Felicetti, Gian Mario: Intervista Giovanni Patelli, 3 marzo 2008


Pubblicato dal blog Famiglia Fantasma, il 3 marzo 2008

Dopo una serie di riflessioni personali, Famiglia Fantasma torna a parlare di Terapie Riparative, egodistonie ed omofobia, questa volta avvalendosi della competenza di un professionista.

Giovanni Patelli è psicologo e psicoterapeuta comportamentale e cognitivo. Lo ringrazio per avermi dato la possibilità di rivolgergli le seguenti domande e di pubblicare queste risposte interessanti, semplici e allo steso tempo molto formative.

Cosa è la “sessualità ego distonica”? Ci può aiutare a capire questa teoria psicologica?

La categoria “omosessualità ego distonica” è stata cancellata dal DSM-IV-TR (American Psychiatric Association) ben 20 anni fa.
Oggi troviamo la dicitura Disturbo Sessuale Non Altrimenti Specificato (302.9) «Persistente e intenso disagio riguardo all’orientamento sessuale» che fa riferimento alla sofferenza che una persona, sia essa omosessuale o eterosessuale, sperimenta nei confronti della propria sessualità.
Anche l’ICD-X (World Health Organization), dopo avere ribadito che l’orientamento sessuale di per sè non è da considerare una malattia, indica alla voce “Orientamento Sessuale Egodistonico” (F66.1) le situazioni di disagio psicologico legate all’orientamento sessuale in persone che non hanno dubbio circa l’essere omosessuali o eterosessuali. E’ il caso di un individuo omosessuale che non mette in dubbio il suo orientamento sessuale ma desidera cambiarlo mediante la terapia. Questo perché, possibilmente, nel corso della sua esistenza ha appreso che l’omosessualità è , ad esempio , sinonimo di devianza o disturbo psichico, e quindi dice “Sono gay, devo curarmi”.
Quindi per quanto riguarda persone omosessuali le difficoltà, solitamente, sono da ricercare nella incapacità di conciliare il proprio orientamento sessuale con il sistema di valori e credenze culturali relative all’ambiente di vita familiare e sociale della persona.
In altre parole, individui particolarmente vulnerabili, con un basso senso di autoefficacia e con scarse abilità di competenza sociale (caratteristiche che nulla hanno a che fare con l’orientamento sessuale), possono avere difficoltà a trovare strategie di coping utili a trovare soluzioni, sia cognitive che emozionali che comportamentali, per poter fronteggiare informazioni distorte sulla omosessualità, false credenze e paure irrazionali, conseguenze spesso di un clima omofobico presente nella nostra società.

Le è mai capitato di avere pazienti omosessuali che volevano “diventare” etero? Lei come si è comportato? In base a quali criteri deontologici?

Nella mia esperienza non ho mai ricevuto richieste in questa direzione mentre ho incontrato persone che chiedevano di fare chiarezza sul loro orientamento, spesso confuso, non per quanto riguarda le proprie emozioni e sentimenti, ma fortemente compromesso dalla paura di non riuscire a trovare una modalità adeguata, nella famiglia, nel gruppo di amici o in ambito lavorativo e sociale più ampio, per far fronte alle difficoltà che l’atteggiamento omofobico inevitabilmente presenta.
Oggi si parla anche di Omofobia Interiorizzata che è la paura che le persone omosessuali stesse hanno sviluppato esposte a condizionamenti negativi familiari e sociali circa la omosessualità con conseguenze sulla propria autostima e sullo stile di vita.
Se la richiesta è di modificare il proprio orientamento sessuale credo che il compito del terapeuta sia quello di non assecondare tale domanda – a oggi non mi risulta che esistano studi che provino l’efficacia di trattamenti in questa direzione – ma di stimolare, attraverso un lavoro di psicoeducazione e uno più mirato di psicoterapia, l’acquisizione di un sistema di pensieri più adattivo e rispettoso del Sé e che valorizzi la persona al di là del suo orientamento sessuale o meglio ancora “con il suo orientamento sessuale”.
I criteri deontologici sono ben espressi nell’articolo 4 del Codice Deontologico degli Psicologi, che recita: «Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità.
Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. »

Le è mai capitato un paziente eterosessuale che voleva diventare omosessuale? Se le capitasse, come si comporterebbe? Come per il caso precedente o in modo differente?

Non mi è mai capitato, ma sottolineando ancora una volta che non si diventa omosessuali né eterosessuali attraverso una psicoterapia, mi comporterei nello stesso modo. Anche se “l’eterofobia” non ha ancora una diffusione e una portata tale da causare i problemi, che invece già conosciamo, determinati dalla omofobia.

Uno psicologo può / deve /non deve tenere conto dell’omofobia quando cura una persona sui temi della sessualità?
Il terapeuta non può non tenere conto di un fenomeno e di un condizionamento sociale così importante e ampio che gli studi individuano come una delle ragioni principali del disagio legato all’orientamento omosessuale. L’omofobia e l’omofobia interiorizzata sono solo l’aspetto più evidente e immediato di un modo di pensare che nel corso dei secoli ha considerato l’omosessualità come un fenomeno teologico-morale (un peccato), un fenomeno medico psicologico (una malattia mentale), un problema legale (un crimine) (A.Montano, 2000).
Se si prescinde da questo credo che manchino poi delle informazioni necessarie per comprendere da dove nasca il disagio e la paura legati al proprio orientamento sessuale

L’omofobia è riconosciuta come malattia o quanto meno come una forma di disagio personale o sociale? Se sì, andrebbe curata?
Quando si parla omofobia non si fa riferimento a una fobia vera e propria in senso clinico ma a una avversione nei confronti delle persone omosessuali che si manifesta in una negazione e stigmatizzazione della omosessualità.
Si tratta di un fenomeno sociale che trova i suoi riferimenti nelle ideologie della intolleranza, in pregiudizi e idee irrazionali, non molto diverse da quelle contro altre minoranze.

La dottrina cattolica definisce gli omosessuali come malati. La medicina li considera sani. Come può risolversi questa contraddizione in un medico o in una associazione medica che si definisce Cattolica o Cristiana? Può la società civile agire attraverso azioni di protesta e sensibilizzazione delle istituzioni e dell’opinione pubblica?
Non ho una soluzione a questo importante e delicato problema ma da una parte la questione corrente indica che c’è ancora molto da fare per costruire una società più capace di comprendere le differenze e di farle diventare parte di sé, dall’altra la discriminazione e lo stigma non mi pare che abbiano portato mai effetti benefici per la evoluzione della razza umana.
Penso che, al di là della mia posizione personale, che non prevede la conciliazione di credenze religiose con pratiche cliniche, nel trattamento del disagio psichico e della sofferenza, sia essa di un omosessuale che di un eterosessuale, sia più vantaggioso e utile tenere conto di evidenze scientifiche invece che di indicazioni dottrinali.