitler è rimasto in sella fino alla fine, nella coerenza di una follia fulgida. Il nazismo è morto con lui e quel che ne rimaneva è stato spazzato via da un processo lacerante, cui sono seguite condanne, esecuzioni e fughe. Insomma, con il nazismo, l’intera umanità a fatto i conti, consegnandolo alla storia. Certo ci sono dei “focolai”, ma non vi sono avvisaglie di ricostruzione di movimenti ideologici nazionali di quella portata.

Da noi il fascismo è finito senza gloria e l’Italia non ci ha fatto i conti: l’intero apparato dello stato fascista si è riversato quasi senza traumi all’interno delle nuovi istituzioni repubblicane. Da questo punto di vista, si può dunque affermare, anche se con un certo ardimento, che il fascismo in Italia è un capitolo che non si è mai chiuso, anzi ha continuato a esistere sotto vesti e forme diverse, in uno stato di sospensione, annidato nei partiti dichiaratamente di destra, ma anche in altri (ad esempio la Democrazia Cristiana), questi ultimi capaci di accogliere e conciliare anime opposte in un equilibrio che ha retto per decenni. Dunque, si diceva, con il fascismo non abbiamo fatto i conti. Mussolini e la sua cerchia più stretta hanno pagato con la vita, per tutti. La loro esecuzione, senza processo (modernamente inteso), si poteva pensare, avrebbe saldato il conto. Invece, proprio la mancanza di un processo, di una sentenza ma ancor di più di un dibattito franco ed aperto, fatto a quell’epoca dai protagonisti, su cosa era e rappresentava il fascismo ci ha privato di una solida motivazione per deprecare quell’esperienza e tutti i danni che ne sono derivati e, come avvenuto per il nazismo, chiudere definitivamente la questione. Non è un caso che pochi anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, già si diceva che si stava meglio quando si stava peggio, segno evidente che nella cultura e nel costume, il fascimo non era stato un’esperienza lacerante, da non ripetere, e che, soprattutto non era finito a Piazzale Loreto, ma si era definitivamente insinuato nel cuore politico degli italiani. A costo di banalizzare, mentre in Italia Totò e Paolo Stoppa, all’indomani guerra, al cinema e a teatro, potevano mettere alla berlina fascisti e nazisti con gag celeberrime, nel resto del mondo non era concepibile (con alcune eccezioni) di trattare il dramma del nazismo con leggerezza.

2. Ritorni di fiamma

Nell’arco dei sessant’anni che ci separano dal gennaio del 1948, dunque, il germe del fascismo ha continuato a vegetare, assumendo di volta in volta nuove forme. Alle volte creando un partito. Altre un movimento extraparlamentare, più o meno clandestino. Altre ancora sfociando nel terrorismo. Un lungo periodo di riflessioni e di esperienza ha portato il partito di destra per eccellenza a subire mutazioni e scissioni. Quel che resta del Movimento Sociale Italiano, oggi galleggia ai margini della stretta costellazione dei partiti in parlamento, dopo che la sua grande gemmazione in Alleanza Nazionale ha definitivamente perduto ogni legame con la sua origine post-fascista.  Ma nel frattempo si è andato aggregando un universo, figlio legittimo della Destra Sociale, che oggi ha proprio in Casa Pound e nei suoi soggetti satelliti i suoi più noti e coraggiosi testimoni: l’intera cultura pre-fascista e fascista trova una nuova legittimazione grazie allo spazio che si è aperto a destra proprio in virtù dello spostamento al centro di Alleanza Nazionale.

In estrema sintesi (per una visione completa è indispensabile una visita lunga e approfondita al sito di Casa Pound), è proprio Casa Pound che ci aiuta a capire cos’è “fascismo” oggi:

  1. Riconquista nazionale, sovranità nazionale contro i poteri forti;
  2. Controllo pubblico delle banche;
  3. Contrasto delle multinazionali, rilancio la produzione italiana ed una Europa autarchica;
  4. Contrasto della società multirazzista (!) e dell’immigrazione obbligata;
  5. Garantire il lavoro come dovere sociale;
  6. Tutela dei beni comuni e dei settori strategici (in parte new entry, si vede che cedono alle lusinghe della moda lessicale)
  7. Per i diritti sociali (anche qui una nuova declinazione, più di moda: contro lo scippo del futuro per non trasformarci in un popolo di barboni, per un fisco equo e di sviluppo);
  8. Garantire il diritto alla maternità e alla vita;
  9. Per la sovranità energetica (una new entry che focalizza sull’energia);
  10. Mutuo sociale;
  11. Per una scuola pubblica (Istruzione, cultura e ricerca gratuite, universali e rigorosamente selettive);
  12. Per un’ecologia non conforme;
  13. Per una cultura libera;

Va da sè che su alcuni di questi punti si può manifestare una convergenza trasversale, indipendente dall’orientamento politico. E’ altresì vero che tutto è molto chiaro, semplice. Così come è vero che vi sono parecchi punti discutibili, frutto di una visione eccessivamente nostalgica del passato, in termini di costume, cultura, poltica. D’altra parte, vi sono aspetti “valoriali” che non emergono dalla lettura del programma, ma che caratterizzano al di là di ogni ragionevole dubbio il fascismo moderno. Fra questi vi sono certamente una spiccata tendenza all’aggressività ed un uso indiscriminato della violenza fisica e verbale, come emerge da numerose testimonianze disponibili in più parti della rete (a onor del vero, in molti casi tale violenza è in risposta alle aggressioni di parte avversa, mentre in altri casi è del tutto gratuita – ad esempio, cinghia mattanza). Fa inoltre riflettere seriamente il fatto che il concetto di democrazia non è mai citato, segno evidente che, fino a prova contraria, lo possiamo considerare del tutto estraneo al moderno fascismo made in Italy. Alcune assenze importanti, inoltre fanno intravedere la mancanza o una carenza di attenzione su alcuni temi che caratterizzano le società più evolute e che 60 anni fa non erano prevedibili (interruzione della gravidanza, temi bioetici, diritti delle minoranze, lotta alle discriminazioni, ecc.)

Certo molto si può discutere sull’efficacia della democrazia come sistema di decisione e di partecipazione alla vita politica del paese, oppure sul fatto che quella che ci ostiniamo a definire democrazia, in realtà, non ne costituisce che un pallido abbozzo, ma finché la Costituzione sarà centrata sull’articolo 1 e finché il sentimento prevalente non cambia, la democrazia, in Italia è e rimarrà un valore di riferimento da cui nessuna forza politica e sociale, può prescindere.

3. Essere antifascisti oggi

Vorrei cominciare quest’ultima parte del post, con il racconto di un episodio che è avvenuto qualche giorno fa, presso il comune di Albano Laziale, dove si è svolto un incontro fra i giovani ed Ugo Mancini, Presidente della locale sezione dell’ANPI da sempre impegnato in un’opera di paziente divulgazione e dibattito sui temi del fascismo, della resistenza e della violenza nazista. L’incontro era stato concordato su richiesta di un gruppo di ragazzi di destra che avevano assistito ad uno delle lezioni su questi temi in una scuola locale. Mancini, che è un vero democratico e antifascista ha ovviamente acconsentito al confronto. Purtroppo, nella stessa sede si sono presentati alcuni esponenti di formazioni di sinsitra, che hanno disturbato l’incontro provocando Mancini, dicendo che non doveva avere contatti con i fasci, che non hanno diritto di cittadinanza politica, che non devono essere sdoganati e via di seguito in un crescendo che si è concluso con la solita smargiassata, la goccia che ha fatto trabboccare il vaso, tramutando un incontro di confronto su un tema delicato, tra l’altro fra due generazioni diverse, in una rissa con annessi danni a persone e cose.

Questo episodio mi sembra essere emblematico del concetto che vorrei esprimere in questa ultima parte, ovvero a 60 anni di distanza, dopo tutte le esperienze che abbiamo vissuto in Italia, è ancora possibile concepire l’antifascismo come tentativo di marginalizzazione violenta del pensiero fascista e delle sue espressioni pubbliche? E’ veramente questa la strada per contrastare un’evidente revanche dei valori e delle proposte politiche e movimentistiche di chiara marca fascista? Oppure sarà necessario accettare la sfida teorica e conoscere bene il nuovo fascismo per contrapporre ad esso una visione politica declinata in valori e proposte che abbiano presa sull’elettorato?

A mio parere, ogni tentativo di impedire agli esponenti dei movimenti del nuovo fascismo (per esser chiari, ricordo che faccio riferimento a Casa Pound e a Blocco studentesco in primis) di essere presenti nella scena politica e di esprimere il loro pensiero non solo è del tutto inutile, ma soprattutto fornisce alibi politici che tali formazioni sono abilissime nel rivoltare a proprio favore, come hanno recentemente dimostrato i fatti di Piazza Navona e della sede Rai di Roma. La demonizzazione dei giovani fascisti, la facilità con cui vengono presentati sistematicamente sui media come “squadristi” che cercano di imporre la loro presenza e le loro idee, alimenta un circuito perverso di versioni, controversioni e rimandi da un punto all’altro della rete, capace di generare un’attenzione che altrimenti non si creerebbe. A dare ulteriore manforte, intervengono poi, anche qui sistematicamente, le reazioni e/o le provocazioni violente e aggressive dalla parte più marginale e politicamente miope della sinistra (mi sto riferendo a Sinistra Critica, centri sociali vari, RASH, ecc.), che non fanno altro che amplificare ulteriormente l’attenzione già conquistata attraverso la polemica mediatica.

Assumendo che per me i movimenti fascisti non hanno pieno diritto di cittadinanza e di espressione (proprio perché si richiamano apertamente a valori ripudiati dalla Costituzione), ritengo che sia molto più produttivo conoscerli a fondo e mettersi in competizione con loro sugli stessi media che utilizzano, sfruttando gli stessi meccanismi, quando non inventando nuovi modi di comunicare.

Ad esempio, con un occhio ai movimenti studenteschi e alle tecniche di “guerrilla marketing” ritengo che sia molto più efficace agire sugli spazi mediatici che conquistano Blocco Studentesco e Casa Pound, neutralizzando la loro presenza con testimonianze, argomenti, spunti e provocazioni sviluppando al massimo la creatività e promuovendo con convinzione valori e proposte alternative, derivate da esperienze politiche diverse, più affini ad una moderna visione della sinistra.

Menare le mani è infinitamente più semplice, ma produce effetti non controllabili a livello sociale. Al di là della “soddisfazione estemporanea” di aver pestato uno che si ritiene un nemico, il senso che sarà dato al gesto lo decideranno i titolisti, i giornalisti, i blogger ed i forum in un processo governato da tecniche di costruzione e distribuzione del messaggio che, se ignorate, produrranno effetti contrari a quelli che si pensava di ottenere: non l’oscuramento di un pensiero o di un’idea, ma la sua amplificazione e la sua massima diffusione.

In un mondo ormai pervaso da strumenti di formazione e divulgazione del libero pensiero, ritenere che si possa “azzittire” il presunto nemico pestandolo di botte o cacciandolo dalle manifestazione è una pura illusione. Quello che si caccia dalle piazze, dalle assemblee ed in generale dalla vita reale, ritorna moltiplicato sulla rete e sui circuiti internazionali. Con un’aggravante: passato il momento delle “opinioni a caldo”, la coda lunga dell’informazione lascerà una traccia “fredda” a disposizione di tutti coloro che, da un certo momento in poi, andranno a caccia di approfondimenti e saranno capaci di produrre riflessioni ed elaborazioni sui materiali disponibili, definitivamente sfuggiti al controllo degli autori e presenti in contesti di attualità del tutto diversi da quelli di partenza.

In buona sostanza, quindi, essere democratici ed antifascisti oggi, significa riconoscere l’esistenza dei movimenti neo fascisti, che hanno conquistato lo status di soggetti politici ed interlocutori. A questo riconoscimento occorre però contrapporre una strategia di comunicazione e di azione politica su più livelli e più media capace di contrapporre alle loro posizioni e all’immagine che essi hanno saputo costruire, una visione alternativa del mondo articolata in proposte politiche concrete e posizionata in modo tale da dare dell’antifascismo una immagine moderna e lontana dagli schemi imposti dalla contrapposizione violenta ed aggressiva.

Tonache rosse alla riscossa: cresce l’offensiva contro l’aborto

Ne avevamo già parlato non molto tempo fa. Ed era stato facile intuire come si sarebbero mossi. Dopo l’alzata di Ferrara e la schiacciata di BXVI, ecco che arrivano i direttori delle cliniche ginecologiche di 4 dei maggiori atenei romani (Sapienza, Tor Vergata, Campus Bioetico -Opus Dei n.d.r.- e Cattolica), che con un loro documento congiunto (all. 1 in calce), scatenano un putiferio di discussioni (all. 2 in calce) al quale prontamente si aggiunge il nostro BXVI (all. 3 in calce) con le sue eleganti scarpette lavorate a mano.

Può essere interessante approfondire il materiale di discussione, anche se emergono alcune considerazioni a margine:

  1. il medico che interviene praticando la rianimazione di un feto abortito, compie un abuso? A mio parere no. La donna, che ha esercitato il suo diritto di abortire in base alla legge, con tale decisione in qualche modo “rinuncia” alla propria maternità. Se il bimbo sopravvive (ed in quali condizioni di salute) è problema di altra natura che qui non intendo dibattere: certo è che si tratterà di un bimbo destinato all’adozione o alla vita in istituto.
  2. la linea disegnata dai ginecologi degli atenei romani costituisce un abuso? A mio parere no. Purché non si traduca in accanimento terapeutico e nella sua imposizione al medico che interviene. Il medico, in coscienza decide cosa fare e dove fermarsi. Quindi si alla linea guida per chi intende attenervisi, no se diventa coercitiva.
  3. il documento dei medici ginecologi di Roma, mette in discussione la 194? No. Dato che si parla di aspetti che riguardano il trattamento del feto post intervento.
  4. la chiesa è interessata a combattere l’aborto? No, la chiesa intende rendere illegale l’aborto, ben sapendo che comunque sarà un fenomeno presente nella clandestinità della società. L’interesse della chiesa è di mantenere le coscienze dei fedeli in uno stato di subordinazione: se abortisci, compi un peccato mortale, quindi devi sostenerne la colpa e solo nella chiesa potrai trovare qualche forma di accoglienza nel perdono. Ovviamente, ci sono moltissime donne cattoliche che praticano l’aborto…

Allegato 1 – Aborto, documento dei ginecologi: “Il feto deve essere rianimato”

ROMA – “Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente”. Così si legge in un documento congiunto, firmato dai direttori delle cliniche di Ostetricia e Ginecologia di tutte e quattro le facoltà di Medicina delle università romane: La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e il Campus Biomedico. Secondo i cattedratici, infatti, “con il momento della nascita la legge attribuisce la pienezza del diritto alla vita e, quindi, all’assistenza sanitaria”. Di fatto, nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un’interruzione di gravidanza, il neonatologo deve intervenire per rianimarlo, “anche se la madre è contraria, perché prevale l’interesse del neonato”.

Il documento è stato presentato al termine di un convegno, promosso dalle stesse cattedre, all’ospedale Fatebenefratelli di Roma, in occasione della Giornata della Vita. “Nell’immediatezza della nascita – afferma Cinzia Caporale, biologa e membro del Comitato nazionale di Bioetica – il medico deve agire in scienza e coscienza sull’opzione di rianimare, indipendentemente dai genitori, a meno che non si palesi un caso di accanimento terapeutico”.

Nel documento, il caso degli aborti dopo la 22esima settimana non viene esplicitamente citato, ma la presa di posizione ricalca le preoccupazioni già espresse dai vescovi italiani, riguardo ai casi di interruzione volontaria di gravidanza dopo il quarto mese, quando cioè le moderne tecniche di rianimazione consentirebbero di mantenere in vita il feto.

“L’attività rianimatoria esercitata alla nascita – si legge nel testo – dà il tempo necessario per una migliore valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva e delle possibilità di sopravvivenza, e permette di discutere il caso con il personale dell’Unità ed i genitori”. Tuttavia, concludono i firmatari, “se ci si rendesse conto dell’inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna evitare a ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi in accanimento terapeutico”.

Il medico, quindi, come precisa Caporale, deve rianimare sempre. Nell’ipotesi in cui il feto sopravviva all’aborto “non ritengo necessario chiedere il consenso della madre – sottolinea la biologa membro del Comitato nazionale di bioetica – in questo caso infatti si esercita un’opzione di garanzia con cui si tutela un individuo vulnerabile e fragile, qual è il neonato, in una fase in cui non si hanno certezze cliniche”. “Secondo me – aggiunge – si può presumere lo stato di abbandono giuridico del neonato da parte della madre, che ovviamente può tornare indietro sulla sua decisione”.

“Non si può decidere di assistere un neonato solo in base alla settimana di gravidanza – spiega Domenico Arduini, direttore della Clinica ostetrica e ginecologica di Tor Vergata – ma in base alla patologia della madre e del figlio. Un bambino nato alla 21esima settimana non sopravvive, ma già a partire dalla 22esima ha tra il 14 e il 26% di possibilità”. Salgono le aspettative di vita dalla 23esima settimana: “Al primo giorno le probabilità oscillano tra il 30 e il 47% – dice Giuseppe Noia, docente di Medicina prenatale alla Cattolica – oggi rispetto a dieci anni di fa migliorano le aspettative di sopravvivenza, ma il problema della scelta dell’assistenza è sul futuro del neonato e un’eventuale disabilità. Alcuni genitori preferiscono addirittura che i loro bimbi non vengano assistiti”.

Allegato 2 – Aborto, il documento dei medici
riapre lo scontro sulla 194

ROMA – Distinguo, precisazioni e polemiche al centro del dibattito politico e scientifico, all’indomani della stesura del documento firmato da un gruppo di cattedratici delle facoltà di Medicina delle università di Roma. Un testo nel quale si sostiene che nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un’interruzione di gravidanza, il neonatologo deve intervenire per rianimarlo anche senza chiedere l’autorizzazione alla madre. A riaccendere la discussione sulla legge 194, arriva anche l’appello anti-aborto di Benedetto XVI.

Esprime “rispetto e distanza”, nei confronti delle affermazioni del Papa, Fausto Bertinotti, “rispetto perché da tutte le cattedre religiose vengono delle sollecitazioni su temi etico-morali che le grandi componenti laiche, un po’ sopraffatte dall’idea mercantile e scientista, hanno dimenticato. Ma questa non è una buona ragione per ascoltare queste parole con una dipendenza”. Il presidente della Camera ritiene che “la legge sull’aborto in Italia sia una grande conquista di civiltà” che “dà uno spazio anche di sofferenza ma di libertà alle donne”.

Per il ministro della Salute, Livia Turco, il documento dei ginecologi “non parla della 194, legge importante che va difesa e ben applicata. A fronte del problema dell’assistenza ai neonati pretermine – ribadisce Turco – c’è una raccomandazione agli operatori che ruota attorno a un principio: laddove c’é un principio di vitalità e la possibilità di vita, dev’essere fatto di tutto per rianimare il feto senza accanimento e coinvolgendo, passo dopo passo, la madre e i genitori”.

L’Udeur si associa al documento dei cattedratici, con la responsabile di bioetica del partito, Wanda Ciaraldi, che auspica un aggiornamento della legge “alla luce delle nuove tecniche di rianimazione dei prematuri, perché ogni feto ha diritto di essere curato né è pensabile che a tanti anni di distanza la 194 debba essere considerata intoccabile”. E Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, che ha partecipato all’Angelus di Benedetto XVI, ribadisce che “a nessuno è permesso minimizzare il dramma umano e professionale del medico che si trova davanti a un prematuro nelle cui vene si vede pulsare il sangue”.

Il documento dei medici conferma che “la scienza è al servizio della vita”, dice Alfredo Mantovano di An, che plaude ai docenti e alla loro difesa della vita, perché ciò conferma a suo giudizio “che l’università italiana non è assimilabile alle poche decine di professori che hanno protestato per la visita del Papa alla Sapienza, e che la scienza è capace di porsi al servizio dell’uomo quando aderisce al dato di realtà”.

“Profondo sdegno” è espresso da Gavino Angius, che a nome dei Socialisti interviene nella polemica e parla di “aggressione alla 194 perpetrata nelle ultime settimane dalle gerarchie vaticane e da gruppi a essere contigui. La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza – aggiunge – è buona e ha salvato migliaia di donne dalla piaga dell’aborto clandestino, tutelandone la salute”. Sulla stessa linea la segretaria radicale Rita Bernardini: “Condannare alla sofferenza non è difesa della vita” dice, attaccando “i potenti del Vaticano, dei partiti e della medicina” e chi “vuole scegliere per gli altri al posto dei genitori, della madre, e prendere decisioni sulla vita di innocenti condannandoli ad un’esistenza di inferno sulla Terra”.

Contestati, a Cassino, al grido “vergogna, vergogna”, da attivisti favorevoli alla 194, la senatrice del Pd Paola Binetti e il direttore del Foglio Giuliano Ferrara si sono schierati a favore del documento firmato dai professori. La contestazione è scattata quando sono entrati nella sala conferenze dell’Aula Pacis dell’università di Cassino per un convegno organizzato dalla diocesi locale in occasione della Giornata per la vita. Gli slogan sono stati urlati da una sessantina di persone che partecipavano a un sit-in della Cgil, della Uil e delle associazioni “Facciamo breccia”, “Arcobaleno” e “Clr di Roma” a sostegno della legge 194, organizzato fuori della sala della conferenza.

Allegato 3 – Il Papa: “La vita va difesa anche prima della nascita”

CITTA’ DEL VATICANO – La vita deve essere essere “tutelata” e “servita” sempre, “ancora più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e cure, sia prima della nascita che nella sua fase terminale”. Lo ha riaffermato oggi Papa Benedetto XVI, prima della preghiera dell’Angelus in Piazza San Pietro.Il nuovo appello di Ratzinger contro l’aborto e l’eutanasia prende spunto dalla “Giornata per la Vita”, promossa dalla Conferenza episcopale italiana, che si celebra oggi in tutte le parrocchie del Paese. E arriva il giorno dopo il documento di quatto ospedali degli atenei romani favorevoli a tentare di tenere in vita il feto dopo un’interruzione di gravidanza anche contro la volontà della donna.

“Ognuno, secondo le proprie possibilità professionalità e competenze – ha detto il Pontefice – si senta sempre spinto ad amare e servire la vita, dal suo inizio al suo naturale tramonto. E’ infatti impegno di tutti accogliere la vita umana come dono da rispettare, tutelare e promuovere, ancor più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e di cure, sia prima della nascita che nella sua fase terminale”.

“Mi unisco ai vescovi italiani – ha detto ancora il Papa – nell’incoraggiare quanti, con fatica ma con gioia, senza clamori e con grande dedizione, assistono familiari anziani o disabili, e a coloro che consacrano regolarmente parte del proprio tempo per aiutare quelle persone di ogni età la cui vita è provata da tante e diverse forme di povertà”.

Il Papa ha anche ricordato la difficile situazione internazionale chiedendo pace per il Kenya e auspicando che “gli sforzi di mediazione attualmente in atto possano avere successo e condurre, grazie alla buona volontà e alla collaborazione di tutti, ad una rapida soluzione del conflitto, che ha già provocato troppe vittime”.

Benedetto XVI ha anche rivolto la sua preghiera all’Iraq sconvolto dai recenti attentati: “Elevo di nuovo la mia voce in favore di quella popolazione duramente provata e per essa invoco la pace di Dio”. E agli ostaggi in Colombia, chiedendo che la loro sofferenza termini. “Non smetto di elevare ferventi suppliche a Dio per la Colombia – ha detto – dove da diverso tempo molti figli e figlie di questo amato Paese patiscono l’estorsione, il sequestro la perdita violenta dei propri cari”. “Chiedo al Signore – ha aggiunto – che termini immediatamente questa sofferenza inumana e si trovino le strade della riconciliazione, del rispetto reciproco e della concordia sincera, ritornando così la fraternità e la solidarietà che sono le basi solide per ottenere il giusto progresso e costruire una pace stabile”.

Tonache rosse alla riscossa: parte l’offensiva contro l’aborto

In un precedente post dedicato a Veltroni-piglia-tutto accennavo alla necessità di recueprare lo spirito della constestazione degli anni ’60, la capacità di sparigliare e di mettere in crisi i valori tradizionali per nuove conquiste.

Invece, in discussioni private proprio sul tema dell’ingerenza del Vaticano negli affari dello stato, avevo più volte accennato al fatto che a mio parere da almeno un anno si erano manifestate le avvisaglie di quella che sarebbe stata una controffensiva a tutto campo del Vaticano, per rimettere in discussione tutto il sistema delle norme che toccano gli interessi primari della Curia: salvaguardia della famiglia, tutela della vita dall’istante del concepimento fino alla morte naturale, normativa economico fiscale, moralizzazione del costume, ecc.

Alcuni obiettivi sono stati centrati in pieno, grazie al patto scellerato che lega una cospicua porzione del Parlamento alla curia di Pietro:

  • la massima limitazione dell’applicabilità della fecondazione assistita
  • il blocco di fatto, sul territorio italiano, delle sperimentazioni sulle cellule staminali embrionali
  • il mantenimento delle esenzioni in materia di ICI
  • l’esclusione dei reati di omofobia dal pacchetto straordinario di norme sulla sicurezza dei cittadini
  • il blocco totale di ogni possibilità di dare pieno riconoscimento alle famiglie e alle unioni di fatto

Sicuramente dimentico qualcosa, ma è già molto. Ora, come avevo già immaginato ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita, l’offensiva passa sull’aborto. La prossima tappa sarà il divorzio.

Ma per adesso limitiamoci ai fatti sull’aborto.

Subito dopo l’approvazione della moratoria planetaria sulla pena capitale Giuliano Ferrara ha pubblicato un appello per la moratoria degli aborti, una pena di morte legale, una strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti, come al definisce Ferrara (il testo è anche riportato in calce al post.

Poco importa commentare il contenuto dell’appello di Ferrara, che mi sembra scritto dal MinCulPop e con il quale sono in disaccordo su tutta la linea. Quel che conta sono gli eventi successivi. Infatti, in un recente lancio ANSA (ripreso da Radio Radicale e Corriere della Sera), il famigerato Cardinale Camillo Ruini alza abilmente la palla lanciata da Ferrara: «… dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte è molto logico richiamare il tema dell’aborto e chiedere una moratoria quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, per aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano. In secondo luogo si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l’Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull’aborto che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita e forse, a 30 anni ormai dalla legge aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all’aborto ad una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo».

Ed ecco che, subito dopo l’alzata del Perfido Ruini, la Falange Crociata in Parlamento trova un autorevolissimo appoggio, che schiaccia il servizio del Cardinale. Bondi, coordinatore di ciò che resta di Forza Italia, esprime piena concordanza con le parole del cardinale Camillo Ruini. Sandro Bondi dichiara in una nota di raccogliere la richiesta titolo personale, ma con la convinzione di dover rappresentare le ragioni dei laici come dei credenti di Forza Italia, uniti dalla difesa della dignità della persona e del valore sacro della vita. E’ per questo nobile compito che Bondi ha presentato una mozione parlamentare per “rivedere le linee guida della legge 194, sulla base della necessità di tenere conto delle nuove possibilità tecnologiche che rischiano di inficiarne i principi ispiratori”.

Le elezioni si avvicinano, la mozione sarà presentata e probabilmente approvata in Parlamento con il placet anche del PD. Probabilmente il governo non ne terrà conto, e comunque non avrebbe i tempi tecnici per effettuare la modifica. Ma poco importa. Il segnale è chiaro: se nelle prossime elezioni, come è molto probabile, trionferà la Falange Crociata, non faremo uno, ma molti passi indietro, rispetto alle conquiste che sono state ottenute in passato.

A noi irriducibili laici, laicisti e mangiapreti (non tutti!), non resterà che dedicarci alla pallavolo, sperando di emulare l’abilità di gioco di Ferrara, Ruini e Bondi.

Appello, ora la moratoria per l’aborto

Editoriale di Giuliano Ferrara, 20/12/2007.
C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti

Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486.
Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio. La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri. Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica. Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.