Archivi categoria: PRIDE!

Worldpride 2000 – Europride 2011

11 anni che sembrano un’eternità.

Roma, anno 2000. Il Giubileo.
Con le sue infinite celebrazioni (mancava poco facessero il giubileo degli allevatori delle bufale del casertano) che fronteggia il Roma World Pride (o Worldpride) di cui si discute in Parlamento (ricordate il “purtroppo c’è la costituzione” di Giuliano Amato?). Un battage durato mesi e mesi, con veri e propri colpi di scena (patrocini e soldi prima promessi e poi ritirati, privati che arrivano in soccorso, ecc.). Insomma un grande evento che segna la storia (da quel momento nasce Interpride, che assegna periodicamente il worldpride), ma che non cambia l’Italia. Nella quale 11 anni sembrano non essere passati.
Considerando che è un evento di 10 anni fa (in cui internet era quel che era e non c’erano i social network), su google ricorre 31,2 milioni di volte, con 3,2 milioni di immagini (se eliminiamo tutto quello che appare su facebook, ricorre 8,2 milioni di volte, con 0,8 milioni di immagini).
Quell’esperienza memorabile, aprì una fase di rottura a Roma, che tutt’ora perdura e che comportò l’uscita di Imma Battaglia (demiurgo di quella esperienza) dal Circolo Mario Mieli. Una frattura che fu anche personale fra lei e me e che richiese anni ed anni per essere ricomposta. Con la differenza che io ero e sono nessuno, mentre lei è una donna di grande talento imprenditoriale, capace di grandi visioni (virtù che pochi hanno). Certo, ha un discreto caratterino, ma per chi come me è abituato a lavorare con donne piuttosto irascibili, è un problema superabile. In sostanza a tanti anni di distanza posso dire serenamente che all’epoca sbagliai a sostenere chi attaccava Imma (chi ricorda, sa che era proprio Rossana Praitano la capofila della “fronda”), pur mantenendo ferme le critiche al movimento che non seppe cogliere l’importanza ed il valore dell’immensa visibilità che all’epoca si ebbe (se non per transitare piacevolmente in parlamento…, per la gioia di pochi).

Roma, anno 2011. Europride
Ricorre su google 18,1 milioni di volte, con 1,5 milioni di immagini (depurando facebook 11,1 milioni di volte con 0,76 milioni di immagini). Certo devono passare 10 anni per poterlo paragonare al worldpride del 2000. Ma possiamo fare i primi bilanci. Schiacciato fra elezioni amministrative, ballottaggi e referendum, l’Europride è emerso, comunque a fatica, solo per la notizia della presenza di Lady Gaga (infatti se si depura l’ “effetto gaga”, le occorrenze scendono drammaticamente a 0,68 milioni e le immagini a 0,05 milioni). Dal punto di vista complessivo, dunque, nonostante spunti interessanti (peraltro già circolati da almeno un paio d’anni come l’idea del pride park) una dimensione dimessa. Un’esperienza certamente importante per chi c’è stato e ha partecipato attivamente, ma ben lontana dal grande successo del 2000.
Difficile oggi dire che cosa accadrà, perché siamo troppo vicini alla conclusione degli eventi del Roma Europride. Al massimo, con ottimismo non sostenuto dai fatti, si può solo auspicare nella “pacificazione”. La grande rottura del 2000, che si è manifestata nuovamente nel 2010 e che ha portato agli anatemi del 2011 potremmo cercare di archiviarla. Tra pochi giorni, con la nuova discussione della cosiddetta legge contro l’omofobia (che tale non è ora e non è stata mai, dato che è solo repressiva e non programmatica come dovrebbe invece essere e come insegnano le leggi regionali della Liguria e della Toscana), assisteremo con ogni probabilità ad una nuova bocciatura (certo con i chiari di “sole delle Alpi” di questi giorni non si può mai dire) che costituirà il bilancio politico bruciante per il movimento LGBTQI. Bruciante vittoria o bruciante sconfitta?

Da Lettera43: Gay, diritto e pregiudizio

Pubblicato qui

Gay, diritto e pregiudizio

Per la giornata contro l’omofobia 15 mila manifesti choc
di Anna Franco

Uno dei manifesti creati per la campagna della Giornata internazionale contro l'omofobia.

Una risposta decisa all’intolleranza. Un segnale forte contro gli attacchi e le dichiarazioni di certi politici che dovrebbero essere «eletti a Teharan». La Giornata internazionale contro l’omofobia, che si celebra ogni anno il 17 maggio, in ricordo del giorno del 1990 in cui l’omosessualità è stata eliminata dalla lista delle malattie mentali dell’Organizzazione mondiale della sanità, si carica quest’anno di significati particolari. «Con 15 mila manifesti e 8 mila locandine affisse in tutto il Paese, vogliamo lanciare una campagna davvero incisiva. In risposta agli ultimi attacchi al mondo omosessuale che hanno coinvolto anche alcuni esponenti delle istituzioni che, come tali, dovrebbero rappresentare tutti i cittadini», ha detto il presidente dell’Arcigay Paolo Patanè, che ha presentato il 3 maggio le iniziative legate all’evento e che puntano a culminare nell’Europride di Roma.
DISCRIMINAZIONE DA COMBATTERE. Le esternazioni del sottosegretario alla famiglia, Carlo Giovanardi, e del sindaco di Treviso e segretario regionale della Lega in Veneto, Gian Paolo Gobbo, nonché l’aggressione subita dalla deputata del Partito democratico Paola Concia sono «sintomi gravi di una situazione ormai inaccettabile» che rendono ancora più evidente una discriminazione che colpisce soprattutto tanti omosessuali ‘anonimi’ nella vita di tutti i giorni. Secondo Patanè «tali avvenimenti confermano un clima di omofobia, odio, pregiudizio e violenza, fattori che rappresentano un limite concreto alla piena affermazione della dignità e al raggiungimento della felicità per migliaia di gay, lesbiche e transessuali italiani».

Deperu: «Anche i gay sono una famiglia»

Un'immagine della campagna Fiat gay-friendly diffusa a Madrid.


Giacomo Deperu, ideatore della campagna e dello slogan «Civiltà prodotto tipico italiano, Italia unita contro l’omofobia», creata per l’occasione, afferma: «La polemica obbliga le persone a confrontarsi con noi. Il bacio omosessuale immortalato nei manifesti della campagna indica a tutti che siamo una famiglia e la tavola apparecchiata in primo piano ne è un simbolo. Sappiamo che questo dà fastidio a molti, ma è da qui che dobbiamo comincia il percorso di cambiamento».
UN SEGNALE DI SPERANZA. E ha aggiunto: «L’affetto tra due persone non deve essere relegato solo all’interno delle quattro mura domestiche. È tempo di dimostrare la propria identità gay alla luce del sole, per dare un segnale di speranza e coraggio a tanti giovani omosessuali che ancora temono di dover vivere un’esistenza a metà». Gli fa eco Giuseppe Pecce, direttore del Roma rainbow choir, il primo coro che unisce la comunità gay, lesbica, trans e bisessuale e il mondo etero: «Siamo stanchi di essere invisibili, vogliamo far capire che siamo cittadini come tutti gli altri».
Non è solo l’Arcigay, però, a insorgere contro gli attacchi al mondo omosessuale. Secondo la deputata Pd, Paola Concia, «alcune persone dovrebbero candidarsi come politici a Teheran. Certe affermazioni contribuiscono a giustificare le ingiurie e a farci considerare dei reietti. Secondo Giovanardi siamo fuori dalla Costituzione ed è proprio così che si costruisce il disprezzo sociale».

Allegrezza: «L’amore è un diritto di tutti»

Il manifesto pubblicitario di Ikea.

Guido Allegrezza, storico attivista gay e da poco responsabile per i diritti umani per Sinistra ecologia e libertà, è dell’idea che certe dichiarazioni siano «la conseguenza di preconcetti e della mancanza di dibattito politico». Secondo Allegrezza, «le manifestazioni di tenerezza sono semplicemente la libera modalità di due persone che esprimono la loro affettività. Vietarle sarebbe come negare l’espressione di un sentimento umano, che sarebbe ipocrita dover esternare solo in privato, tra le mura domestiche, di nascosto».
LA LIBERTÁ DI ESSERE SE STESSI. Le coppie che si vogliono bene devono potere «essere se stesse». Ma, secondo Allegrezza, è un diritto di tutti, non si tratta di «orgoglio gay»: quello esiste durante manifestazioni come il Gay Pride, dove l’esibizione diventa un modo per far riconoscere i propri diritti.
Proprio in occasione del Gay Pride di Madrid, precisa l’attivista, la Fiat aveva invaso la città spagnola con pubblicità rivolte a un pubblico omosessuale: una scelta che nel nostro Paese appare impossibile. «Dietro questa campagna, così come in quella dell’Ikea, c’è uno studio di marketing rivolto a vendere automobili o accessori per la casa. È assurdo che vengano criticate aspramente, mentre bisognerebbe accanirsi contro quelle campagne indecenti che trattano il corpo femminile come merce a buon mercato», continua Allegrezza.
UN USO DISTORTO DELLA POLITICA. «Anche al Gay Pride di Colonia sfila un carro con la pubblicità della famosa ditta svedese», aggiunge Paola Concia. La parlamentare afferma di non sentirsi affatto una provocatrice quando passeggia mano nella mano con la sua compagna, così come non si sentiva tale quando era sposata con suo marito. «Tutti devono avere la possibilità di vivere l’amore nello stesso modo: alla luce del sole».
Infine, attacca i leghisti, che «in campagna elettorale usano gli omosessuali come carne da macello. I gay e gli immigrati vengono trasformati nella personificazione del male da cui dover proteggere l’elettorato e quest’uso distorto della politica contribuisce solo a imbarbarire il Paese».

Mercoledì, 04 Maggio 2011

LGBTIQ: cittadini dimezzati, come tanti altri

Vi è un luogo, virtuale, in cui parte della comunità LGBTIQ discute di questioni di fondo e cerca di informarsi a vicenda. In quell’ambito, si è aperta una discussione, non banale, sulle esigenze delle persone transessuali ed intersessuali (per intenderci, parliamo di identità sessuale) e sulla loro posizione all’interno della comunità LGBTIQ e del movimento (che senza di loro diventerebbe LGBQ, con qualche riserva, non mia sulla Q).

Non voglio entrare nel merito della diatriba, ma sollevare lo spunto per una riflessione sul tema più generale della “piena cittadinanza”. Un mainstream nel quale il problema dell’unità della comunità (prima ancora che del movimento) “affonda” e trova maggiore respiro in un’impostazione che vede le rivendicazioni relative all’orientamento affettivo e sessuale e all’identità di genere parte necessaria ed inscindibile di una visione complessiva.

In estrema sintesi la questione della pienezza della cittadinanza ovvero della cittadinanza dimezzata, si pone rispetto a milioni di cittadine e cittadini che vivono una condizione di debolezza fisica, psicologica, sociale, economica o giuridica e spesso sono esposti a forme di violenza o di repressione, che si acuiscono proprio oggi che le risorse economiche scarseggiano ed i servizi vengono drasticamente ridotti, accollando alle famiglie e agli individui che sulle famiglie non possono contare l’onere dell’ingiustizia e dell’iniquità che spesso, troppo spesso, sono insopportabili.

Stiamo dunque parlando di omosessuali bisessuali intersessuali transessuali e trans gender, dei migranti che vivono nella disperazione dell’illegalità, del “soffitto di vetro” che impedisce alle donne di crescere sul lavoro e nella società, di chi è diversamente abile, di bambine e bambini esposti al rischio pedofilia o a cui sono negati gli affetti familiari, di persone anziane o malate o bisognose di cure. Tutti “cittadini a metà”. E certamente l’elenco non è esaustivo.

Rispetto a questo tema, io sono profondamente convinto che anche le persone LGBTIQ debbano coordinarsi con chi subisce analogo destino, a causa di altri flagelli, in un processo di reciproco riconoscimento e supporto vicendevole e solidale, altrimenti il rischio è di rimanere confinati in un ghetto che si finisce per costruire da soli. Così come le donne dovrebbero lottare (lo fan già, ma non basta o non bastano loro) per sfondare il “soffitto di cristallo” e la comunità LGBTIQ unirsi a loro per aiutarle, la stessa comunità LGBTIQ dovrebbe abbattere il muro interiore e collettivo che costruisce giorno dopo giorno e che la separa (politicamente) da chi, invece, dovremmo riconoscere come “compagni di lotta” (in questo senso, la parola compagni non ha perduto nulla del suo valore storico) e come tali pensare ed agire politicamente.

Mi spiego meglio con un esempio non esaustivo: un movimento LGBTIQ organizzato a livello nazionale, dovrebbe essere in contatto ed in scambio costante con i soggetti associativi che operano sui temi della discriminazione al femminile e con essi concordare iniziative politiche comuni, in modo che alla società e alla politica istituzionale si lancino chiari messaggi di “saldatura” di quella che potremmo definire (pur con qualche forzatura) la “classe discriminata”. In questo, senso, di nuovo, la “lotta di classe” assumerebbe un valore attuale e darebbe nuovo respiro e maggiore prospettiva sia alla comunità LGBTIQ, sia ai “cittadini dimezzati”.

Se la comunità LGBTIQ accetta questa impostazione, dovrà attivarsi complessivamente per creare le “sinapsi” indispensabili per costruire la rete sociale e politica e per arrivare a quella “saldatura” di cui parlavo prima. Si tratta dunque di una prospettiva diversa, orientata alla rimozione delle discriminazioni verso chi è “debole” in senso lato, e non verso una categoria o l’altra.

PRECISAZIONE

Nel testo di questa nota non sono nominate tutte le persone che, per un motivo o per l’altro vivono una situazione di precarietà (lavorativa, abitativa, ecc.), ovvero di temporaneità della loro condizione di cittadini dimezzati.
Non intendevo trascurarli, ma siccome la riflessione prende spunto da un elaborato che intende integrare il documento fondativo di SEL, il tema della precarietà lavorativa in quel documento è ampiamente trattato nella sezione che riguarda il lavoro.

Roma Pride 2010: quanto costa un Pride?

Il comitato di associazioni e persone che ha dato vita al Roma Pride 2010, fra le altre cose, aveva promesso di rendere pubblico il bilancio dell’iniziativa. Nella linea della trasparenza, si tratta di una novità di un certo rilievo, sorpattutto perché l’impegno assunto è stato rispettato: da oggi è disponibile sul sito del Roma Pride 2010 il bilancio di sintesi (scaricabile qui, in pdf). Ora sappiamo che il Roma Pride 2010, di costi diretti e vivi è costato circa 23.000 euro.

Ringraziando chi ha completato l’analisi del dettaglio dei dati e soprattutto che si è sobbarcato una parte notevole della fatica organizzativa (oltre all’intero comitato, DGP e Arcigay Roma, insieme a tutt* le/i volontar*), vorrei riportare i dati principali ed esprimere alcune osservazioni:

Spese 22.846 €

Service e strutture: 5.913 €
Concessioni e autorizzazioni: 3.696 €
Produzione di contenuti e materiali: 5.997 €
Pubblicità: 7.240

Entrate 22.846€

Raccolta fondi (lotteria e donazioni personali): 2.150 €
Donazioni dai Pride party: 5.450 €, così ripartite
- Gay Village 4.000 €
- EMC 1.000 €
- Bear Monday 300 €
- Frutta e verdura 150 €
Quota a fondo perduto Arcigay Roma: 8.100 €
Quota a fondo perduto Dì Gay Project: 7.146 €

Quel che salta immediatamente all’occhio è che l’onere maggiore è stato sostenuto dalle due associazioni principali per un ammontare di circa il 70% e che le quote raccolte con le donazioni individuali sono state pari a poco più del 40 % di quelle raccolte dalle donazioni degli incassi dei party (le quali sono massimamente provenienti dalla donazione del Gay Village). Dunque, evidenzierei una discreta “generosità” dei sottoscrittori individuali (e di chi ha messo a disposizione il premio della lotteria), che risulta essere un fatto del tutto nuovo e che spero possa in futuro assumere un’importanza crescente, segno evidente (in quanto tangibile) della disponibilità (almeno di portafoglio) a dare qualcosa per un progetto comune.

Infine, è evidente che i costi di questa manifestazione sono assolutamente rilevanti e richiedono la disponibilità di fondi che solo organizzazioni consolidate possono mettere a disposizione. Le stesse che potrebbero costituire un programma di fund raising mirato e sottoporlo ad aziende interessate a svolgere il ruolo di sponsor.

Movimento LGBTIQ: dagli slogan ai valori

Scrive Marco Alessandro Giusta (e io sintetizzo in calce, sperando di non alterare il suo pensiero) alcune argomentazioni nelle quali mi trovo perfettamente a mio agio  e che appoggio pienamente, essendo esse fortemente confinanti con le mie opinioni più volte espresse per iscritto e a parole, in differenti (e comunque poche) occasioni di dibattito.

A quanto scrive Giusta, vorrei aggiungere che, proprio a partire dagli slogan si può trovare una sintesi comune, anche se difficilmente ci arriveremo in tempi brevi (invecchiando, divento pessimista).
In realtà, orgoglio della diversità e ricerca dell’uguaglianza, così come liberazione sessuale e sessualità consapevole non sono altro che le facce contrapposte di una stessa medaglia. Uno slogan è necessariamente sintesi di un pensiero ed un pensiero è necessariamente figlio dell’epoca in cui viene elaborato.

Attorno agli anni ’60-’70 l’intera civiltà occidentale era percorsa dall’esigenza della liberazione: dei costumi sessuali, delle minoranze relegate ad un apartheid reale e di quelle neglette in un apartheid fatto di pregiudizi e di ipocrisia sociale. Una liberazione che era l’esigenza espressa dalle persone che nascevano agli sgoccioli della dittatura fascista e che si emancipavano nelle aule delle università, contagiando anche le scuole di grado inferiore. Si potrebbe forse parlare di un sano “furore liberatorio”, quasi un’iconoclastia degli orrori della guerra, delle dittature e del pregiudizio fatto dimensione e regola sociale (vizi privati e pubbliche virtù).

E quindi, necessariamente, in quell’epoca in cui nasceva, il movimento era innestato fra la contestazione studentesca, il femminismo e la nascente violenza terrorista. In quelle condizioni, dunque LIBERAZIONE (sessuale si, ma non solo, dunque) era espressione giustamente attuale, forte, evocativa, emozionante e soprattutto sintesi di una volontà di cambiamento diffusa, che permeava sottilmente, ma inesorabilmente tutta la società, a partire dagli strati più “giovani”, su su verso quelli più agé.

Non solo. Proprio ripartendo da quella che era la società negli anni ’50 e ’60 (quindi poco prima dell’esplosione dei movimenti), nella quale i ruoli (non solo quelli legati al genere sessuale maschio-femmina, uomo-donna, padre-madre) erano vere e proprie gabbie e le società si reggevano sull’UNIFORMITA’, ovvero sul conformismo, nasceva il senso l’attenzione ed il rispetto per la diversità. Una diversità che i Lumi avevano già sancito essere l’essenza del processo di selezione naturale (sintomo della capacità di adattamento e dunque di sopravvivere: non sopravvive chi è più forte, ma chi è più capace di adattarsi all’ambiente), ma che non entrava nella società, non riusciva ad imporsi come modello di sviluppo. Sempre di quegli anni, per chi lo ricorda, sono figli gli sviluppi di un’antropologia in chiave moderna e di movimenti che tendono a valorizzare e proteggere le società “liminali”, ovvero quelle che la grande civiltà occidentale ha quasi spazzato via o che si accinge a spazzare via. Ed ecco quindi che anche DIVERSITA’ assume un connotato forte ed evocativo. Si fanno spazio modelli che alludono e fanno intravedere non un mondo di polarità contrapposte (bianchi-neri, vincenti-perdenti, civili-selvaggi), ma un insieme dinamico di flussi fra aggregazioni. E così si sviluppa il pensiero sugli orientamenti e sulle identità sessuali, che ancora oggi continua e che ci porta, noi stessi a scoprire quanta strada proprio noi stessi dobbiamo ancora percorrere per accettare pienamente il fatto che ogni diversità è degna di rispetto. E per essere chiaro, parlo di diversità di opinioni, ma anche di diversità di scelta o condizioni, con particolare riferimento alle “incomprensioni” fra il movimento delle persone transessuali e transgender, quello delle persone queer e quello delle persone omosessuali e bisessuali.

Ma LIBERAZIONE e DIVERSITA’ sono contrapposti a CONSAPEVOLEZZA e UGUAGLIANZA?

Io sono convinto di no. Si tratta solo di vedere le cose dalla giusta angolatura. Nel mondo di oggi, nella cultura, nella scienza sono ormai presenti quelle caratteristiche di apertura e di accettazione che rendono quasi del tutto superate le rivendicazioni in tema di liberazione sessuale e di orgolgio della diversità. E’ un fatto inequivocabile che i costumi sessuali si sono fortemente allentati ed i fenomeni sottesi sono ormai interamente emersi alla luce del sole (sebbene si possa dire che fatichino ad essere pienamente compresi o accettati da alcune porzioni della società), così come è un fatto inequivocabile che le diversità “canoniche” stiano scomparendo: il presidente degli USA è afro-americano, una persona transessuale è nel suo staff, in Europa vi sono donne premier, alcune delle quali lesbiche e sposate con le loro compagne.

E’ dunque evidente che, di fronte ad una società interamente cambiata (e in Italia caratterizzata dalla fenomenologia politica e mediatica del berlusconismo, assente in ogni parte dei paesi occidentali) è necessario ripensare gli obiettivi e le strategie, sulla base di una nuova declinazione degli stessi valori di base che caratterizzarono i movimenti di liberazione e di orgoglio.

Personalmente credo che alla base del movimento LGBTIQ ci sia un insieme di valori di fondo che ci uniscono e che provo a sintetizzare in una frase che certo non è uno slogan, ma che può essere considerata un “paletto”, un riferimento da cui partire per dipanare un pensiero che porti alla definizione di obiettivi e strategie rinnovate: rispetto, solidarietà e sostegno alle persone il cui orientamento sessuale o la cui identità di genere determinano difficoltà, discriminazione, violenza nel proprio percorso di piena realizzazione e di ricerca della felicità.

Se questo è vero, non esiste una vera frattura all’interno del movimento LGBTIQ, ma solo la necessità di ripartire da un punto comune (e quel punto è quello che ho appena suggerito) ed individuare sia nella società di oggi, ma anche nei prossimi 10 anni, la nostra via maestra, lasciandoci poi la piena libertà (ed ovviamente reciproco rispetto e solidarietà) di scelta su come declinare questo percorso, avendo però ben presente che quel fa uno solo riguarda tutti gli altri e quel che fanno tutti gli altri influisce su ciascuno di noi.

______________________

Sintesi dello scritto di Marco Alessandro Giusta

Resta quindi una domanda: dove stiamo andando? Cosa abbiamo intenzione
di fare?

Forse è questo il dubbio che resta nel buio, dubbio che ci divide sulle strade da intraprendere (matrimonio o coppie di fatto? Orgoglio della diversità o ricerca dell’uguaglianza? Liberazione sessuale o sessualità consapevole?).

Mi fa specie soprattutto in vista delle ipotesi che sento ventilare sempre più spesso: l’idea di una federazione alla quale aderirà solo chi vuole aderire, nella quale può prevalere un’idea o un’altra ma difficilmente entrambe, se prima non si trova in qualche modo una sintesi o un minimo comune denominatore.

Faccio mie le parole di molte e molti esponenti del movimento, quando chiedono di tornare a fare “cultura”. Ma vedo, a mio avviso, la necessità di fare innanzitutto cultura al nostro interno. Un esempio? Quando il movimento iniziò a parlare, riassunse molti dei concetti in “parole chiave” o in semplici frasi che fossero facilmente comprensibili a chiunque: essere omosessuali non è una malattia, l’orientamento sessuale è immutabile, etc.

Ma quante di queste affermazioni sono ancora attuali? Prendiamo ad esempio il pansessualismo, che sembra andare molto in voga tra le nuove generazioni, l’idea del Pride visto come carnevalata o strumento di rivendicazione sociale, il confronto con altre culture (mi vengono in mente gli indiani descritti da Remotti che identificano 4 generi al posto di due)…

Credo sia necessario iniziare a parlare anche di questo, a livello di movimento, facendo chiarezza piena e condivisa su quali sono le nostre finalità, da cui  nasceranno automaticamente le strade per raggiungerle, e riappropriandoci di una cultura nostra, senza aver paura – come dice abilmente la Simona Argentieri nel suo libro A qualcuno piace uguale – di passare per omofobi interiorizzati solo perché portiamo avanti, nelle nostre idee e nei nostri vissuti, idee e concetti “altri” rispetto a quelli di una “cultura della maggioranza” che è figlia di una cultura identitaria.