15 ottobre 2011, una giornata di contrasti


Ieri era il 15 ottobre. Di mattina la riunione del Forum Diritti e Cittadinanza di SEL, per lavorare sul tema dei diritti delle persone LGBTQI, di pomeriggio la manifestazione dell’indignazione.

Al termine dei lavori del nostro forum, insieme a Corrada, Alessandra, Manuela, Fabrizio, Alessandro, Flaminia e Marinella, ci siamo attardati a smangiucchiare qualche cosa e poi ci siamo uniti al corteo all’altezza di Santa Maria Maggiore. Abbiamo percorso qualche centinaio di metri insieme alle compagne e ai compagni di SEL di Roma e di tutta Italia. Pochi metri in cui abbiamo cantato, saltato, partecipato, anche se io avevo già ricevuto avvisi da amici nei pressi del Colosseo che le cose non stavano andando bene. Poco dopo, infatti mi è arrivata la notizia degli incendi su via Labicana.

Poi ci siamo fermati esattamente all’angolo dell’albergo Palatino Mediterraneo, accanto all’autopompa dei vigili del fuoco che si vede in molti video. Lì hanno cominciato a scoppiare bombe carta e petardi piuttosto potenti. E improvvisamente il corteo è indietreggiato. Mi sono ritrovato solo con Flaminia e Marinella, in un attimo abbiamo perduto di vista tutti gli altri. Con loro ci siamo rifugiati sotto la tenda del ristorante accanto all’albergo, proprio sopra le scalette che portano a via urbana. E da lì abbiamo vissuto in prima persona la sequenza dell’invasione dei blacks, che sono arrivati da dietro, tutti vestiti di nero e con i volti coperti. In mano brandivano bandiere rosse arrotolate attorno a pesanti bastoni e manici di picconi, Baldanzosi e quasi in coorte.

Raccapricciante.

Erano gli stessi momenti in cui Enzo, del II municipio di Roma rimaneva ferito per allontanare un petardo dalla folla, proprio a pochi passi da noi. Rifugiati sotto la tenda, abbiamo visto i manifestanti cacciare i balcks nel cul de sac della scaletta sotto l’albergo. Lì, intanto avevamo radunato e cercavamo di rassicurare e proteggere un gruppo di persone molto anziane impaurite. Insomma ci sono passati faccia a faccia, anzi ci hanno quasi camminato sopra, per scappare lungo la scaletta (dove tra l’altro era rifugiata Corrada, come ci ha detto poi).

Non avranno avuto più di 25 anni, quelli che ho visto io. Con loro anche alcune ragazze. Li ho visti giustamente terrorizzati, anche loro, da una manifestazione che li espelleva, disprezzandoli e gridando loro tutta la rabbia dei diritti violati. Manifestare pacificamente è un diritto civile fondamentale (quante volte si è detto dell’innegoziabilità dei diritti, forse ieri abbiamo capito qualche cosa), quelle bestie ce l’hanno levato. Non sono solo da condannare, sono da prevenire, si poteva fare e non si è fatto. La Polizia non ha alzato un dito. Forse ha fatto bene, sarebbe bastato un attimo per scatenare una violenza cieca in quei 10 metri quadrati: loro erano una decina, forse poco più.

Noi centinaia.

Noi, siamo rimasti umani. Loro no.

La “danza del fuoco” attorno al blindato dei carabinieri in fiamme a S. Giovanni, ci dà la misura. Non li chiamo fascisti, ma essi sono stati peggiori.

Ma anche io ho rischiato di essere peggiore. Li ho guardati, praticamente inermi in quel buco in cui si erano cacciato e ho pensato: che ci vuole, prendiamo i MANICI DI PICCONE che reggono le loro BANDIERE ROSSE e corchiamoli di botte, poi voglio vedere che ca**o si ridono e dove finisce la loro boria di esaltati.

Per fortuna non è andata così. Ma loro non la pensano nella stessa maniera. loro usano le bombe carta e i petardi per seminare la paura, loro sfilano in formazione vestiti di nero, con i visi coperti, loro portano i bastoni, danno fuoco alle macchine, ai palazzi, distruggono quello che trovano. Loro sono dalla stessa parte del nemico che dicono di combattere e non lo sanno, o fanno finta di non saperlo. O forse lo sanno e gli sta bene così, perché è tutto più facile

Proprio di mattina parlavo di confini tra la barbarie e la civiltà. E’ bastato un pizzico di violenza (e una sostanziale disorganizzazione dell’ordine pubblico)  per impedire che una manifestazione pacifica con oltre 200.000 persone potesse svolgersi nella capitale della settima potenza del mondo (almeno così dicono). Ieri abbiamo vissuto i due lati della medaglia. La mattina a trovare la strada per rendere i diritti civili ed umani ancora più “organici” al programma e all’azione di SEL e il pomeriggio, pochi metri da dove eravamo la mattina a vedere quanto poco basti per polverizzarli. Ha ragione Jeanne Hersch quando dice che la lotta per i diritti non finisce e non finirà mai, perché la legge della natura, la legge del più forte, la violenza e la sopraffazione sono in agguato ad ogni angolo e non dobbiamo mai pensare di “avercela fatta”

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4 pensieri su “15 ottobre 2011, una giornata di contrasti

  1. Flaminia P. Mancinelli

    Caro Guido, una giornata che ricorderemo tutti.
    Vorrei solo aggiungere alla tua filosofa (Jeanne Hersch), una mia rilettura di stamani. Sono le parole che Bauman risponde a un’intervistatrice: “per la prima volta nella storia l’imperativo morale e l’istinto di sopravvivenza vanno nella stessa direzione. Per millenni per seguire la morale dovevi sacrificare qualche tuo interesse. Oggi gli obiettivi coincidono: o ci prendiamo cura della dignità di ognuno, nel pianeta, o moriremo insieme. E attenzione, non basta assicurare a tutti cibo e acqua: molte iniquità ieri tollerabili oggi non lo sono più, la modernità è arrivata, si è fatta conoscere in tre quarti del mondo, dunque tante ingiustizie prima ritenute “inevitabili” vengono avvertite come “inaccettabili”. Parecchi conflitti attuali non sono nati per il cibo, ma per la dignità offesa”.
    Un abbraccio e un sentito grazie per avermi “trascinata” in questa nostra splendida avventura politica, Flaminia

    Risposta
  2. Dario

    Caro Guido,
    che dire? Quel pomeriggio l’ho vissuto incastrato in via Biancamano, quella che sbuca in Via Emanuele Filiberto all’altezza di Pastarito. Allo sbocco della via non si poteva proseguire perché sulla destra c’erano gli schieramenti delle forze dell’ordine (in un primo momento davvero pochini) e alla sinistra gli schieramenti dei Black Block.
    Gli ho visti avanzare, tutti neri brandendo esattamente le rudimentali armi che hai descritto tu e usare violenza a destra e a manca. Ho visto ragazzi del corteo pregare e sollecitare il venditore di giornali a chiudere il suo baracchino per evitare che venisse distrutto… e più questi avanzavano, più le serrande dei negozi si abbassavano. Ho fatto giusto in tempo a infilarmi nella via che una pioggia di sampietrini e bastoni è iniziata a piovere verso la polizia che, nel frattempo, ci aveva raggiunto ed era pronta a “fare ordine”.
    Che scenario.

    Sai, non avevo ancora visto una cosa simile e tutto sommato lascia un po’ il segno. Sono contento di essere stato lì perché, dopotutto, fa parte del mio periodo storico e sentivo la necessità di esserci; tuttavia ne esco molto avvilito.
    Il pensiero che più mi gravita in testa è proprio la necessità di comprendere questo disagio – perché di disagio penso si tratti – : Cosa vogliono? Cosa offrono? Qual è il loro scopo? A cosa mirano?
    Ma Guido, quanti sono di quelli che dovrebbero interrogarsi in questo senso a farlo davvero? Quanti si pongono domande?
    E non è della retorica fine a se stessa, me lo domando e lo chiedo davvero con grande umiltà a chi ha un’esperienza più ampia dalla mia .

    Ho davvero il timore che, primo o poi, se di queste cose non ci si cura per davvero, in toto, in modo radicale ed efficace, ci si troverà davvero a brandire mazze e sampietrini per ogni cosa e che – temo ancora di più – ci sia davvero necessità che una sorta di rivoluzione simile avvenga.

    Un saluto, Dario.

    Risposta
  3. Allegrezza Autore articolo

    Vedi, Dario, vi sono molti soggetti che si stanno interrogando su quanto è avvenuto, proprio per capire di cosa si sia trattato. Come saprai sono anche nelle direzioni SEL regionale e dell’area metropolitana di Roma e noi gli interrrogativi ce li siamo posti.
    Ora occorre non solo capire che cos’è stato, ma soprattutto cos’altro sarà, proprio nella prospettiva che ti preoccupa di più.
    Certamente, quello che è successo sabato non è stato lo sfogo di una rabbia giovanile, ma la programmazione mirata all’esproprio della manifestazione, di cui, purtroppo rimane solo quello che l’Italia e il mondo hanno visto nelle dirette televisive: un’inaccettabile furia devastatrice.
    Ma in un paese civile e democratico (come ci insegnano le 999 piazze che non si sono incendiate) queste cose in una manifestazione pacifica di protesta non devono accadere.
    Io non credo che si tratti di disagio. Si tratta della volontà di segmenti precisi della società di imporre una visione del mondo con metodi non democratici. In realtà, separando il programma dell’appello a manifestare, dai violenti, appare una critica specifica si al sistema attuale, ma del tutto priva di riflessioni sull’alternativa, o almeno sull’alternativa praticabile. Questo vuoto ha lasciato il campo a chi si è voluto impossessare di quella che nelle intenzioni doveva essere un’occupazione pacifica della città. Manca poco ci ritroviamo con una nuova marcia su Roma.
    E i violenti che cosa propongono? In realtà, la loro cura è peggiore del male. Un società violenta e aggressiva è la soluzione? E’ lì che troviamo la soluzione alla sostenibiltà della crescita? E’ lì che troviamo la nuova linfa della democrazia?
    La violenza non è necessariamente un male. Tagliare la testa al re, ha cambiato la storia. Ma lì c’era la ribellione di un intero corpo sociale e non di una frangia. In Argentina la violenza popolare ha cambiato il corso della storia. Dunque, le rivolte, le rivoluzioni di per sé sono atti violenti, ma sono atti di massa e non lo sfogo di un disagio di frangia, che non può che portare al rischio dell’autoritarismo repressivo e dello stato di polizia (immediate le reazioni delle componenti più conservatrici della politica, dalla destra al centro sinistra)
    Dunque, adesso la sfida è alla società: la reazione non può che essere di maggiore civiltà e di progresso, proprio per tagliare le gambe alla violenza fine a sé stessa. Altri sbocchi non ne vedo, o almeno preferisco non prefigurarli perché sarebbero drammatici e forieri di gravi peggioramenti.

    Risposta

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