D’Alema scivola sui diritti e cade a destra, costruendo una “gerarchia dei diritti” che non appartiene al pensiero della sinistra moderna
In un’intervista che gli fa Zoro qualche giorno fa, Massimo D’Alema esterna in tema di matrimonio per le coppie gay e non ne azzecca una. E nella migliore delle tradizioni proverbiali, il rimedio è peggiore del male. In un incontro con i presidenti di Arcigay e Ariclesbica Nazionali (Paolo Patanè ed Elisa Mancini) alla festa del PD a Bologna, liquidava la faccenda formulando le sue scuse per un equivoco. Un giochino retorico cui ci hanno abituato anni di esternazioni e smentite di Berlusconi (che però, invero, non chiede mai scusa, perché è sempre colpa di qualcun altro.
Al di là delle imprecisioni e delle leggerezze che riguardano il matrimonio civile fra persone dello stesso sesso, le unioni civili e via discorrendo, D’Alema compie un’operazione che non solo è reazionaria, ma è esageratamente sbilanciata, direi pericolosamente, a destra. Il riferimento è alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU.
Infatti, opera una doppia forzatura nella definizione delle priorità, introducendo una gerarchizzazione arbitraria nella categoria dei diritti civili che va ben oltre la “discriminazione” delle persone LGBTQI. Asserisce infatti che in tempi di crisi oppure rispetto a chi ha un credo religioso, vi possono essere diritti condizionati allo stato generale del Paese, alla sua situazione politica, allo stato dell’economia o al disturbo che si può arrecare alle tradizioni. Oggi tocca al riconoscimento dei diritti civili per le persone LGBTQI, domani potrebbe toccare ai diritti di cittadinanza per gli immigrati (pericolosissima la deriva verso gli immigrati di religione islamica), dopodomani ai diritti del bambino, della madre, della donna e degli anziani. Una riflessione molto più attuale di quanto si possa immaginare, perché è del tutto evidente che la contrazione della spesa pubblica e la conseguente stretta sui servizi di assistenza, cura e istruzione, sarà pagata dalle donne, dalle madri, dai bambini che non avranno posto negli asili nido, dagli anziani. Insomma, in parole povere, il welfare sarà “scaricato” sulle spalle delle categorie alle quali saranno sottratti i sostegni e che storicamente pagano per primi non essendo “produttivi”.
Jeanne Hersch, nel breve e bellissimo saggio I diritti umani da un punto di vista filosofico, ci ricorda che i diritti umani non appartengono alla realtà fattuale, alla natura, che la natura non conosce il diritto né i diritti. Ci ricorda dunque, che i diritti umani sono, forse, il punto più alto cui può arrivare la civiltà umana. Un punto che è come una pallina da ping pong su uno zampillo d’acqua: oscilla perennemente sostenuta da una forza esterna che nel tempo ha intensità diverse.
Attraverso il riconoscimento e la tutela dei diritti lo Stato attua il riconoscimento di un essere umano nel suo assoluto e nella sua capacità di libertà, individuale ed in rapporto agli altri.
Segmentando i diritti umani, mettendoli in ordine di priorità, si opera una discriminazione, si gerarchizza la libertà. A chi i diritti sono garantiti, si dice “tu sei una persona libera”, chi invece non ha gli stessi diritti è una persona meno libera, diversa, dunque discriminata legalmente di fronte allo Stato, alla comunità, alla cittadinanza e alla legge.
Istituire una gerarchia fra le persone e dunque fra le loro libertà è l’essenza stessa del pensiero di destra. E’ la strada attraverso la quale, se nessuno si chiede “Dove stiamo andando? Che cosa stiamo facendo?”, si arriva allo sterminio della Shoah, alle stragi, alle pulizie etniche. Orrori che vorremmo non aver mai conosciuto, ma di cui sappiamo e dobbiamo sapere riconoscere i sintomi i prodromi.
Un uomo di sinistra non può tollerare la gerarchizzazione dei diritti umani, né può accettare che essi siano condizionata alla ragione economica, ad una crisi finanziaria o peggio ad un credo religioso.
Dunque, quello che ci dobbiamo domandare e la questione che dobbiamo porre al Partito Democratico che si colloca “naturalmente” al centro sinistra dello schieramento politico è se è coscente o almeno è disposto a discutere del fatto che vi sono personalità di grande rilievo al suo interno che si stanno collocando all’esterno del campo che storicamente disegnamo attorno alla sinistra. Se si rende conto che D’Alema sta facendo compiere al Partito Democratico una stambata politica a destra (sarei tentato di parlare di stramberia, se non si trattasse di faccenda serissima).
Personalmente, dopo le affermazioni di D’Alema sulla priorità della crisi rispetto ai diritti (che si badi, se proprio si vuole stare sullo stesso piano che innalza D’Alema, allo Stato costerebbero poco e niente, ma non è questo il terreno su cui voglio stare), da persona di sinistra, non posso più accettare che egli e chi come lui si colloca, si possa definire a sua volta una persona di sinistra, né di centro sinistra e meno che mai moderato. Quelle poche parole, quell’atto semplice e pericoloso di stabilire una gerarchia dei diritti umani lo colloca inesorabilmente nel versante della destra reazionaria e non della sinistra progressista.
Il PD, per la sua forza e per quel che rappresenta dovrebbe sentire impellente il bisogno di aprire un dibattito al suo interno e chiamare l’intera sinistra a discutere sul tema dell’interezza della cittadinanza, sul livello di civiltà che vuole proporre a questo paese, sul posto che, in un pensiero di sinistra moderno, hanno i diritti civili e dunque anche il welfare, troppo rapidamente sacrificato sull’altare della finanza internazionale, con la benedizione di personalità che militano nel PD o che addirittura si pensa di candidare alla guida dello Stato.
Infine, e mi si perdoni la lunghezza, credo opportuno che si faccia un po’ di chiarezza, ad uso di D’Alema e di una sua eventuale “redenzione”, sui temi specifici che riguardano la comunità LGBTQI, le sue rivendicazioni e le sue posizioni.
Storicamente, il matrimonio nasce come un negozio giuridico di tipo specifico; nel diritto romano (se la memoria non mi inganna) si chiamava coniugio, ma pre-esisteva ed è sempre stato un istituto CIVILE, destinato a garantire la successione per via parentale (matrimonio, letteralmente cessione, trasferimento della madre).
Il matrimonio religioso (già precedentemente esistente in forme di rito di consacrazione a vario titolo) nel cristianesimo assume valore di sacramento, limitatamente a chi accetta o si riconosce nel diritto canonico. Quindi, pur essendo una tradizione radicata, non è un valore assoluto, ma vale solo per chi condivide il culto, tanto che, se non è pronunciato con le dovute formule, per lo stato non esiste. Nell’ambito del diritto ecclesiastico (ovvero di quella parte delle norme e della dottrina giurisprudenziale che riguarda i rapporti tra l’ordinamento canonico e quello italiano) si individua, a riprova, il matrimonio concordatario, ovvero religioso con effetti civili, che, essendo celebrato anche sulla base del rituale civile, è riconosciuto avere valore per lo stato.
La richiesta di estendere il matrimonio civile anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso è un punto principale delle rivendicazioni del mondo LGBTQI, sostenuto dall’assoluta maggioranze delle associazioni nazionali e locali dell’universo LGBTQI. Al contrario, il matrimonio religioso per le coppie formate da persone dello stesso sesso non costiuisce una richiesta di questo movimento e di essa non c’è alcuna traccia in nessun documento di rivendicazione. E’ però opportuno sottolineare (e rendere noto ai vertici del PD) che le confessioni cristiane non cattoliche romane (Valdesi, Luterani, Vetero Cattolici, ecc.) celebrano rituali specifici di benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso che non hanno nessun effetto civile, ma che, per chi appartiene a quelle confessioni, hanno il valore di un sacramento celebrato davanti alla divinità.
Infine, è opportuno sottolineare e ricordare che le forme di regolarizzazione delle unioni non fondate sul matrimonio (indipendentemente dalla finalità e dal sesso dei contraenti) riguardano tutta la cittadinanza e non solo la comunità lgbtqi, trattandosi di un’opzione che ad oggi non è contemplata per nessuno, né per le coppie di sesso diverso né per le coppie dello stesso sesso.
Al solo scopo di precisare meglio quanto le informazioni su cui si basano le opinioni di D’Alema siano lontane dalla realtà, le rivendicazioni principali del mondo lgbtqi in Italia, limitatamente al diritto di famiglia, possono essere così sintetizzate (anche alla luce dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, che smentisce le posizioni di D’Alema e dei dalemiani):
-
estensione del matrimonio CIVILE alle coppie dello stesso sesso (si veda il richiamo al legislatore della corte costituzionale sul tema);
-
introduzione di uno o più istituti di normazione delle differenti forme di unione che lo stato intende riconoscere, indipendentemente dal sesso dei partecipanti all’unione;
-
adozione per i single e per le coppie dello stesso sesso formate secondo le norme indicate dal codice civile, in tutti i casi in cui ricorrano i presupposti ed i requisiti di idoneità e di compatibilità fra i genitori e il bambino;
-
riconoscimento della genitorialità omosessuale all’interno delle unioni/coppie di persone dello stesso sesso.
Guido Allegrezza
SEL Lazio, Diritti civili ed umani


Praticamente mentre scrivevo queste riflessioni, D’Alema incontrava Paolo Patanè (Presidente Arcigay Nazionale) e Elisa Mancini (Presidente Arcilesbica Nazionale) alla festa del PD a Bologna e si liquidava l’intera faccenda delle esternazioni dalemiane con le sue scuse per un equivoco.
Ciò che preoccupa sono gli ulteriori chiarimenti del D’Alema pensiero che non fanno che corroborare le mie preoccupazioni. Se deriva a destra è (e per fortuna lo considero ancora un rischio, grave ma pur sempre un rischio e non una certezza) non bastano le scuse per chiudere la faccenda. La leggerezza delle dichiarazioni di D’Alema e la sbrigativa conclusione a “tarallucci e vino” non vanno bene. Il PD, per la sua forza e per quel che rappresenta dovrebbe sentire impellente il bisogno di aprire un dibattito al suo interno e chiamare l’intera sinistra a discutere sul tema dell’interezza della cittadinanza, sul livello di civiltà che vuole proporre a questo paese, sul posto che, in un pensiero di sinistra moderno, hanno i diritti civili e dunque anche il welfare, troppo rapidamente scrificato sull’altare della finanza internazionale, con al benedizione di personalità che militano nel PD o che addirittura si pensa di candidare alla guida dello Stato.