Maccarrone, Andrea; Mastropaolo Stefano; Mondini, Egizia: Speciale Nuove famiglie, febbraio 2008


Pubblicato su AUT (Circolo Mario Mieli), nel numero di febbraio (non disponibile in rete).

La presente versione è priva delle correzioni finali e potrebbe risultare leggermente diversa da quella pubblicata. L’Autore del blog si scusa in anticipo con gli autori dell’articolo.

Si ringrazia la Redazione della testata per l’autorizzazione alla pubblicazione 

Speciale Nuove famiglie
Family Portrait

Vi abbiamo lasciato lo scorso mese con la prima parte dello speciale Nuove Famiglie dedicato a quelle coppie, gay e lesbiche, che hanno avuto dei figli, nonostante la totale mancanza di tutela e diritti nel nostro paese. Siamo entrati nelle case e nelle vite di questi uomini, donne, bambini che hanno dato vita a delle splendide famiglie. Attraverso di loro tutto ci è sembrato tutto più bello, vero, possibile. Il viaggio dentro queste nuove famiglie non si è ancora esaurito, perché crescono, prolificano, si moltiplicano. Questo mese abbiamo incontrato una mamma lesbica single, una coppia gay con una figlia, una scrittrice che ha descritto in modo delizioso questi rapporti in un libro. Non crediamo che l’argomento si sia esaurito così, ci sarebbe tanto ancora da dire e tante nuove famiglie ancora da incontrare, ma almeno pensiamo di aver lasciato qui una traccia indelebile di quanto essere genitori sia un diritto di tutti. Bentornati in famiglia.

 

 

Intervista a Benedetta, neo-mamma single

(A cura di Egizia Mondini e Stefano Mastropaolo)

Quando è nata la bambina?

La paperella (Benedetta chiamerà così la sua bimba per tutta l’intervista, ndr) è nata il 21 dicembre scorso, in un clinica

Da quanto nutrivi il desiderio di diventare madre?

Ho cominciato a pensare ad avere un figlio una decina di anni fa e poi quello che era solo un pensiero si è trasformato in un desiderio vero e proprio. Quello che mi ha tenuto ferma tanto tempo è stato in un certo senso un condizionamento sociale, cioè tutto quello che riguarda il sentirsi in colpa perché sapevo e so di essere “diversa”, di appartenere ad una comunità, e la paura era quella di dover far subire ad un altro essere umano che non sei tu questo confronto con la differenza. Elaborare questo ragionamento è stato lungo e travagliato. Un altro punto che mi ha frenato è stato che ho sempre pensato ad un figlio all’interno di un nucleo familiare quindi cercavo la stabilità di una compagna, ma ad ogni “rifiuto” delle compagne che ho avuto il progetto si arginava. La mia ultima compagna era favorevole all’idea, ma è finita la storia. Dopo che ho iniziato tutto il percorso per la gravidanza ho trovato una compagna, ma ormai è chiaro che la paperella è figlia di una mamma single.

Che percorso hai seguito dal punto di vista medico-sanitario? Hai vagliato tutte le varie possibilità o eri già orientata verso una determinata modalità?

Non ero orientata verso niente. Anni fa ho chiesto consiglio alla mia ginecologa. Lei mi ha incoraggiato a superare tutti miei dubbi, mi ha esortato a fregarmene di ciò che pensano gli altri. Questo è accaduto dieci anni fa quando l’eterologa non era ancora proibita qui da noi. Quando sono tornata da lei a legge già approvata mi ha comunque supportato e aiutato perché in quel momento non era la mia ginecologa, ma una persona che mi vuole bene e nessuno può togliere il diritto a nessuno di aiutare un’amica.

Raccontaci come è andata…

Ho cercato anche a Roma, ma niente: gli uomini italiani non mi hanno convinta! A parte gli scherzi, ho 42 anni e nonostante non abbia nessun problema di ovulazione sono comunque fuori tempo biologico, così ho dovuto cercare la metodologia che mi desse più probabilità. Ho escluso gli spagnoli perché a Barcellona nella clinica usano il fivet, ma non volevo troppa manipolazione. Se dovevo restare incinta doveva essere nel modo più naturale possibile. Ho dovuto escludere il Belgio perché sono stata in lista d’attesa mesi e mesi e ogni volta che chiamavo mi sentivo dire “Ci dispiace, i donatori sono troppo pochi e le richieste troppo alte”. Quindi è stata Londra.

Credi che a intasare la lista ci siano tutte le persone italiane che vorrebbero avere un figlio, ma a cui la legge lo impedisce?

Assolutamente. Considera che noi facciamo parte di una piccola comunità molto politicizzata, che si informa, che ha i suoi interessi da curare in qualche modo, ma al di là delle lesbiche o dei gay che vogliono i figli questi sono i problemi delle donne etero. La disperata richiesta di libertà e di autodeterminazione è assecondata in paesi come quelli del nord Europa che sono più avanti di noi e lì ci si rivolge. L’unica cosa che mi dispiace è che ci vuole una determinazione d’acciaio per fare tutto il percorso che ho fatto io. Mi fa molto piacere che mi intervistiate voi come tutti quelli che vogliono informare su questo argomento perché il passaparola fa vedere che è possibile, incoraggia e spinge a non arrendersi.

Tu in fondo hai fatto una cosa “semplicissima”, hai avuto una figlia, ma attorno al tuo gesto c’è molta curiosità, c’è una battaglia politica, c’è meraviglia. Non trovi che sia assurdo nel 2008 dover essere una sorta di paladina di un qualcosa che si fa dall’origine del mondo?

Mi sento quasi di combattere per un diritto reazionario. Io che sono una donna di sinistra extraparlamentare, mi trovo a difendere un diritto della destra che è proprio quella che spinge verso la famiglia e i figli. Altroché se trovo assurdo che ora ne stiamo parlando come se avessi fatto chissà che cosa di speciale (anche se mettere al mondo un esserino bello come la paperella è una cosa specialissima).

La scelta di avere un figlio con una persona del proprio sesso è da molti criticata e ritenuta eticamente negativa perché si imporrebbe al figlio l’assenza di una delle due figure genitoriali classiche. Stesso dicasi per la scelta di avere un figlio come donna single, con l’assenza totale della figura paterna. Cosa rispondi a queste critiche?

Parlando della mia generazione mi chiedo quanti di noi siano cresciuti davvero con due genitori presenti. Già rispondendo a questa domanda si esclude una fetta enorme di persone, io e i miei coetanei siamo stati cresciuti dalle nostre madri. Mio padre c’era, ma l’ho scoperto, l’ho percepito da grande, a crescermi è stata mia madre e fino agli anni ’70 è stato così, la famiglia la tirava su la madre. I papà che oggi vedi in giro con i bimbi sono naif, fanno tenerezza, si vede che stanno imparando, sono sempre un po’ impacciati, un po’ sciatti. Il fatto stesso che facciano tenerezza, che li si noti è segno che sono ancora mosche bianche. Quello che secondo me deve essere presente per la formazione di qualsiasi bambino è la presenza di tutti i generi, quindi l’uomo, la donna, le persone transessuali perché quello crea la vera ricchezza. “Purtroppo” io vivo in una comunità di tante donne dove siamo molto legate, siamo molto amiche, molto sorelle, lei ha un centinaio di zie che la vestono, la coccolano, la portano a spasso…

Tutto questo non ti fa pensare a quelle famiglie femminili di cui parlavamo prima con mamma, nonne/mamme, infinità di zie/mamme ecc. con la differenza che il tuo mondo non è legato da vincoli di sangue o parentele legali ?

Esattamente, la differenza secondo me potrei farla con qualche presenza maschile, ma anche nella mia famiglia ho due sorelle, quindi giusto il nonno, ma durante la gravidanza ho scoperto due amici maschi che sono diventati importantissimi e me li tengo stretti perché sicuramente possono rappresentare una differenza per lei.

Come ha reagito la tua famiglia? Ti hanno supportato, scoraggiato o osteggiato?

Io sono poco abituata a raccontare di me, quindi ho fatto tutto e dopo il terzo mese, quando la ginecologa mi ha assicurato che era tutto a posto, sono andata da mia madre e le ho detto che ero incinta. La sua espressione esterrefatta e scioccata era di assoluta gioia. A mio padre, che era negli Stati Uniti, ho mandato una mail alla quale ha risposto dopo due settimane per dirmi che la notizia lo aveva lasciato senza parole, che superato l’impatto iniziale era felicissimo, e così anche le mie sorelle.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato durante il tuo percorso dalla decisione fino alla nascita?

I primi tre mesi ho avuto una forte depressione. La mia ginecologa mi ha spiegato che era normale, che erano le variazioni ormonali che mi facevano alterare così l’umore; ho fatto fatica a superare quei mesi, ma per fortuna ho un carattere forte e mi sono buttata nel lavoro. Il confronto con le altre donne poi mi ha colpito moltissimo. Quando ho iniziato il corso pre-parto non ero preparata a vedere tutte quelle donne uguali con il brillante, giovani, sposate… non mi sembrava di essere a Roma. Non immaginavo di entrare in un covo femminista, ma mi aspettavo un almeno po’ di diversificazione!

Durante i primi tentativi di inseminazione hai permesso alle telecamere del programma “I viaggi di Nina” di seguirti durante il percorso. Pensi che la tua esperienza possa essere stata utile per smuovere coscienze e rendere più tangibile una realtà a molti sconosciuta?

Io ho scelto di usare del seme fresco e secondo la legge inglese quel tipo di procedura non è assistita, se invece avessi scelto il seme congelato avrei avuto l’assistenza medica, ma essendo io “vecchia” ho preferito il seme fresco così ho detto a Nina che volevo che si vedesse bene la vagina, la siringa che prendeva il seme dal contenitore del donatore – che mi è stato portato da un pony express in albergo – e me lo impiantavo. L’immagine era forte, ma quando devi comunicare una cosa del genere devi essere diretta e precisa, il programma era sì rivolto alle lesbiche, ma sono certa che moltissime donne etero hanno scoperto che al loro problema c’è una soluzione. Che poi il problema non è solo di ricevere, ma anche donare: sai quanti donatori ci sono che sono oramai costretti ad andare fuori per farlo? Nella mia lista un quarto di donatori erano italiani e a Londra è proibito pagare la donazione, quindi lo fanno solo per il desiderio di aiutare una persona che ha bisogno!

Secondo te, nonostante il contesto politico-mediatico non troppo favorevole, la società è pronta per queste nuove famiglie?

La società civile è molto più tollerante e aperta, ma forse dico questo perché io vivo a Roma, in un quartiere multi etnico, la mia visione è quindi sicuramente falsata. Il risultato del referendum sulla procreazione assistita ci deve far pensare, ci deve far capire, che forse non è pronta, quelli sono test importanti, il non andare a votare ha fatto capire quanto quel quesito non fosse considerato importante.

Quali sono, se ne hai, le paure più forti che hai riguardo a tua figlia? E come hai pensato di affrontare con lei, quando sarà più grande, il discorso della tua omosessualità?

Non lo so, è stravagante avere un figlio, tutto cambia così rapidamente, il tuo corpo, iniziare a ragionare per due, non lo so ancora. Si può dire che ancora non esiste come essere umano e già mi ha insegnato moltissimo. Ho scoperto di avere una disponibilità che non credevo di avere, e quando dormi due ore e quaranta a notte se non sei disponibile rischi di esplodere. Io non sono mai stata una innamorata dei bambini, per lei ho modificato il mio stile di vita, ho dovuto cambiare regime alimentare, poi lei arriva e tu dici “e adesso?”. Ma io la amo non la amo? Non pensavo che saremmo andate subito così d’accordo.

Conosci coppie gay o lesbiche che hanno figli?

La mia ginecologa mi ha detto che assiste una coppia di lesbiche che hanno avuto la bambina a Londra esattamente come me e la mamma naturale quando ha saputo di me gli ha chiesto di metterci in contatto così le bambine potranno crescere insieme. Staremo a vedere…

Che consigli daresti a un omosessuale che sta pensando di mettere su famiglia?

Che se è un desiderio reale, di informarsi e di farlo, di non farsi condizionare da niente e da nessuno.

Intervista a T. e G., coppia gay, insieme da 13 anni, genitori di una bambina avuta attraverso la surrogacy negli Stati Uniti

A cura di Andrea Maccarrone

Da quanto state insieme e come è formata la vostra famiglia?

G. Dal ’95, quasi 13 anni.

Dopo quanto avete sentito il desiderio di avere dei figli insieme?

G. Dal ’99, dopo quattro anni che stavamo assieme.

Come avete preso la decisione di avere un figlio assieme? È stata una scelta difficile?

T. Ci abbiamo pensato molto, abbiamo letto quello che trovavamo, ne abbiamo parlato con tanti amici, ci abbiamo veramente pensato moltissimo. La cosa è divenuta operativa nel 2004, quindi dopo 5 anni di riflessione sugli aspetti etici, economici, psicologici, legali.

La scelta di avere un figlio con una persona del proprio sesso è da molti criticata e ritenuta eticamente negativa perché si imporrebbe al figlio l’assenza di una delle due figure genitoriali classiche. Cosa rispondete a questa critica?

T. Gli studi mostrano in modo schiacciante che non è necessario che ci sia una coppia eterosessuale, penso che in Italia siamo molto ancorati a questa visione tradizionale non solo quanto riguarda l’omosessualità. Per esempio l’adozione da parte dei single è permessa in tutti gli altri 24 paesi dell’UE ma non in Italia, questo per dire che c’è il fantasma della coppia perfetta che non corrisponde alla realtà…

G. …e che non assicura una perfetta crescita psicofisica dei bimbi, è un mito, anzi, siamo entrambi insegnanti e abbiamo visto molti disastri provocati da coppie eterosessuali.

Come hanno reagito le vostre famiglie di origine, i vostri amici, parenti, etc alla vostra decisione? Vi hanno supportato, scoraggiato o osteggiato?

T. Le nostre famiglie sono state assolutamente entusiaste, siamo rimasti sorpresi perché ci aspettavamo comunque perplessità, problemi, anche se glielo abbiamo detto quando già L. era in arrivo. Superato il primo trimestre comunque erano contentissimi e sono stati enormemente di sostegno, almeno tutti quelli che non avevano problemi con la nostra omosessualità, perché ovviamente coloro che erano già in una posizione di rifiuto verso l’omosessualità hanno a maggior ragione rifiutato L. Gli amici sono stati quasi tutti molti contenti, molto calorosi; è anche vero che chi non è d’accordo non te lo viene dire.

Che percorso avete dovuto seguire dal punto di vista medico-sanitario? Avete vagliato tutte le varie possibilità o eravate già orientati verso una determinata modalità?

G. Inizialmente abbiamo pensato di chiederlo e di coinvolgere delle nostre amiche, per esempio amiche che desideravano far figli e che ce lo dicevano da tempo, però sono stati dei percorsi che sono falliti, non saprei neanche dire perché. A posteriori direi che probabilmente anche per noi l’idea di fare un bambino era all’interno di una relazione stabile, duale, tra due persone che hanno una relazione particolare come una storia d’amore, piuttosto che un’idea di famiglia allargata che sarebbe stata poi difficile da gestire.

T. Poi abbiamo vagliato la possibilità dell’adozione, che però è praticamente impossibile senza trasferirsi per 5 anni in paesi dove è possibile adottare come single, rinunciando per alcuni anni alla nostra vita sociale e lavorativa e questo non potevamo permettercelo e non sarebbe stato neanche giusto.

G. Quindi la scelta finale è caduta sulla possibilità della gestazione per altri, o surrogacy, che è attualmente legale in alcuni paesi come gli Stati Uniti o il Canada. Abbiamo scelto gli Stati Uniti: la possibilità di aver lì il supporto di persone che potevano starci vicino, consigliare, amici che vivono lì e che conoscono il sistema legale e il sistema medico.

T. Io vorrei aggiungere che per quanto riguarda la prima fase in cui cercavamo delle donne con cui dare inizio a un’idea di questo tipo, non ha funzionato ma è stato molto bello. Io ho dei ricordi molto belli di queste amiche che si sono anche molto generosamente offerte di aiutarci di condividere un’esperienza di genitorialità. Poi si capisce che non se la siano sentita perché è una cosa effettivamente molto difficile, però è stato un bel momento di amicizia. So che alcuni ci riescono ed è molto bello.

Nella scelta che avete poi seguito vi ha indirizzato l’esperienza di qualche amico, la lettura di testi, oppure la conoscenza attraverso altri canali?

T. L’abbiamo scoperto su internet, e poi la lettura di testi è servita magari a darci qualche dritta, abbiamo anche incontrato un’altra coppia che aveva fatto lo stesso percorso. Sul come agire ci è servito semplicemente conoscere l’agenzia con cui abbiamo lavorato che ha coordinato tutto l’insieme dei procedimenti medici, legali, etc.

È stato un percorso agevole, una volta intrapreso, oneroso, complesso?

T. Né agevole, né complesso, perché comunque c’è un’agenzia che si occupa di tutto.

G. Emotivamente ti coinvolge molto, devi prendere delle decisioni, ci sono speranze, ci sono incontri che fai con le persone che ti aiuteranno a fare questa cosa, soprattutto l’incontro con la donna che porterà il bambino è stato emotivamente molto forte e si è creata una relazione molto profonda.

T. Noi abbiamo voluto che fosse una cosa emotivamente significativa e fosse anche un modo per creare una relazione in particolare con la donna che ha portato a termine la gravidanza di L., che non è la madre biologica (ma lo è la donatrice anonima dell’ovulo fecondato, ndr). Con lei siamo ancora  in contatto, siamo amici e ci teniamo che lei sappia della vita di L., che si incontrino ogni tanto. C’è anche chi lo fa in modo oggettivo, senza quasi rapporto umano.

Quali sono state le maggiori difficoltà che avete incontrato nel vostro percorso dalla decisione fino alla nascita?

G. La scelta iniziale, farlo oppure no.

T. Perché ti chiedi se sia giusto, pagare una donna perché abbia una gravidanza. Certamente lei ci crede, tu ci credi, lei deve essere una donna senza problemi economici e che ha già avuto figli. Però comunque ti poni degli interrogativi molto seri.

G. Ci abbiamo messo cinque anni perché comunque noi avevamo preso contatto con l’agenzia già nel 2000 e siamo partiti nel 2004, perché nel percorso, anche parlando con altri,  ti chiedi se sia eticamente giusta la surrogacy, con o senza  GPA, se fare un figlio significa transizione economica, e poi anche quanto saremmo stati supportati in una scelta così particolare. Era una decisione in cui dovevamo sentirci davvero molto forti e pensare che stavamo facendo del bene, anche perché poi a L. la sua origine va spiegata e non può essere spiegata con dei dubbi. Noi dovevamo convincerci di tutto il bene possibile dell’operazione, non auto-illuderci, ma proprio convincerci sviscerando tutte le diverse controversie che ci sono in operazioni di questo tipo e risolverle per il meglio, proprio perché a L. va spiegato che la sua nascita è una cosa positiva che non ha né ombre né macchie né dubbi, che non è eticamente sbagliata. Quindi, risolte in positivo queste perplessità che avevamo, siamo partiti. E una volta deciso questo, tutto è stato veramente meraviglioso.

T. Ci sono tante altre cose di cui abbiamo parlato: dal chi dovesse essere il padre biologico, cosa fare in caso di disabilità presunta del feto, sono tantissime questioni che sei costretto ad affrontare, tutte cose che vengono dopo.

G. E si spera che affronti qualsiasi genitore, al di là del discorso biologico. Un genitore non ci pensa mai a queste eventualità poco piacevoli, ma noi siamo stati costretti a pensarci perché c’è una questione legale: se muore uno dei due o se succede qualcosa a tutti e due? Se il bambino è malformato? Chi è il tutore? Tutte cose alle quali noi abbiamo pensato.

Come è cambiata la vostra vita con questa figlia?

G. Meno espansione sociale e anche molto più intensa sotto certi aspetti. Non c’è tempo per l’ozio ma è anche vero che non ci si annoia mai. Con un figlio escono delle energie che non pensavo di avere.

T. Lei ti dà un sacco ti carica, ti trasmette veramente la sua voglia di vivere, è un‘esperienza forte anche come gay. Per me è emozionante, tanto quanto avere lei, l’idea di poter essere nonno, l’idea che attraverso L. abbiamo dato inizio a qualche cosa che poi andrà per conto suo e farà quello che vuole.

Come vi comportate nel contesto sociale? A scuola, sul luogo di lavoro? Ci sono state curiosità o reazioni particolari da parte di colleghi o amici?

T. Anche qui è stato tutto molto naturale. Abbiamo avuto tante reazioni positive, regali da parte di colleghi, molte visite; sia alla ASL che al nido reazioni molto positive e allegre del personale.

G. La dottoressa della ASL ha detto “che fortuna questa bambina che ha due papà”.

T. Per esempio parlano tutti tranquillamente di due papà. Da quel che sento dire la situazione diventa più problematica alle medie, soprattutto alle medie inferiori, però non siamo molto preoccupati, perché indubbiamente qualche cosa da affrontare ci sarà, ma, in quanto insegnanti, sappiamo che poi i problemi coi ragazzini quando poi li affronti davvero non sono una sorta di condanna. Dipende dal modo in cui il bambino riceve sostegno a casa e da come gli si insegna a socializzare la sua differenza.

G. Poi abbiamo il conforto delle mamme prima di noi delle Famiglie Arcobaleno che anno figli ormai di diversi anni e hanno esperienze quasi sempre positive. Ci hanno dimostrato che il segreto è “massima chiarezza con tutti”. Quando tu fai un figlio scordati di poter nascondere la tua omosessualità e la composizione della tua famiglia perché non lo puoi fare con il bambino. Con il bambino la legge è la chiarezza: i genitori sono tutti e due anche a costo di scandalizzare l’ascoltatore, però il bambino ha bisogno di essere rafforzato non per ideologia ma  perché questa è la sua realtà.

Quindi L. chiama papà entrambi?

G. Noi abbiamo deciso così, potrà cambiare in futuro, sarà lei a decidere.

Secondo voi, nonostante il contesto politico-mediatico non troppo favorevole, la società è pronta per queste nuove famiglie?

G. Secondo noi sì. Anche se la sensazione è che noi adesso stiamo vivendo una reazione positiva che deriva anche dal fatto che siamo ancora delle belle eccezioni. A lungo andare si nasceranno dibattiti e si formerà un’opinione e delle reazioni contrarie. Un po’ come è stato con l’omosessualità o l’immigrazione.

Non so se avete sentito le reazioni di un Volontè all’inchiesta su Panorama, simile alla nostra?

G. Infatti la paura è proprio di queste reazioni irrazionali. Forse le Famiglie Arcobaleno devono cominciare a pensare una strategia mediatica perché se cominciamo ad andare sui giornali possiamo alimentare reazioni sconsiderate. Volontè un po’ mi ha scosso, perché credo che la società civile sia pronta, ora in questo momento, ma non vorrei che qualcuno faccia propaganda demagogica e ci faccia terreno bruciato intorno.

T. . È chiaro che la frontiera della genitorialità omosessuale sono le coppie lesbiche, perché è più semplice, più economico e perché sono delle mamme. Sono loro il ponte attraverso il quale poi auspicabilmente passano le adozioni. Ma finché non passa una legge sulle adozioni per moltissime coppie, sia gay che lesbiche, non ci molte altre strade.

Vi sentite feriti dagli attacchi che arrivano al mondo omosessuale da parte di gran parte del mondo politico e cattolico, e dalla mancanza di un riconoscimento a livello di diritti?

G. Non è la parola esatta feriti, noi ci sentiamo incazzati.

T. Io non mi sento ferito dagli attacchi ma dalla timidezza della difesa da parte della sinistra.

G. Io mi aspettavo di più da questo governo. Noi eravamo negli Stati Uniti quando è nata L., proprio nel 2006, e siamo tornati in Italia con le speranze forse amplificate dalla nostra situazione individuale. Speravamo di più, speravamo  qualcosa. E‘ stato invece un disastro totale: non solo i Dico, ma anche la legge contro l’omofobia. Tra l’altro questo non è comprensibile da nessuno in Italia. Saremo noi che ci siamo chiusi in un ghetto ideologico ma mi sembra che il mondo vada in un’altra direzione. Anche la vicina con la quale non abbiamo grandi rapporti, ci ferma per le scale dicendo “siamo d’accordo con voi, andate avanti…”.

T. Anche mia zia, che non mi parla da anni e non ha voluto vedere G., pare che vada in giro con una foto di L. da mostrare.

Come avete pensato di cautelarvi, come coppia e come famiglia, dal punto di vista legale vista la vacatio che c’è in materia nel nostro paese?

G. Abbiamo fatto testamento. L’unica cosa che possiamo fare in Italia è che il padre biologico, o la madre biologica, fa testamento in cui designa l’altro come tutore. Nella vita dei Tribunali dei Minori si è verificato raramente che le ultime volontà del defunto non siano state rispettate, specie sull’indicazione del tutore, soprattutto quando c’è un chiaro rapporto che va dalla nascita, un rapporto consolidato per cui l’opposizione all’assegnazione sarebbe semplicemente ideologica, per omofobia.

T. Ovviamente rimangono altri campi in cui restiamo scoperti, per esempio la malattia improvvisa e la possibilità di visita in ospedale. Alcune di quelle cose che dovrebbero essere previste dalle leggi sulle coppie ma che lasciano scoperti proprio i figli, che è una cosa veramente vile. La proposta di legge dei Dico, tanto osteggiata dai cattolici, ha la caratteristica di lasciare scoperti i figli che poverini, anche dal punto di vista cattolico, sono innocenti. C’è tanta paura di creare qualcosa di simile alla famiglia che vengono tralasciati i diritti dei figli.

G. Ieri parlavamo per esempio del discorso sulla responsabilità: spesso è proprio bello condividere le responsabilità con la persona che ti sta vicino. Il genitore biologico spesso ha bisogno di appoggio e anche di scaricare responsabilità, condividere difficoltà, scelte…

T. E anche dei doveri del genitore non biologico, perché il bambino ha il diritto ad avere i genitori che lo accudiscano. Non è che se quello biologico muore l’altro può considerarsi scaricato di qualsiasi responsabilità.

G. Parliamo non soltanto di diritti ma anche soprattutto di tutelare i rapporti nella relazione. Qui ci tuteliamo da soli attraverso la buona volontà.

T. C’è una delega che abbiamo fatto che finora non abbiamo mai usato in caso di necessità al pronto soccorso o in asilo. Ma fin’ora non l’abbiamo mai utilizzata perché le maestre dell’asilo ci conoscono e ci hanno detto che non ce n’è bisogno.

Quali sono le paure più forti che avete riguardo a questa figlia nata e cresciuta in una relazione omosessuale?

G. Io dei figli ho sempre paura della famosa adolescenza. I figli di solito se la prendono coi genitori in quella età, e lei avrà degli ottimi strumenti e potrà veramente ferirci se vorrà.

Vostra figlia come vi sembra si relazioni al vostro rapporto di coppia?

T. Bene, un rapporto molto bilanciato. Poi è molto sorniona quando ci sono gesti di affetto, rari e spartani. Fa molto ridere come ci guarda e, se viene coinvolta in abbracci e coccole, è molto contenta.

Come pensate di affrontare problematiche relative al suo confronto con famiglie eterosessuali di eventuali suoi compagni?

G. La chiarezza credo che sia la base. Dipenderà anche dall’età: se lei ci chiederà di essere discreti a un certo punto della sua vita io cercherei anche di capire quali sono le sue motivazioni, se di vergogna o per affrontare le cose in maniera graduale con le persone che sono importanti per lei.

T. Certamente solleciteremo le scuole a creare ambienti ricettivi rispetto alle necessità di L., anche a fare attenzione a non far passare il messaggio che esiste un solo tipo di famiglia.

G. Le mamme di Milano hanno fatto un gran lavoro e hanno avuto anche delle belle risposte: maestre che per esempio se c’è da fare “un taglia e incolla” sulla famiglia pensano di poter dare più figure maschili e femminili e poi i bambini decidono come giostrarle… Bisogna andare a parlare e non perché le persone siano cattive, ma perché sono ignoranti, perché non si rendono conto degli errori banali che si possono fare.

T. Oppure per correttezza li trattano esattamente come tutti gli altri: “per me lei è una bambina come tutti gli altri”. Non è così, bisogna adottare delle strategie in più, non si può semplicemente rimuovere il problema. Tra l’altro Famiglie Arcobaleno ha un gruppo di persone che si occupa proprio di suggerire iniziative nella scuola. Per quanto riguarda il suo rapporto con altri ragazzi per me è molto importante Famiglie Arcobaleno come occasione di socializzazione, nel senso che ci si incontra e lei per qualche giorno, per qualche ora, gioca con tanti altri bambini che sono di famiglie omosessuali , quindi capisce che non è sola: quello è molto importante.

G. La cultura dell’associazionismo è una grande risorsa. Per noi in maniera particolare perché questi bambini stanno crescendo assieme, a Roma ci sono tre dell’età di L. , un altro appena nato e poi nasceranno delle gemelle. Diventiamo delle persone che si sentono, si scambiano esperienze, e in più loro si vedono, giocano e crescono assieme e si racconteranno se all’asilo avranno esperienza di altri bambini che gli diranno “avere due mamme o due papà è sbagliato” lei potrà dire “io ne conosco altri, siamo tutti felici” . Penso che sia molto importante che si frequentino tra di loro.

T. Tra l’altro negli Stati Uniti esiste già un’associazione di figli di omosessuali.

Quanto è difficile e pieno di ostacoli il cammino di chi fa una scelta come la vostra in Italia?

G. Rispetto alla difficoltà della surrogacy, fin ora tutto è andato abbastanza liscio. Per tutti la difficoltà è sicuramente di dover andare all’estero per dover realizzare questo obiettivo. Questo vale per tutti anche per le donne che sono andate fuori per la fecondazione assistita esterna (fivet). Ma una volta che i bambini arrivano, al di là dell’esterno e al di là di questo discorso legale, è una ricchezza vedere come anche le altre famiglie stanno affrontando le stesse cose.

T. Io penso sempre, quando si parla di questa questione della genitorialità omosessuale, ai figli delle coppie multirazziali o multietniche dell’America degli anni ’50. La realtà e che poi il fatto che tu abbia compiuto una scelta del genere ti porta ad adottare tutta una serie di strategie che ti permettono di renderla vivibile. Forse se diventasse una cosa di massa verrebbe fatta anche da gay e lesbiche più alla leggera.

Che consigli dareste a chi sta pensando di mettere su famiglia all’interno di una coppia omosessuale?

G. Noi abbiamo aspettato fin troppo, quindi consiglieremmo: meno paure e una punta di maggiore leggerezza. Frequentare persone che lo hanno fatto, scambiare e raccogliere esperienza da chi ha già affrontato questa esperienza. Uscire dall’astrazione e vedere le cose come sono.

T. Altre coppie che hanno deciso di farlo dopo di noi si sono sbloccate conoscendoci. Sul piano dei consigli, per quanto riguarda in particolare la GPA o la surrogacy, bisogna fare più ricerca. Quello che mi preoccupa che ogni tanto sento qualcuno che vuole fare la surrogacy come se si trattasse soltanto di una transazione economica. Ovviamente questo vale anche per il matrimonio eterosessuale: c’è chi si sposa per amore, chi si sposa per interesse. Questa è una cosa che va fatta per amore.

Nel complesso vostro figlia vi sembra felice e serena?

G. e T. Sì (verificato dall’intervistatore, ndr).

Intervista a Cristiana Alicata, autrice di “Quattro”, un libro protagonista del quale è una famiglia formata da due mamme e due figli

A cura di Egizia Mondini

Per la storia di “Quattro” hai scritto di aver tratto ispirazione da una donna che desiderava avere un figlio. Questa donna nella realtà esiste e ancora non ha avuto il figlio in questione. Come hai creato quindi tutto il contesto familiare realistico in cui si sviluppa il tuo libro?

Si chiama fantasia (sorriso). Credo di avere letteralmente buttato la mia proiezione di famiglia in questo libro. Le domande che mi sarei fatta come genitore, le reazioni che avrei avuto come figlia. Ho preso il mio mondo intorno e ho immaginato come avrebbe reagito. Molti amici sono rimasti turbati nel vedersi descritti tra dieci, quindici anni.

Conosci coppie gay o lesbiche che hanno avuto e cresciuto figli? Hai intervistato o approfondito l’argomento prima di scrivere il libro?

No, non conoscevo nessuno all’epoca. Ero in Svizzera, in un contesto scientifico, da studente. Credo che a Baden, il paesino dove abitavo, non ci fosse nemmeno un locale gay-friendly. Sai, alcune mamme di Famiglie Arcobaleno hanno contestato alcuni passaggi del libro. Però io rivendico il realismo applicato alla realtà in cui vivo, staccato da posizioni ideologiche che il “gruppo” organizzato tende a crearsi intorno. Francesca e Martina erano due donne alle prese con il loro desiderio di maternità, lontane dalla comunità glbt, che all’epoca era qualcosa di lontano anche da me. Dico: se avessi avuto un figlio a 24 anni sarei stata una madre così. Ora che conosco più cose di me stessa, del mondo glbt, forse sarei una madre con meno paure. Ma non pensiamo che le paure di Francesca e Martina siano irreali o impossibili. Non è così.

Che riscontri hai avuto in seguito al tuo libro? Hai mai pensato di farne una fiction? Potrebbe essere un progetto interessante…

I riscontri sono stati positivi. Anche da tante coppie di genitori omosessuali che sono venute sul mio blog. La cosa più bella è la commozione delle persone eterosessuali, il fatto che dopo avere letto il libro trovano tutto questo possibile. Quattro ha la capacità, con qualcuno, di trasformare una paura, un dubbio, in una realtà possibile, una realtà fatta anche di sofferenza, di dolore, di casini, ma una realtà. Un famiglia, insomma, che può esistere. Un fiction? Sarebbe bellissimo, secondo alcuni è più simile ad una sceneggiatura che ad un romanzo. Molti lettori ci hanno trovato qualcosa di Ozpetek, ma forse solo perché come nei film di Ozpetek esiste, in “Quattro”, la coralità della comunità intorno alla coppia omosessuale, che ricrea un nuovo tipo di famiglia allargata, fatta di relazioni amicali. L’ho anche chiamato, per chiedergli di leggerlo, ma secondo lui la regista di un libro così deve essere una donna. Mi aiuti a cercarla?

La scelta di avere un figlio con una persona del proprio sesso è da molti criticata e ritenuta eticamente negativa perché si imporrebbe al figlio l’assenza di una delle due figure genitoriali classiche. Cosa pensi in proposito?

Cosa devo pensare. Per prima cosa ritengo che se la procreazione è indubbiamente un esercizio tra femminile e maschile, la genitorialità, nella coppia, non sia affatto il frutto di un mix di maschile e femminile. Anzi. La genitorialità è per prima cosa affettività, è alternanza di punti di vista, è un terzo equilibrio che si infila in un equilibrio che sceglie di confrontarsi al di fuori del dialogo esistenziale tra due persone. E’ presenza intorno alla vita del nuovo nato. Tante famiglie etero non sono affatto equilibrate, anche se rispettano il maschile e femminile fisiologico. E poi il maschile e femminile di cui parliamo sempre è qualcosa di solamente culturale. Quando esisterà davvero la parità di genere, vedrai che molti dogmi cadranno da soli e persino la nostra battaglia contro l’omofobia non avrà più senso di esistere, visto che l’omofobia stessa è basata sui ruoli da rispettare. Ruoli che poi non esisteranno più. Non significa certo umiliare la femminilità o la mascolinità. Significa semplicemente riconoscere che due categorie che descrivano l’umanità sono troppo poche. Ognuno di noi fa storia a se. Se seguiamo questo ragionamento, così naturale, ecco qui che la genitorialità risulta cosa molto staccata dalla procreazione. 

In “Quattro” i figli cresciuti nella coppia lesbica sono sani e sereni, con le proprie specificità e particolarità, proprio come tutti i figli cresciuti in una coppia solida e positiva. Hai dato sfogo a un tuo desiderio o ti sei basata anche su esempio concreti?

E’ strano, ma malgrado tutto ho pensato a me come figlia e come madre. In Francesca ed Andrea c’è tantissimo di me. Persino in Chiara c’è qualcosa di me, la parte più nascosta, direi, quella più fragile. Invece Martina è altro da me, proprio non sono così. Martina è il ritratto adulto della mia compagna.

Nonostante il contesto politico-mediatico non troppo favorevole, la società è pronta secondo te per queste nuove famiglie?

Secondo me sì. E’ chiaro che una famiglia omogenitoriale debba fare uno sforzo in più di apertura per il bene dei figli. Aprire le porte di casa propria, distruggere i pregiudizi, essere molto presenti soprattutto nei primi anni del bambino/a. La cosiddetta gente è molto meno cattiva di quello che pensiamo, va solo accompagnata a decomporre il pregiudizio, che si basa sull’ignoranza, intesa come non conoscenza. Chi conosce non ha paura. Le prime famiglie omogenitoriali devono compiere questo passo in più di diffusione.

Ti senti ferita dagli attacchi che arrivano al mondo omosessuale da parte di gran parte del mondo politico e cattolico e dalla mancanza di un riconoscimento a livello di diritti per queste nuove famiglie? Credi che i figli di queste nuove famiglie risentiranno alla lunga di questa ostilità?

Mi sento ferita, ma anche, come sai, tutto questo mi ha convinto a combattere in prima persona. Non mi feriscono gli attacchi. Mi ferisce il silenzio di chi dice di essere dalla parte nostra. La sinistra, il Partito Democratico, per primo, ha molto deluso in questi mesi la comunità glbt. Nello stesso tempo è necessario che la comunità glbt la smetta di litigare, si unisca, come avviene all’estero, mostri nella sua varietà la sua forza e si muova politicamente con una voce sola. La mancanza di diritti per le famiglie omosessuali, per assurdo, è meno dannosa per le coppie stesse, quanto più per gli adolescenti e gli anziani soli. Perché il dibattito intorno alla questione del riconoscimento, il cui nodo è la visibilità, ha scatenato la violenza contro i componenti più fragili della nostra comunità. Gli stessi che non hanno i mezzi per difendersi, non solo dalla violenza, ma anche dalla vergogna e l’imbarazzo che provano, non essendo ancora in grado di capire che l’omosessualità come la transessualità, non sono malattie, come magari il mondo tutto intorno, vedi la Binetti, gli dice. I figli ne risentiranno nel caso in cui si trovino in mezzo a situazioni di carenza legislativa: la morte del genitore biologico, rivendicazioni dei nonni, separazioni non consensuali.

Quanto è difficile e pieno di ostacoli il cammino di chi sceglie di avere un figlio all’interno di una coppia gay in Italia?

Tormentato, sì. Difficile, sì. Perché non sono scelte che vengono fatte con leggerezza, non per insicurezza all’interno della coppia, ma per la reazione del mondo circostante.

Secondo te una coppia di gay o lesbiche che vogliano avere un figlio che dovrebbero fare per cautelarsi vista la totale assenza di diritti e garanzie?

Questa è una domanda difficilissima. Dovresti farla ad un avvocato. Quello che ti posso dire è che con questo vuoto legislativo bisogna lavorare sulla stabilità della coppia molto più che nelle altre famiglie, si devono coinvolgere i nonni biologici e non, gli amici. Insomma creare intorno alla famiglia un grande ammortizzatore sociale e corale che possa contenere qualsiasi eventualità negativa. Poi lo sai che ti dico? Forse non è nemmeno giusto che una coppia omogenitoriale sia costretta a farsi tutti questi problemi per avere un figlio quando un bimbo su due che nasce è magari nato per caso o comunque non pianificato.