Archivi tag: 8×1000

Sinistra Democratica: il mio primo congresso regionale

La delega per partecipare al congresso regionale di SD

Il 3 ed il 4 ottobre a Roma si è svolto il primo congresso regionale di Sinistra Democratica. Si spera anche l’ultimo, in previsione del definitivo avvio della Costituente che porterà alla nascita, se tutto fila liscio, di un partito nuovo capace di accogliere le istanze delle persone che ancora si definiscono di sinistra, ma che sono disposte a superare la visione asfittica, identitaria ed anacronistica che caratterizza le formazioni residuali dello tsunami che ha spazzato via dal parlamento una rappresentanta importante di un consistente porzione della popolazione italiana (che ovviamente va al di là del miserrimo quasi-3 % raggranellato alle ultime politiche).

Sono state particolarmente significative le relazioni di Claudio Fava, coordinatore nazionale e di Carlo Leoni, del coordinamento nazionale. Negli interventi che si sono susseguiti nella giornata del 3 è stato affermata con forza la necessità di muoversi in direzione della costruzione partecipata del nuovo partito, con coloro che saranno interessati e vi parteciperanno, senza attendere ulteriori conferme e “manovre istituzionali”. Insomma un pomeriggio all’insegna del “presto e bene”.

Nella giornata del 4, invece, si sono susseguiti gli interventi dei delegati, fra i quali ho trovato particolarmente interessanti quelli di Cunzo, della Salacone, di Morassut, di Cecilia D’Elia, di Fontana (consigliere regionale dei verdi).

Devo dire che è stata un’esperienza molto piacevole, anche se un po’ faticosa. Mi ha fatto bene “sentirmi a casa” e trovare nuovi collegamenti. Mi dispiace notare una sostanziale mancanza di entusiasmo e di apertura al futuro: ci vorrà ancora tempo e lavoro per ritrovare la passione dell’impegno, ma mi sembra che ci siano tutte le condizioni. Preoccupante, anche in questa sede, la sostanziale assenza dei giovani, che sembrano essere veramente delle mosche bianche. Peccato, in fin dei conti il futuro è loro e dovrebbero essere i primi a premere per esserci.

Ecco infine, il mio intervento, reperibile anche bella sezione documentale del blog:

Care Compagne e cari Compagni,

Ieri abbiamo sentito riaffermare con forza che ci sarà un nuovo partito. E allora evvia il nuovo partito! Un nuovo soggetto che spero non sia solo un coagulo di persone e passioni “contro”, quanto piuttosto “PER” qualcosa e qualcuno. Si dice e noi tutti speriamo che la nascita di questo nuovo partito della sinistra sia un processo partecipato e plurale. Ma io auspico di più e spero che anche voi lo facciate. Mi auguro che sarà un partito che non solo si intitoli e si proclami di sinistra, ma che lo sia nell’intimo e che sia capace di fare le proposte che da esso ci si attende: le proposte che fanno le persone di sinistra!

Tempo fa parlavo di SOGNO. Il titolo del nostro congresso parla di SPERANZA, ebbene è arrivato il momento del CORAGGIO! Il coraggio di fare proposte e avviare iniziative che marchino la differenza ed una chiara discontinuità. Cosa significa? Significa che dobbiamo avere il coraggio di esprimere una NUOVA IDEA DI MONDO organica e progettuale, di parlare a tutti e non solo a classi e categorie che non esistono più. La mia profonda ignoranza su molti aspetti della vita e del sapere, mi impone di rifarmi a qualcuno che meglio di me ha saputo formulare concetti e riflessioni sul senso della sinistra nel XXI secolo: il brasiliano Roberto Mangabeira Unger, filosofo del diritto ad Harvard e ministro del governo Lula. Vediamo dunque alcuni esempi di cosa può significare essere di sinistra oggi.

  • Promuovere il pluralismo nell’economia e nella società, ovvero superare la contrapposizione storica tra liberismo e dirigismo creando le condizioni perché si sviluppino modelli alternativi e coesistenti per la definizione di proprietà ed per il lavoro, costruendo quindi nuovi contratti sociali e generazionali. Nel pieno rispetto dei diritti individuali e dando a chi lo desidera e lo chiede la possibilità di scegliere se, ad esempio, usare il baratto piuttosto che la moneta, oppure basarsi su schemi di proprietà comune e condivisa, piuttosto che rigidamente privata e individuale.
  • Ribaltare il paradigma tassazione-redistribuzione che riduce la fiscalità ad un meno trasferimento di risorse e trascura completamente la persona con i suoi bisogni e che impedisce alla solidarietà sociale di svilupparsi. Ma che ancor peggio non premia e non concede dignità a chi non produce profitto, ma contribuisce al miglioramento della qualità della vita del paese e della collettività. Cosa ci faccio con 50 euro in più in busta paga se poi devo pagare l’asilo, la baby sitter, la badante per assistere i parenti anziani o invalidi? Ed ecco anche l’inganno del federalismo fiscale, salutato come una grande riforma storica, ma che è una colossale finzione: trasferire le risorse da un unico “comitato d’affari centrale” sottoposto comunque al controllo del Parlamento (per fortuna!) ad una pluralità di “comitati d’affari locali” che saranno più soggetti al controllo di poteri forti locali. E non faccio fatica ad immaginare che abbiate capito che dietro i poteri forti locali si cela la criminalità organizzata: mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita. Un grande regalo dunque alla criminalità che per altri versi si dichiara di combattere.
  • Piuttosto che parlare della difesa della scuola, tema importante certamente ma non esaustivo neanche se collegato all’università e alla ricerca, sarebbe meglio parlare di una grande battaglia, meglio, una vera e propria guerra a difesa della conoscenza. In cui non solo le istituzioni della didattica, ma soprattutto i nuovi strumenti del sapere e della conoscenza vanno presidiati e difesi strenuamente. Internet ed il software libero, insieme a tutte le tematiche del diritto di autore devono diventare una priorità irrinunciabile, poiché sono alla base della libertà e della democrazia! In un’economia che in tutto l’occidente si muove verso il sapere, l’esperienza e la conoscenza, una scuola (e quindi un’università) che espelle i cervelli migliori costretti ad andare all’estero e crea legioni di consumatori inconsapevoli e di lavoratori con una formazione culturale scadente rischia di creare una nuova schiavitù, che passa per la piena intercambiabilità dei lavoratori e la loro riduzione a merce da comprare al prezzo più basso possibile, se non la loro totale inutilità. Se la cultura non torna ad essere considerato un VALORE PATRIMONIALE della collettività, come possiamo consentire lo sviluppo di un pensiero scientifico e di tornare a essere un motore della civiltà?
  • Potenziare gli strumenti per una REALE partecipazione democratica alla vita politica ed istituzionale per assicurare al corpo elettorale di esercitare oltre alla delega rappresentativa anche il ruolo fondamentale di CONTROLLO e la possibilità di essere parte attiva del lavoro legislativo.

E proprio quest’ultimo punto mi spinge a svolgere alcune riflessioni sull’azione politica, che dovrebbe conseguire a queste riflessioni più di impostazione e che si dovrebbe caratterizzare per proposte concrete e forti. Solo alcuni esempi, in materia di laicità dello stato, tema poco considerato in questa assise congressuale, ma di primaria importanza:

  • Battersi per far riunire la commissione mista che avrebbe dovuto effettuare la revisione periodica dell’aliquota dell’8×1000 e che, invece non si è mai riunita, nonstante le esplicite disposizioni sul punto.
  • Avviare una discussione coraggiosa sulla necessità di riformare il Nuovo Concordato ed i Patti Lateranensi, che segnano privilegi non più tollerabili nei confronti di istituzioni religiose che non possono più essere considerate interlocutori di preferenza, ma che dovrebbero essere invece collocate su un piano di parità rispetto ad altri soggetti che emergono e si attestano nella società.
  • Lanciare una campagna nazionale per portare nei comuni la discussione sull’istituzione dei Registri delle unioni civili, tema che investe in modo determinante l’intera collettività e non sono quella delle cittadine e dei cittadini omosessuali, presi a pretesto per bloccare un progresso che andrebbe a beneficio di tutti.
  • Denunciare con forza il fatto che esistono (almeno a Roma) istituzioni sanitarie gestite da religiosi o di loro proprietà nelle quali il personale è soggetto ad un odioso ricatto: devono impegnarsi a sostenere i valori cattolici a pena di essere licenziati o allontanati. E questo anche operano nella loro sfera privata. Una violazione della Costituzione continua e indecente che nessuno denuncia e di cui nessuno parla!

E soprattutto, a mio parere, è necessario costruire dei gruppi di progettazione delle riforme che vorremmo attuare, per trasformare il nostro essere “CONTRO” in veri progetti che ci consentiranno di dialogare con le istituzioni, ma soprattutto di aprire canali concredi ri comunicazione per parlare alla gente e per riavvicinarla non solo a noi, ma alla politica, VERA MISSIONE che dobbiamo porci.

Ed infine, compagne e compagni, permettetemi di concludere recuperando un nostro simbolo. Ora che la fine del Novecento ha relegato al mondo degli affetti “il gran partito dei lavoratori” ed “il rosso fiore [che] c’è in petto fiorito, dobbiamo dedicarci a creare il “gran stendardo al sol fiammante che innanzia a noi glorioso va”. Buon viaggio a tutti noi!

Repubblica: Quanto ci costa la chiesa cattolica? 28/09/07

da superherostuff.com

Ci è arrivata anche Repubblica, finalmente, ad aprire gli occhi su quanto ci costa la Chiesa, oltre che la Casta. Certo, c’è chi lo va dicendo da anni (basta ricercare l categoria 8×1000 in questo blog per averne un’idea), ma non possiamo che essere contenti se l’autorevole occhio si è aperto!

L’inchiesta di Repubblica è curata da Curzio Maltese con la collaborazione di Carlo Pontesilli e Maurizio Turco ed è partita il 28 settembre con un articolo intitolato I conti della Chiesa. Per comodità e per mantenerne traccia, l’articolo è riportato in calce al post.

Per quanto riguarda il commento, vorrei sottolineare l’”alterigia altezzosa” con cui gli autori, in questo caso con un’evidente caduta di autorevolezza, si peritano di trattare “libelli e certi siti anticlericali” che avevano già fatto i conti in tasca alle sottane d’oltretevere evidenziando non cifre da capogiro, ma una realtà concreta.

La Chiesa di Roma, costa a TUTTI gli italiano almeno quanto la Casta.

Una bella scoperta, grazie, ma noi ce n’eravamo accorti prima. Speriamo che questa “scoperta tardiva”, che non accresce il prestigio degli autori, serva comunque ad innescare un dibattito risolutivo sul tema, che inchiodi governo e Vaticano alle loro evidenti responsabilità.

Vai alle puntate successive: 3 ottobre 2007, 25 ottobre 2007, 25 ottobre 2007 – seconda parte, 10 novembre 2007, 26 gennaio 2008.

__________________________

I conti della Chiesa: ecco quanto ci costa

L’otto per mille, le scuole, gli ospedali, gli insegnanti di religione e i grandi eventi. Ogni anno, dallo Stato, arrivano alle strutture ecclesiastiche circa 4 miliardi di euro

di CURZIO MALTESE
“Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati”. Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l’arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall’arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel “ventennio Ruini”, segretario dall’86 e presidente dal ’91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all’interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama “otto per mille”. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.


Dall’otto per mille, la voce più nota, parte l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il “prezzo della casta” è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all’anno. “Una mezza finanziaria” per “far mangiare il ceto politico”. “L’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno”.

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all’ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al “costo della Chiesa” la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione (“Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire”, nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per “aiuti di Stato”. L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime “non di mercato” dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il “costo della democrazia”, magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul “come” le gerarchie vaticane usano il danaro dell’otto per mille “per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa”. Una delle testimonianze migliori è il pamphlet “Chiesa padrona” di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo “L’altra faccia dell’otto per mille”, Beretta osserva: “Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici”. Continua: “Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?”. “E infatti – conclude l’autore – i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…”.

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di “Chiesa padrona”, rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al “dirigismo” e all’uso “ideologico” dell’otto per mille non è affatto nell’universo dei credenti. Non mancano naturalmente i “vescovi in pensione”, da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: “I vescovi non parlano più, aspettano l’input dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato”. Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte “il dirigismo”, “il centralismo” e “lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”. Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: “Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono”.

La Chiesa di vent’anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall’egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall’universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di “scoprire” l’antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l’impegno di don Italo Calabrò contro la ‘ndrangheta.
Dopo vent’anni di “cura Ruini” la Chiesa all’apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l’agenda dei media e influisce sull’intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent’anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell’illusoria equazione mediatica “visibilità uguale consenso”, come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d’inverarsi la terribile profezia lanciata trent’anni fa da un teologo progressista: “La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo”. Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

(28 settembre 2007)

Abbassare le tasse?… Si può!

Ai più informati non sarà difficile ricordare a quanto ammonta il gettito garantito alle casse della CEI dall’8 per mille dell’imposta sul reddito dei contribuenti… bravi! Circa un miliardo di euro all’anno.

Ma non tutti si saranno dati pena di andare a cercare informazioni su quanto annualmente ci costa il profumo dell’incenso…

“Al miliardo di euro dell’8 per mille dei contribuenti, va aggiunta ogni anno una cifra dello stesso ordine di grandezza sborsata dal solo Stato (senza contare regioni, province e comuni) nei modi più disparati: nel 2004, ad esempio, sono stati elargiti:

  • 478 milioni di euro per gli stipendi degli insegnanti di religione
  • 258 milioni per i finanziamenti alle scuole cattoliche
  • 44 milioni per le cinque università cattoliche
  • 25 milioni per la fornitura di servizi idrici alla Città del Vaticano
  • 20 milioni per l’Università Campus Biomedico dell’Opus Dei
  • 19 milioni per l’assunzione in ruolo degli insegnanti di religione
  • 18 milioni per i buoni scuola degli studenti delle scuole cattoliche
  • 9 milioni per il fondo di sicurezza sociale dei dipendenti vaticani e dei loro familiari
  • 9 milioni per la ristrutturazione di edifici religiosi
  • 8 milioni per gli stipendi dei cappellani militari
  • 7 milioni per il fondo di previdenza del clero
  • 5 milioni per l’Ospedale di Padre Pio a San Giovanni Rotondo
  • 2,5 milioni per il finanziamento degli oratori
  • 2 milioni per la costruzione di edifici culto, e così via.

Aggiungendo una buona fetta dl miliardo e mezzo di finanziamenti pubblici alla sanità, molta della quale è gestita da istituzioni cattoliche, si arriva facilmente a una cifra complessiva annua di almeno tre miliardi di euro. Ma non è finita perché a queste riuscite uscite vanno naturalmente aggiunte le mancate entrate per lo Stato dovute a esenzioni fiscali di ogni genere alla Chiesa, valutate attorno ad oltre 6 miliardi di euro.”

Il testo virgolettato è tratto da Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, 2007, pag. 165-167

Fra uscite e mancate entrate fanno 9 miliardi di euro, ovvero circa 18.000 miliardi delle vecchie lire, pari al 45% della manovra finanziaria del 2006, che ci costò 20 miliardi di euro. Senza la Chiesa e i suoi privilegi economici, lo Stato potrebbe dimezzare le tasse di tutti i suoi cittadini.

… e tutti i salmi finiscono in gloria!

___________________

I dati usati da Odifreddi per la “teoria delle oblazioni” sono reperibili in:

  • Secondo Rapporto sulla Laicità, in Critica Liberale, vol. XIII, nn. 123-124, gennaio febbraio 2006, pp. 31-33
  • Enti ecclesiastici: le cifre dell’evasione fiscale, Ares (Agenzia di Ricerca Economica e Sociale), Rapporto del 7 settembre 2006