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Repubblica: Quanto ci costa la chiesa cattolica? – 6

Dopo la puntata del 25 ottobre 2007, avevo immaginato che l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica in Italia fosse finita. Invece, in una chiacchierata veloce con Sergio Rovasio, scopro che è andata avanti e me ne ero perso qualche pezzo. Cerco di rimediare, pubblicando quello che ho trovato.

Ecco la puntata del 26 gennaio 2008, in cui in sintesi si apprende che:

  • Lo Ior detiene depositi stimati (per difetto) di 5 miliardi di euro e offre rendimenti superiori ai migliori hedge fund.
  • La totale segretezza è un elemento distintivo dello Ior, che lo rende più incontrollabile delle isole Cayman e più riservato delle banche svizzere. Insomma un paradiso fiscale a due passi dal parlamento e dalla Banca d’Italia.
  • Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d’oro. Nessuna traccia.
  • Il crac di 20 anni fa è costato 406 milioni di dollari, meno di un quarto del dovuto (secondo Beniamino Andreatta).
  • L’ombra dello Ior è evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent’anni. Da Tangentopoli alle stragi del ’93 alla scalata dei “furbetti” e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l’ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.
  • Qualunque indagine che lo riguardi deve passare per il nostro Ministero degli Esteri e una rogatoria internazionale, poiché si tratta “ente fondante della Città del Vaticano” protetto dal Concordato.
  • Le Isole Cayman sono state scorporate dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per essere proclamate “missio sui iuris” alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidate al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.
  • Il potere dello Ior è enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. La “finanza bianca” ha conquistato posizioni su posizioni, in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell’Opus Dei.
  • Considerato il potere che oggi ha la finanza in Italia, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.

Per saperne di più, leggi l’articolo originale. Tutta l’inchiesta è disponibile nella sezione Docs.

Il Partito delle Sottane Rosse: 85% del Parlamento

Da fundacion.telefonica.comIl 13 novembre al Senato si è svolta una seduta interessante (seduta n.251, pomeridiana, si veda lo stenografico da fine di pag. XV; per l’esito della votazione, la n. 26, pag. 181). Si è infatti discusso e votato l’ordine del giorno 84.100 (presentato da Angius, Montalbano, Barbieri, Biondi, Boccia, Brutti Paolo, Gagliardi,
Mele, Ripamonti, Silvestri, Villone). Il testo dell’ordine del giorno avrebbe impegnato il Governo “nel pieno rispetto delle leggi vigenti e degli accordi intercorsi tra Stato, Chiesa Cattolica e altre confessioni religiose, ad assumere le iniziative necessarie volte alla modifica dei criteri di ripartizione del gettito dell’8 per mille, al fine di garantire che in caso di scelte non espresse dai contribuenti, le relative risorse siano destinate a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale.” (fonte, ved. pag. 399).

L’ottimo Aurelio Mancuso, con lavoro certosino, ha spulciato il resoconto dei lavori per estrarne le informazioni salienti su questo episodio:

  • l’ordine del giorno è stato respinto con 92 voti favorevoli, 202 contrari (di cui 10 astenuti);
  • il Partito Democratico ha lasciato libertà di voto ai suoi senatori;
  • i 92 favorevoli sono: i senatori di Rifondazione, dei comunisti Italiani, dei Verdi, di Sinistra Democratica, della Costituente Socialista, 35 dell’Ulivo, 4 del gruppo misto e 1 rispettivamente di Forza Italia, Italia dei Valori, Alleanza Nazionale e PRI.

Le mie conclusioni:

  1. La lobby delle sottane rosse con la cotta di pizzo può contare sull’85% dei voti al Senato (e più o meno lo stesso alla Camera);
  2. Il vero partito di maggioranza nel Parlamento Italiano è quello che risponde ai diktat d’oltretevere

Un breve appunto sul lavoro di Mancuso.

Aurelio ha scoperto quanto è difficile cercare queste informazioni e tradurle in un’informazione efficace e fruibile. A lui e alle altre associazioni GLBT la proposta di costituire un Osservatorio GLBT sui lavori Parlamentari e dei Consigli Regionali per misurare l’attività dei rappresentanti eletti negli organi legislativi e verificare se alle promesse e agli impegni corrispondono poi le azioni sul piano legislativo.

Repubblica: Quanto ci costa la chiesa cattolica? – 4

da superherostuff.com Continua l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica. Nella precedenti puntate abbiamo scoperto che:

  • La chiesa cattolica ci costa quanto la casta dei politici, ovvero oltre 4 miliardi di euro/anno.
  • i soldi alla Chiesa non hanno affatto l’ampio ritorno sociale, che ci si attende e che viene abilmente promosso;
  • La CEI ha potere assoluto e incontrollato di spendere i fondi che le vengono assegnati, con implicazioni ricattatorie verso vescovi e diocesi “dissidenti”.
  • l’8×1000 viene distribuito con un meccanismo machiavellico che tiene solo in parte conto delle decisioni dei contribuenti.
  • L’unica fonte di informazione su questo tema è la pubblicità.
  • La Commissione Europea chiede conto dei privilegi fiscali del Vaticano e si sta arrabbiando.
  • 1.000.000 di euro è la mancata entrata annuale dei comuni italiani per le esenzioni fiscali contestate dall’Unione Europea e contestate dalla Corte di Cassazione.
  • Buona parte dei fondi per il Giubileo (in totale circa 1.800.000 di euro) e delle quote 8×1000 sono serviti a ristrutturare un impero alberghiero mondiale.
  • Ciò che non va Infine non sono gli stipendi dei preti pagati con l’otto per mille, ma quattro miliardi di euro che finanziano la “macchina di potere”.

Nella quarta puntata, ci cui riporto il testo integrale più oltre, invece emerge che:

  • In Spagna si faranno tagli finanziamenti delle scuole private e saranno introdotte 2 ore di educazione civica obbligatoria. I vescovi chiamano alla protesta il gregge cattolico e Zapatero ribadisce che la laicità dello Stato resta un valore fondante della democrazia e l’educazione civica non è né può essere in competizione con l’ora facoltativa di religionI, già prevista nei programmi. Anzi, quanto prima si arriverà ad una revisione del Concordato del 1979.
  • In Italia l’ora di educazione civica è abolita nelle primarie e quasi inesistente nelle superiori.
  • L’ora di religione cattolica è tutelata dallo Stato il più possibile e il governo (contrariamente all’art. 33 della Costituzione) è molto generoso con le scuole private
  • L’ora facoltativa di religione costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all’anno ed è la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica. 14.670 insegnanti di ruolo e altri 10.000 circa precari, scelti dai vescovi. Se la diocesi ritira l’idoneità lo Stato deve comunque accollarsi l’ex insegnante di religione fino alla pensione.
  • Gli insegnanti di religione guadagnano più dei colleghi delle materie obbligatorie.
  • In Europa, si discute e si dibatte sul tema dell’insegnamento in modo vivace e colto, ben al di sopra delle vecchie risse fra clericali e anticlericali.
  • In Italia ogni timido tentativo di discussione è stroncato sul nascere da una ferrea censura. L’ora di religione cattolica è un dogma. L’idea di abolirla non sfiora neppure le menti laiche. Mentre balena nelle teste di intellettuali cattolici come Messori, che è favorevole anche ad eliminare gli aiuti di stato alle scuole cattoliche.

Sposo, qui, la tesi dell’autore che si chiede: “Vale la pena di spendere un miliardo di euro all’anno, in tempi di tagli feroci all’istruzione, per mantenere questa ora di religione? Uno strano ibrido di animazione sociale e vaghi concetti etici destinati a rimanere nella testa degli studenti forse lo spazio d’ un mattino. “

Per leggere le altre puntate dell’inchiesta: 1, 2, 3

Ecco il testo integrale della 4^ puntata dell’inchiesta.

Religione, il dogma in aula un’ora che vale un miliardo

L’ultimo dato ufficiale (2001): 650 milioni di stipendi agli insegnanti
che nel frattempo sono diventati più di 25mila: di questi 14mila di ruolo.
La Spagna studia la revisione degli accordi con la Chiesa
In Italia invece non se ne parla neppure

L’ultima ondata di bullismo nelle scuole ha convinto il governo a istituire dal prossimo anno due ore di educazione civica obbligatoria, chiamata Cittadinanza e Diritti Umani, in ogni ordine d’ insegnamento, dalle materne ai licei. Durissima la protesta dei vescovi, che hanno parlato di “catechismo socialista” e invitato le associazioni di insegnanti e genitori cattolici a scendere in piazza e avvalersi dell’obiezione di coscienza. Il presidente del consiglio ha risposto in televisione che, nel rispetto totale della maggioranza cattolica del paese, la laicità dello Stato resta un valore fondante della democrazia e l’educazione civica non è né può essere in competizione con l’ora facoltativa di religioni (cattolica come ebraica, islamica o luterana) già prevista nei programmi. Il premier ha aggiunto di voler confermare i tagli ai finanziamenti delle scuole private cattoliche e non, definiti “un ritorno alla legalità costituzionale” rispetto alla politica del precedente governo di destra. A questo punto forse il lettore si sarà domandato: ma dov’ ero quando è successo tutto questo? In Italia. Mentre la vicenda naturalmente si è svolta altrove, nella Spagna del governo Zapatero, otto mesi fa. Il braccio di ferro fra stato laico e vescovi è andato avanti e oggi il governo spagnolo studia addirittura una revisione del Concordato del 1979. Una realtà lontana da noi.

Nelle scuole italiane, più devastate dal bullismo di quelle spagnole, l’ora di educazione civica è abolita nelle primarie e quasi inesistente nelle superiori. Lo Stato in compenso si preoccupa di tutelare il più possibile l’ora di religione, al singolare: cattolica. Quanto ai finanziamenti alle scuole private cattoliche, in teoria vietati dall’articolo 33 della Costituzione (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), l’attuale governo di centrosinistra, con il ministro Fioroni all’Istruzione, è impegnato al momento a battere i record di generosità stabiliti ai tempi di Berlusconi e Letizia Moratti.

L’ora facoltativa di religione costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all’anno. E’ la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica, di pochi milioni inferiore all’otto per mille. Ma rischia di diventare in breve la prima. L’ultimo dato ufficiale del ministero parla di 650 milioni di spesa per gli stipendi agli insegnanti di religione, ma risale al 2001 quando erano 22 mila e tutti precari. Ora sono diventati 25.679, dei quali 14.670 passati di ruolo, grazie a una rapida e un po’ farsesca serie di concorsi di massa inaugurati dal governo Berlusconi nel 2004 e proseguita dall’attuale.

Il regalo del posto fisso agli insegnanti di religione è al centro d’ infinite diatribe legali. Per almeno due ordini di ragioni. La prima obiezione è di principio. L’ora di religione è un insegnamento facoltativo e come tale non dovrebbe prevedere docenti di ruolo. Per giunta, gli insegnanti di religione sono scelti dai vescovi e non dallo Stato. Ma se la diocesi ritira l’idoneità, come può accadere per mille motivi (per esempio, una separazione), lo Stato deve comunque accollarsi l’ex insegnante di religione fino alla pensione.

L’altra fonte di polemiche è la disparità di trattamento economico fra insegnanti “normali” e di religione. A parità di prestazioni, gli insegnanti di religione guadagnano infatti più dei colleghi delle materie obbligatorie. Erano già i precari della scuola più pagati d’ Italia. Nel 1996 e nel 2000, con due circolari, i governi ulivisti avevano infatti deciso di applicare soltanto agli insegnanti di religione gli scatti biennali di stipendio (2,5 per cento) e di anzianità previsti per tutti i precari della scuola da due leggi, una del 1961 e l’altra del 1980. Il vantaggio è stato confermato e anzi consolidato con il passaggio di ruolo, a differenza ancora una volta di tutti gli altri colleghi.

L’inspiegabile privilegio ha spinto prima decine di precari e ora centinaia di insegnanti di ruolo di altre materie a promuovere cause legali di risarcimento. Nel caso, per nulla remoto, in cui le richieste fossero accolte dai tribunali del lavoro, lo Stato dovrebbe sborsare una cifra valutabile fra i due miliardi e mezzo e i tre miliardi di euro. A parte le questioni economiche e legali, chiunque ricordi che cos’ era l’ora di religione ai suoi tempi e oggi chiunque trascorra una mattinata nella scuola dei figli non può evitare di porsi una domanda. Vale la pena di spendere un miliardo di euro all’anno, in tempi di tagli feroci all’istruzione, per mantenere questa ora di religione? Uno strano ibrido di animazione sociale e vaghi concetti etici destinati a rimanere nella testa degli studenti forse lo spazio d’ un mattino. Pochi cenni sulla Bibbia, quasi mai letta, brevi e reticenti riassunti di storia della religione.

In Europa il tema dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche è al centro di un vivace e colto dibattito, ben al di sopra delle vecchie risse fra clericali e anticlericali. Nello stato più laico del mondo, la Francia, il regista Regis Debray, amico del Che Guevara e consigliere di Mitterrand, a suo tempo ha rotto il monolitico fronte laicista sostenendo l’utilità d’ inserire nei programmi scolastici lo studio della storia delle religioni. In Gran Bretagna la teoria del celebre biologo Roger Dawkins (“L’illusione di Dio”), ripresa dallo scienziato Nicholas Humprey, secondo il quale “l’insegnamento scolastico di fatti non oggettivi e non provabili, come per esempio che Dio ha creato il mondo in sei giorni, rappresenta una violazione dei diritti dell’infanzia, un vero abuso”, ha suscitato un ricco dibattito pedagogico. Ma è un fatto, sostiene Dawkins, che “noi non esitiamo a definire un bambino cristiano o musulmano, quando è troppo piccolo per comprendere questi argomenti, mentre non diremmo mai di un bambino che è marxista o keynesiano, Con la religione si fa un’eccezione”.

In Germania, Spagna, perfino nella cattolicissima Polonia di Karol Woytjla, il dibattito non si è limitato alle pagine dei giornali ma ha prodotto cambiamenti nelle leggi e nei programmi scolastici, come l’inserimento di altre religioni (Islam e ebraismo, per esempio) fra le scelte possibili o la trasformazione dell’ora di religione in storia delle religioni comparate, tendenze ormai generali nei sistemi continentali. In Italia ogni timido tentativo di discussione è stroncato sul nascere da una ferrea censura. L’ora di religione cattolica è un dogma. La sola ipotesi di affiancare all’ora di cattolicesimo altre religioni, come avviene in tutta Europa con le sole eccezioni di Irlanda e dell’ortodossa Cipro, procura un immediata patente di estremismo, anticlericalismo viscerale, lobbismo ebraico o addirittura simpatie per Al Quaeda. Quanto ad abolirla, come in Francia, è un’ipotesi che non sfiora neppure le menti laiche.

Gli unici ad avere il coraggio di proporlo sono stati, come spesso accade, alcuni intellettuali cattolici. Lo scrittore Vittorio Messori, per esempio: “Fosse per me cancellerei un vecchio relitto concordatario come l’attuale ora di religione. In una prospettiva cattolica la formazione religiosa può essere solo una catechesi e nelle scuole statali, che sono pagate da tutti, non si può e non si deve insegnare il catechismo. Lo facciano le parrocchie a spese dei fedeli~ Perciò ritiriamo i professori di religione dalle scuole pubbliche e assumiamoli nelle parrocchie tassandoci noi credenti”.

Messori non manca di liquidare anche gli aiuti di Stato alle scuole cattoliche, negati per mezzo secolo dalla Democrazia Cristiana, inaugurati con la legge 62 del 10 marzo 2000 dal governo D’ Alema con Berlinguer all’Istruzione, dilagati nel periodo Berlusconi-Moratti (con il trucco dei “bonus” agli studenti per aggirare la Costituzione) e mantenuti dall’attuale ministro Fioroni, con giuramento solenne davanti alla platea ciellina del meeting di Rimini. “Lo Stato si limiti a riconoscere che ogni scuola non statale in più consente risparmio di danaro pubblico e di conseguenza conceda sgravi fiscali. Niente di più”.

Il cardinale Carlo Maria Martini, da arcivescovo di Milano, aveva dichiarato che l’ora di religione delle scuole italiane doveva ritenersi inutile o anche “offensiva”, raccomandando di raddoppiarla e farne una materia seria di studio oppure lasciar perdere. La Cei ha sempre risposto che l’ora di religione è un successo, raccoglie il 92 per cento di adesioni, a riprova delle profonde radici del cattolicesimo in Italia. Ma se la Cei ha tanta fiducia nei fedeli non si capisce perché chieda (e ottenga dallo Stato) che l’ora di religione sia sempre inserita a metà mattinata e mai all’inizio o alla fine delle lezioni, come sarebbe ovvio per un insegnamento facoltativo. Perché chieda (e sempre ottenga) il non svolgimento nei fatti dell’ora alternativa. In molte materne ed elementari romane ai genitori è stato comunicato che i bambini di 5 o 6 anni non iscritti all’ora di religione “potevano rimanere nei corridoi”. Prospettiva terrorizzante per qualsiasi madre o padre.

D’ altra parte la sicurezza ostentata dai vescovi si scontra con l’allarme lanciato nella relazione della Cei dell’aprile scorso sul progressivo abbandono dell’ora di religione, con un tasso di rinuncia che parte dal 5,4 delle elementari e arriva al 15,4 per cento delle superiori (con punte del 50 non solo nelle regioni “rosse” come la Toscana o l’Emilia-Romagna ma anche in Lombardia e nelle grandi città), man mano che gli studenti crescono e possono decidere da soli. Alla fine nessun argomento ufficiale cancella il dubbio. L’ora di religione, così com’ è, costituisce davvero un insegnamento del catechismo (“che in ogni caso ciascuno si può portare a casa con poche lire” ricordava don Milani) o non piuttosto un altro miliardo di obolo di Stato a san Pietro?
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

Repubblica: Quanto ci costa la chiesa cattolica? – 3

da superherostuff.comContinua l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica. Nella prima puntata e nella seconda puntata abbiamo scoperto che:

  • La chiesa cattolica ci costa quanto la casta dei politici, ovvero oltre 4 miliardi di euro/anno.
  • i soldi alla Chiesa non hanno affatto l’ampio ritorno sociale, che ci si attende e che viene abilmente promosso;
  • La CEI ha potere assoluto e incontrollato di spendere i fondi che le vengono assegnati, con implicazioni ricattatorie verso vescovi e diocesi “dissidenti”.
  • l’8×1000 viene distribuito con un meccanismo machiavellico che tiene solo in parte conto delle decisioni dei contribuenti.
  • L’unica fonte di informazione su questo tema è la pubblicità.
  • La Commissione Europea chiede conto dei privilegi fiscali del Vaticano e si sta arrabbiando.

L’inchiesta continua con la terza puntata, in cui si esamina il tema dell’ICI e si scopre che:

  • 1.000.000 di euro è la mancata entrata annuale dei comuni italiani (studi dell’ALICI basati su dati catastali lontani dal valore di mercato reale) a causa di un’esenzione fiscale illegittima e contraria alle norme europee sulla concorrenza (per oltre 400 milioni di euro) ed un’esenzione “unilaterale e da sempre” di immobili mai dichiarati ai comuni (circa 600 milioni di euro). Il milioncino viene recuperato dalle tasche dei cittadini contribuenti, ovviamente.
  • Nel 2004, la Corte di Cassazione ha giudicato illegittima la legge del ’92 sulle esenzioni dall’ICI e ha apportato una correzione sostanziale: sono esenti dall’ICI soltanto gli immobili che non svolgono ANCHE attività commerciale.
  • nel 2005 (dopo una reazione furibonda della Cei di Ruini) il governo Berlusconi ripristina l’esenzione totale dall’ICI per le proprietà ecclesiastiche a prescindere da ogni eventuale uso commerciale.
  • Nel 2006, dopo gli interventi della Commissione Europea sulla legittimità della norma, il governo Prodi dispone l’esenzione ICI per gli immobili che abbiano uso non esclusivamente commerciale: il 90 – 95 % delle proprietà ecclesiastiche continua a non pagare». Si noti che «non esclusivamente commerciale» nel diritto civile e tributario non ha senso, un’attività è commerciale o non lo è.
  • Nel 2007 Bruxelles chiede chiarimenti. Secondo il governo, la norma è chiarissima. Deciderà una commissione per studiarne le ambiguità (Presidente Tesauro). Tra qualche giorno si sapranno le conclusioni e la norma cambierà. Forse.
  • Buona parte dei fondi per il Giubileo (in totale circa 1.800.000 di euro) e delle quote 8×1000 sono serviti a ristrutturare gli edifici italiano che oggi fanno parte della rete degli istituti religiosi di accoglienza, che costituisce un impero alberghiero: dall’assistenza per l’ultimo viaggio, ad una grande agenzia di viaggi con ramificazione mondiale.

Infine, l’inchiesta puntualizza che la questione non sono gli stipendi dei preti pagati con l’otto per mille. Ma gli altri quattro miliardi che vanno prevalentemente alla “macchina di potere che influenza e condiziona l’economia, la politica, la vita democratica e a volte l’esercizio dei diritti costituzionali, fra i quali la libertà di stampa”.

Sotto questo aspetto, c’è da sottolineare l’imbarazzo aggiuntivo che dovrebbe provocare in qualunque cittadino laico il sapere che i soldi delle sue tasse finiscono per alimentare un sistema discriminatorio ed iniquo in cui le suore brigidine di piazza Farnese si alzano all’alba e lavorano dodici ore al giorno e non avranno mai né uno stipendio né la pensione, a differenza, comunque, dei preti sotto pagati.

Vai alle puntate successive: quarta.

Ecco il testo integrale dell’inchiesta.

Gli alberghi dei santi alla crociata dell’ICI

La chiesa non paga l’imposta sui fabbricati appellandosi a una legge del ’92 ma la Cassazione la giudica illegittima e l’UE ha messo l’Italia sotto processo

di Curzio Maltese

Una terrazza da sogno sul cuore della Roma barocca, sormontata dal campanile di Santa Brigida, con vista sull’ambasciata francese e perfino sull’attico di Cesare Previti. È soltanto uno dei vanti dell’albergo delle Brigidine in piazza Farnese, «magnifico palazzo del ’400» si legge nel depliant dell’hotel, classificato con cinque stelle nei siti turistici, caldamente consigliato nei blog dei visitatori, soprattutto dagli americani, per il buon rapporto qualità prezzo e l’accoglienza delle suore.
«Parlano tutte l’inglese e possono procurare lasciapassare gratis per le udienze del Papa» scrive un’ entusiasta ospite da Singapore sul portale Trip Advisor («leggi le opinioni e confronta i prezzi»). L’unico problema, avvertono, è trovare posto. Sorto intorno alla chiesa di Santa Brigida, quasi sempre vuota, l’albergo è invece sempre pieno . Prenotarsi però non è difficile. Basta inviare una email a http://www.isfitutireligiosi.org, il portale che raccoglie un migliaio di case albergo cattoliche in Italia, con il progetto di pubblicarle tutte nei prossimi mesi e «raggiungere accordi con i grandi tour operator stranieri per il lancio sul mercato internazionale». Oppure si può cliccare direttamente su brigidine.org, il sito ufficiale dell’ordine religioso fondato da Santa Brigida di Svezia, straordinaria figura di mistica e madre di otto figli, fra i quali un’altra santa, Caterina. Una notizia che in realtà dall’homepage delle brigidine non si ottiene. La biografia della fondatrice occupa solo poche righe. In compenso si trovano minuziosi dettagli sulla catena di alberghi («case religiose») gestiti dalle brigidine in 19 paesi, una specie di Relais & Chateux di gran fascino, per esempio il magnifico chiostro dell’Avana Vecchia, inaugurato da Fidel Castro in persona. Il prezzo di una camera a piazza Farnese è di 120 euro per la singola, 190 per la doppia, compresa colazione, maggiorato del tre per cento se si paga con carta di credito.
La Casa di Santa Brigida, quattromila metri nella zona più cara di Roma, più lo sterminato terrazzo, ha un valore di mercato di circa 60 milioni di euro ma è iscritto al catasto romano nella categoria “convitti”. E non paga una lira di lei.
Ogni anno i comuni italiani perdono secondo gli studi dell’Alici («basati su dati catastali lontani dal valore di mercato reale») oltre 400 milioni di euro a causa di un’esenzione fiscale illegittima e contraria alle norme europee sulla concorrenza. A questa stima vanno aggiunti gli immobili considerati unilateralmente esenti da sempre e mai dichiarati ai comuni, per giungere ad un mancato gettito complessivo valutato vicino al miliardo di euro annuali. Sarebbe più esatto dire che la perdita è per i cittadini italiani, perché poi i comuni i soldi mancanti li prendono dalle solite tasche. L’Avvenire, organo della Cei, ha scritto che bisogna smetterla di parlare di privilegio poiché esiste una legge di esenzione fin dal 1992. «.Un regime che non aveva mai dato problemi fino al 2004» conclude. È vero. Ma ha dimenticato di aggiungere che il “problema” insorto è la correzione della Corte di Cassazione. Un problema non da poco in uno stato di diritto. Al quale si è aggiunto quest’ anno un altro problemino. anticipato da “Repubblica”, l’inchiesta della commissione europea sull’intero settore dei lavori fiscali alla chiesa cattolica italiana, nell’ipotesi di “aiuti di Stato” mascherati. Con gran scandalo di alcune lobby parlamentari che hanno invocato la mano del papa contro Bruxelles.
Piccola storia della controversia. La legge del ’92 sulle esenzioni dall’ICI è stata giudicata illegittima dalla Cassazione, che nel 2004 l’ha così corretta: sono esenti dall’Ici soltanto gli immobili che «non svolgono anche attività commerciale». La sentenza come la precedente esenzione, si applicava a tutti i soggetti interessati. Oltre alle proprietà ecclesiastiche, non solo cattoliche, anche alle Onlus, ai sindacati, ai partiti, alle associazioni sportive e cosi via.
Ma l’unica reazione furibonda è arrivata dalla Cei: «Una sentenza folle». Perché? Forse perché è l’unico fra i soggetti interessati a possedere un impero commerciale: alberghi, ristoranti, cinema, teatri,librerie, negozi. «Il fenomeno ha avuto un’impennata prima del Giubileo» spiegano i tecnici dell’ Anci «ma negli ultimi dieci anni . espansione commerciale degli enti religiosi è impressionante». Una parte della montagna di soldi pubblici(3500miliardi di lire) stanziati per il Giubileo del 2000, più quote consistenti dell’otto per mille sono finite in questi anni in ristrutturazioni immobiliari che hanno trasformato conventi, collegi e ostelli in moderne catene alberghiere. Un po’ ovunque, come a piazza Farnese, le chiese si svuotano ma gli hotel religiosi si riempiono. Le ragioni non mancano: sono belli, ben gestiti, concorrenziali nei prezzi e possono far leva su una capillare rete di propaganda. La chiesa cattolica è oggi uno dei più potenti broker nel turismo mondiale, primo settore per crescita dell’economia. Si calcola che quaranta milioni di presenze all’anno per l’Italia e verso i luoghi di culto (Lourdes, Fatima, Czestochowa, Medjugorije…). In cima alla piramide organizzative, si trova la ORP (Opera Romana Pellegrinaggi), alle dipendenza del Vicariato di Roma e quindi della Santa Sede. L’attività è in larga misura esentasse, lCI a parte.
Sì capisce che la Cei di Ruini si sia mossa contro la «folle sentenza»,fonte di danni incalcolabili». Fino a ottenere dal governo Berlusconi il colpo di spugna per decreto. Un decreto che rovesciava la Cassazione e ripristinava l’esenzione totale dall’ICI per le proprietà ecclesiastiche, «a prescindere» (alla Totò) da ogni eventuale uso commerciale. E’ l’autunno 2005 e Berlusconi anticipa nei fatti alla Cei l’abolizione dell’Ici che sei mesi più tardi, all’ultimo minuto di campagna elettorale, avrebbe soltanto promesso a tutti gli altri italiani.
Fu un’esplosione di gioia—si legge nel sito della Cei — “cin, cin”, brindisi, congratulazioni, gratitudine per tutti coloro che si erano adoperati per l’approvazione di tali norme».
Passate le elezioni, alla nuova maggioranza si è riproposto il nodo dell’illegittimità della norma, sollecitata dai rilievi della Commissione Europea. E il governo Prodi l’ha risolto nel più ipocrita dei modi. Con un cavillo inserito nei decreti Bersani, vengono esentati dall’Ici gli immobili che abbiano uso «non esclusivamente commerciale». In pratica, secondo l’Anci, significa che «il 90 – 95 per cento delle proprietà ecclesiastiche continua a non pagare». In termini giuridici il «non esclusivamente commerciale» rappresenta un non senso, una barzelletta sul genere di quella famosa della donna incinta «ma appena un poco». Nel secolare diritto civile e tributario italiano il «non esclusivamente» non era mai apparso, un’attività è commerciale o non commerciale. Il resto è storia recente. Parte la richiesta di chiarimenti da Bruxelles il governo da un lato risponde che la «norma è chiarissima»e dall’altro istituisce una commissione per studiarne le ambiguità, voluta quasi soltanto dal ministro per l’Economia Tommaso Padoa Schioppa, europeista convinto. La relazione sarà consegnata fra pochi giorni, ma circola qualche riservata anticipazione. Il presidente Francesco Tesauro, dall’alto della sua competenza giuridica, difficilmente potrà avvalorare l’assurdità del «non esclusivamente» e quindi sarà inevitabile cambiare la norma.
«Qui nessuno, per intenderci, pretendete dal bar o dal cinema dell’oratorio» commenta il presidente dell’Anci. il sindaco d Firenze Lorenzo Domenici. Ma dagli esercizi commerciali aperti al pubblico, in concorrenza con altri, da quelli si. Abbiamo dato piena autonomia ai singoli comuni per trovare accordi con le cune locali e compilare elenchi attendibili». Ma una leale collaborazione nel separare il grano dal loglio, i templi dai mercati, insomma il culto dal commercio, da parte delle curie non c’è mai stata.
Nel marzo scorso, per far fronte all’espansione del settore, la Cei ha organizzato a Roma un mega convegno intitolato«Case per ferie, segno e luogo di speranza». Gli atti e gli interventi dei relatori, scaricabili dal sito ufficiale della Cei, compongono di fatto un eccellente corso di formazione professionale per operatori turistici, tenuto da esperti del ramo e commercialisti non solo molto preparati ma anche dotati di una capacità divulgativa singolare per la categoria. Una visita al sito è largamente consigliabile a qualsiasi laico titolare di un alberghi, pensioni, bar, ristoranti. Nelle molte e lunghe relazioni, fitte di norme civilisticofiscali, compare anche l’aspetto spirituale, alla voce swiftiana «Qualche modesto suggerimento per difendervi nel prossimo futuro da accertamenti ICI (anche retroattivi)». Si ricorda allora che «A) l’ ospite deve riconoscere la piena condivisione degli ideali e delle regole di condotta della religione cristiana; B) l’ospite deve impegnarsi a rispettare gli orari di entrata e di uscita; C) la casa per ferie metta a disposizione degli ospiti la propria struttura e personale religioso per un’assistenza religiosa oltre l’annessa cappella» e così via. A parte che a piazza Farnese ci hanno dato subito le chiavi per entrare e uscire quando volevamo, è la Cei stessa a ridurre la vocazione spirituale e dunque «non commerciale» degli alberghi religiosi a un espediente da commercialisti furbi per evitare gli odiati accertamenti. Eppure sono passati duemila anni da quando Gesù rispose ai farisei, il clero dell’ epoca, «date a Cesare quel che è di Cesare». Per finire, una precisazione penosa ma necessaria.
Da settimane l’informazione cattolica pubblica le tabelle degli stipendi dei preti, bassi come quelli degli operai, per «sbugiardare un’inchiesta fondata sulla menzogna». Ora. i salari dei preti non sono mai stati né saranno oggetto di questa inchiesta. Si può anzi essere d’accordo con gli organi della Cei nel sostenere che i sacerdoti sono una categoria sottopagata rispetto all’impegno profuso nella società. Per non dire delle suore, alle quali la Cei non versa un euro. Le sorelle brigidine di piazza Farnese, per esempio, si alzano all’alba e lavorano dodici ore al giorno, offrendo agli ospiti una cortesia e una dedizione che non s’imparano alla scuola alberghiera, eppure non avranno mai né uno stipendio né la pensione, a differenza dei preti. Ed è un’altra fonte d’imbarazzo laico dover contribuire con le tasse a un sistema tanto discriminatorio. La questione non sono i 350 milioni per gli stipendi prelevati con l’otto per mille, inventato per questo. Ma gli altri quattro miliardi che vanno altrove, in parte certo alle missioni di carità, in parte più cospicua dentro una macchina di potere che influenza e condiziona l’economia, la politica, la vita democratica e a volte l’esercizio dei diritti costituzionali, fra i quali la libertà di stampa.