SENATO DELLA REPUBBLICA
DISEGNO DI LEGGE
PRESENTATO DA
LUCIO MALAN
Modificazione all’articolo 29 della Costituzione in materia di matrimonio
Onorevoli Senatori ! – Quando l’Assemblea Costituente scrisse: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, nessuno immaginava che il matrimonio potesse essere qualcosa di diverso dall’unione tra un uomo e una donna. Oggi non è più così.
In diversi paesi dell’Unione Europea, infatti, si celebrano matrimoni fra persone dello stesso sesso, mentre in altri a queste coppie in quanto tali è consentita l’adozione di bambini (caso diverso è il consentirla alle singole persone).
In Italia vivono almeno ottocentomila mussulmani, la cui religione consente la poligamia, sia pure non secondo tutte le interpretazioni e a determinate condizioni. Si ha notizia che essa venga praticata nel nostro Paese, approfittando del fatto che molte donne immigrate non conoscono la nostra lingua, le nostre leggi e i loro diritti, oltre a trovarsi in una situazione di dipendenza. Si arriva a vere e proprie truffe, poiché mogli sposate nei paesi d’origine vengono chiamate per il ricongiungimento familiare e si trovano qui a condividere lo stesso marito con un’altra moglie di cui non sapevano nulla.
Non mancano coloro che vorrebbero introdurre anche in Italia il matrimonio fra le persone dello stesso sesso o la poligamia. L’attuale testo dell’articolo 29 della Carta fondamentale, nonostante la categoricità e la proprietà di termini con cui fu formulato, potrebbe così essere interpretato come non incompatibile con le citate innovazioni.
Vi è, infatti, chi rivendica la naturalità delle unioni omosessuali, citandone la vasta presenza nella storia umana ma anche nel mondo animale, che pertanto potrebbero essere intese anch’esse come “società naturale”. Quanto alla parola “matrimonio”, ormai non ha più quella univocità che la vorrebbe riferita solo a un uomo e una donna, come emerge anche nella concreta possibilità che una coppia di uomini o di donne, che abbiano contratto matrimonio in Spagna o nel Regno Unito, chiedano la trascrizione della loro unione in Italia.
Quanto poi alla poligamia, sarebbe facile sostenerne, in termini storico-sociologici, il carattere “naturale”. Essa sembrerebbe vietata dallo spirito del secondo comma dell’articolo 29: “Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Vero è che, ove si ammettesse il matrimonio fra due uomini o due donne, l’aggiunta di un terzo partner, qualunque ne fosse il sesso, non implicherebbe necessariamente la minore dignità di due membri di questa aggregazione rispetto ad un terzo. Peraltro, nella scorsa legislatura fu all’esame del Senato, tra i disegni di legge per regolamentare le unioni diverse dal matrimonio, la proposta di riconoscere per legge le convivenze di fatto multiple, con la possibilità per chi ne fa parte di porre termine al legame anche con una sola delle sue controparti, cosa che somiglia molto alla poligamia con possibilità di ripudio, ovviamente unilaterale, ed anzi potrebbe esserne un perfetto recepimento nella legge, pur nel rispetto teorico dell’eguaglianza morale tra i coniugi. I presentatori di quelle proposte ritenevano evidentemente la loro proposta compatibile con il vigente articolo 29 della Costituzione.
In realtà, nulla c’è da cambiare nelle idee e nei principi che ispirarono i Costituenti sessant’anni fa. Ciò che è cambiato è che non è più così scontato che per “famiglia” si intenda la società naturale dalla quale nascono, o possono nascere, i figli. Negli anni Quaranta era chiaro che il matrimonio era fra uomo e donna. Se mai ci fosse stato qualche dubbio, l’espressione “società naturale” era tale da dissiparlo. L’omosessualità non è certo nata dopo la Costituzione, eppure negli anni Quaranta una relazione omosessuale, anche se stabile, non era ritenuta comparabile con il matrimonio, né, generalmente veniva considerata “naturale”. Sarebbe facile dire, però, che all’epoca dell’Assemblea Costituente, e non solo, vi era un’atmosfera e una cultura che oggi si definirebbero “omofobiche”, nella quale quell’orientamento sessuale era diffusamente visto come una malattia, una depravazione, una cosa immonda e deprecabile. Ciò può avere fondamento, ma è pur vero che gli articoli 2 e 3 della Carta fondamentale della nostra Repubblica includono tutte le persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. E comunque, neppure in culture e epoche dove rapporti sessuali e anche affettivi tra persone dello stesso sesso erano vastamente accettati, nessuno ha mai ritenuto di equipararli giuridicamente all’unione di carattere matrimoniale.
È interessante osservare il caso della società e della cultura greco-ellenistica, sia perché ricca di elementi pertinenti alla nostra disamina, sia perché di quella cultura noi siamo in gran parte eredi. Nella Grecia classica e pre-classica non si può parlare di semplice tolleranza verso l’omosessualità poiché si arrivò a celebrare nei modi più evidenti e positivi legami tra uomini, e talora tra donne. L’amore di Achille per il cugino e compagno d’armi Patroclo, pur non esplicitato nella sua natura da Omero, era generalmente ritenuto non limitato ai sentimenti di una forte amicizia. La mitologia includeva racconti come quello di Ganimede, ragazzo bellissimo rapito da Zeus per farne il suo coppiere, ruolo che aveva implicazioni che andavano oltre l’enogastronomico, se causavano le scenate di gelosia della divina moglie del re dell’Olimpo. O quello di Tiresia il quale, quasi antesignano dell’odierna figura del “trans gender”, nelle sue vicende era stato sia uomo sia donna, sessualmente attivo in entrambe le, si fa per dire, vesti. Addirittura proverbiale è la passione della grande poetessa dell’isola di Lesbo, Saffo, per alcune sue nobili allieve, che pure continuavano ad essere inviate al celebre tiaso. La breve ma prodigiosa supremazia militare tebana nel quarto secolo a.C. guidata da Epaminonda e Pelopida aveva il suo reparto d’eccellenza, decisivo in più di una battaglia, il battaglione sacro, il cui elemento fondante era il legame omosessuale. Questo particolare “spirito di corpo” era peraltro stato teorizzato pochi anni prima da Platone nel Simposio dove fa dire a Fedro: “Se ci fosse egli modo che una città o un esercito fosse tutto fatto d’amati e d’amanti, non potrebbero menarsi meglio le lor faccende, imperocché e’ si terrebbero lungi da ogni disonestà, e gareggerebbero tra loro in onoratezza. E combattendo essi, stando accosto accosto uno all’altro, ancora che pochi, per dirvela, vincerebbero tutt’il mondo” (ci si avvale qui della ineguagliabile traduzione di Francesco Aracri). Nello stesso dialogo, Pausania spiega che vi è l’amore volgare, tipico degli “uomini dappoco” e quello celeste, e “quei che sono ispirati da siffatto amore, si rivolgono al maschio, invaghiti essi di chi naturalmente è più forte e di più valoroso intelletto”. Auspica solo un limite decoroso all’età, ma non a tutela dei minori, bensì degli adulti: “Starebbe proprio molto bene una legge che non si dovesse amare fanciulli (cioè impuberi), acciocché non si sciupi il tempo e il cuore per una cosa buia, non si sa dove si butteranno con l’anima e con il corpo, se al buono o al cattivo”. Ancora nel platonico Simposio, Aristofane propone una teoria bizzarra, quelle delle anime gemelle, originate da un solo individuo, quando Zeus tagliò a metà gli esseri di tre tipi che esistevano in precedenza: ermafroditi, o interamente femminili, o interamente maschili. Gli uomini e le donne nati dal primo gruppo sono eterosessuali “la più parte degli adulteri, e similmente le donne omaiuole e adultere”. Dai secondi derivano le “donne donnaiuole”. Infine vi sono gli uomini nati dal terzo tipo: “sono mascaiuoli; e in sino a tanto che son piccoli appunto perché e’ son taglio di maschio, son vaghi d’uomo, e a giacere e ad avviticchiarsi con uomini prendono diletto: questi son fanciulli e giovinetti i più bravi del mondo, perciò che hanno maschia natura” e “fanno quel che fanno… per ardire e maschiezza e fortezza… Prova è che, venendo a età perfetta, riescono” nella vita politica. Lo stesso Alessandro, discendente e ammiratore di Achille, allievo di Aristotele, il quale proveniva, come Platone, dalla cerchia di Socrate e anch’egli notoriamente propenso alla compagnia maschile, oltre che femminile, tenne in grandissimo conto il suo legame con Efestione (“l’unico che lo vinse” si diceva). I soldati di Cesare amavano ricordare che il loro comandante era “marito di tutte le donne, moglie di ogni uomo” e, per il suo legame con il re di quella terra, gli attribuirono lo scherzoso titolo di “regina di Bitinia”. L’imperatore Adriano celebrò il suo legame con il bell’Antinoo al punto che alle sue statue si rendeva omaggio come a quelle di una divinità e furono così numerose che il giovanetto fu il soggetto più raffigurato delle antichità, se si escludono dèi e semidei.
Ebbene, nonostante l’autorevolezza di questi personaggi, la notorietà del loro orientamento sessuale, la generale accettazione e, spesso esaltazione, dell’amore omosessuale, anche nell’ambito di legami duraturi e celebrati, nonostante il potere personale detenuto da alcuni di essi, non si ha notizia di alcun atto, di alcun proponimento, di alcuna teoria o auspicio volti a riconoscere a legami di carattere omosessuale un riconoscimento pubblico, men che meno paragonabile all’istituto matrimoniale (se non nei lazzi beffardi dei militari cesariani). Come si vede, questo mancato riconoscimento non ha nulla a che fare con atteggiamenti sessuofobici: anzi, semmai talora emergeva una certa “eterofobia” snobistica, evidente anche in alcuni dei brani citati. Pare evidente che la società di oggi sia infatti tuttora meno incline alla completa accettazione degli omosessuali rispetto a quanto avveniva in certe epoche. È sempre stato chiaro, invece, in ogni società, che il pubblico riconoscimento del matrimonio è determinato dal fatto che esso è considerato una istituzione di rilevanza sociale in quanto ritenuta la migliore, e comunque fortemente positiva, per la protezione, il sostentamento, e generalmente per l’educazione, dei figli che ne nascono. Di questo vi è anche la prova a contrariis: le società che danno rilievo scarso o nullo a legami (eterosessuali) stabili, matrimoniali o assimilabili al matrimonio, sono quelle dove si attribuisce la cura dei piccoli alla collettività o al clan, spesso matrilineare, come accade in alcune popolazioni che vivono di caccia e raccolta o in esperimenti di carattere comunista o collettivista. Lo stesso istituto del matrimonio è un concetto sociale e giuridico che la società sovrappone, per esigenze sue proprie, a un dato di fatto reale e, almeno virtualmente, preesistente: il legame tra un uomo e una donna.
Ove però si decidesse di riconoscere come matrimonio i legami di carattere omosessuale, diventerebbe davvero arduo non fare lo stesso con relazioni poligamiche o poliandriche o comunque composte di da più di due individui. Se, infatti, il legame sentimentale e sessuale è meritevole in quanto tale di riconoscimento statale, quale ragionamento può giustificare quello poligamico di minore dignità rispetto a quello omosessuale ?
Da tutto ciò mi pare si possano trarre alcune conclusioni:
- un riconoscimento di carattere matrimoniale o para-matrimoniale dei legami omosessuali è del tutto ingiustificato;
- non dare alle coppie omosessuali le stesse prerogative riservate a quelle eterosessuali non è una discriminazione, poiché il matrimonio civile non ha a che fare con il legame affettivo (tra gli obblighi previsti dal codice civile per i coniugi non c’è l’amore o l’affetto, né alcuno ha mai proposto di dare ufficialità ai legami di amicizia) e neppure con i rapporti sessuali, ma solo con la loro potenzialità generativa; la legge, infatti, tutela anche la prole generata senza rapporto sessuale (cioè con la fecondazione assistita) o, ovviamente, senza affetto; viceversa, il codice civile prevede obblighi di carattere sessuale, la fedeltà e il conseguente “dovere coniugale”, sempre in relazione alla riproduzione alla quale il matrimonio è legato; com’è ben noto, l’adulterio non è più reato, ma costituisce una violazione delle regole del matrimonio;
- il pieno rispetto della dignità e dell’uguaglianza delle persone a orientamento omosessuale è del tutto compatibile con la chiara limitazione del matrimonio alle coppie eterosessuali;
- la tutela costituzionale del matrimonio non esclude necessariamente il riconoscimento di taluni diritti o prerogative nei confronti di altri tipi di convivenze, anzi, potrebbe renderlo più facile in quanto sarebbe chiaro che non si tratta di equipararle, neppure in prospettiva, al matrimonio;
- la nostra cultura e la nostra tradizione, il nostro diritto che riconosce pari dignità ai coniugi, alle persone di entrambi i sessi e a tutti i cittadini in genere, sono incompatibili con la poligamia.
Da tutto questo deriva l’opportunità di confermare pienamente il concetto di famiglia espresso nell’articolo 29 della Costituzione, modificandone la lettera in modo da tutelarne il contenuto contro interpretazioni “dinamiche”, e sostanzialmente stravolgenti.
La nuova formulazione del primo comma di tale articolo prevede semplicemente di aggiungere al testo attuale la precisazione “tra un uomo e una donna”.
TESTO
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Articolo 1.
1. Il primo comma dell’articolo 29 della Costituzione è sostituito dal seguente:
“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.”

