Archivio Mensile: settembre 2010

LGBTIQ: cittadini dimezzati, come tanti altri

Vi è un luogo, virtuale, in cui parte della comunità LGBTIQ discute di questioni di fondo e cerca di informarsi a vicenda. In quell’ambito, si è aperta una discussione, non banale, sulle esigenze delle persone transessuali ed intersessuali (per intenderci, parliamo di identità sessuale) e sulla loro posizione all’interno della comunità LGBTIQ e del movimento (che senza di loro diventerebbe LGBQ, con qualche riserva, non mia sulla Q).

Non voglio entrare nel merito della diatriba, ma sollevare lo spunto per una riflessione sul tema più generale della “piena cittadinanza”. Un mainstream nel quale il problema dell’unità della comunità (prima ancora che del movimento) “affonda” e trova maggiore respiro in un’impostazione che vede le rivendicazioni relative all’orientamento affettivo e sessuale e all’identità di genere parte necessaria ed inscindibile di una visione complessiva.

In estrema sintesi la questione della pienezza della cittadinanza ovvero della cittadinanza dimezzata, si pone rispetto a milioni di cittadine e cittadini che vivono una condizione di debolezza fisica, psicologica, sociale, economica o giuridica e spesso sono esposti a forme di violenza o di repressione, che si acuiscono proprio oggi che le risorse economiche scarseggiano ed i servizi vengono drasticamente ridotti, accollando alle famiglie e agli individui che sulle famiglie non possono contare l’onere dell’ingiustizia e dell’iniquità che spesso, troppo spesso, sono insopportabili.

Stiamo dunque parlando di omosessuali bisessuali intersessuali transessuali e trans gender, dei migranti che vivono nella disperazione dell’illegalità, del “soffitto di vetro” che impedisce alle donne di crescere sul lavoro e nella società, di chi è diversamente abile, di bambine e bambini esposti al rischio pedofilia o a cui sono negati gli affetti familiari, di persone anziane o malate o bisognose di cure. Tutti “cittadini a metà”. E certamente l’elenco non è esaustivo.

Rispetto a questo tema, io sono profondamente convinto che anche le persone LGBTIQ debbano coordinarsi con chi subisce analogo destino, a causa di altri flagelli, in un processo di reciproco riconoscimento e supporto vicendevole e solidale, altrimenti il rischio è di rimanere confinati in un ghetto che si finisce per costruire da soli. Così come le donne dovrebbero lottare (lo fan già, ma non basta o non bastano loro) per sfondare il “soffitto di cristallo” e la comunità LGBTIQ unirsi a loro per aiutarle, la stessa comunità LGBTIQ dovrebbe abbattere il muro interiore e collettivo che costruisce giorno dopo giorno e che la separa (politicamente) da chi, invece, dovremmo riconoscere come “compagni di lotta” (in questo senso, la parola compagni non ha perduto nulla del suo valore storico) e come tali pensare ed agire politicamente.

Mi spiego meglio con un esempio non esaustivo: un movimento LGBTIQ organizzato a livello nazionale, dovrebbe essere in contatto ed in scambio costante con i soggetti associativi che operano sui temi della discriminazione al femminile e con essi concordare iniziative politiche comuni, in modo che alla società e alla politica istituzionale si lancino chiari messaggi di “saldatura” di quella che potremmo definire (pur con qualche forzatura) la “classe discriminata”. In questo, senso, di nuovo, la “lotta di classe” assumerebbe un valore attuale e darebbe nuovo respiro e maggiore prospettiva sia alla comunità LGBTIQ, sia ai “cittadini dimezzati”.

Se la comunità LGBTIQ accetta questa impostazione, dovrà attivarsi complessivamente per creare le “sinapsi” indispensabili per costruire la rete sociale e politica e per arrivare a quella “saldatura” di cui parlavo prima. Si tratta dunque di una prospettiva diversa, orientata alla rimozione delle discriminazioni verso chi è “debole” in senso lato, e non verso una categoria o l’altra.

PRECISAZIONE

Nel testo di questa nota non sono nominate tutte le persone che, per un motivo o per l’altro vivono una situazione di precarietà (lavorativa, abitativa, ecc.), ovvero di temporaneità della loro condizione di cittadini dimezzati.
Non intendevo trascurarli, ma siccome la riflessione prende spunto da un elaborato che intende integrare il documento fondativo di SEL, il tema della precarietà lavorativa in quel documento è ampiamente trattato nella sezione che riguarda il lavoro.

Roma Pride 2010: quanto costa un Pride?

Il comitato di associazioni e persone che ha dato vita al Roma Pride 2010, fra le altre cose, aveva promesso di rendere pubblico il bilancio dell’iniziativa. Nella linea della trasparenza, si tratta di una novità di un certo rilievo, sorpattutto perché l’impegno assunto è stato rispettato: da oggi è disponibile sul sito del Roma Pride 2010 il bilancio di sintesi (scaricabile qui, in pdf). Ora sappiamo che il Roma Pride 2010, di costi diretti e vivi è costato circa 23.000 euro.

Ringraziando chi ha completato l’analisi del dettaglio dei dati e soprattutto che si è sobbarcato una parte notevole della fatica organizzativa (oltre all’intero comitato, DGP e Arcigay Roma, insieme a tutt* le/i volontar*), vorrei riportare i dati principali ed esprimere alcune osservazioni:

Spese 22.846 €

Service e strutture: 5.913 €
Concessioni e autorizzazioni: 3.696 €
Produzione di contenuti e materiali: 5.997 €
Pubblicità: 7.240

Entrate 22.846€

Raccolta fondi (lotteria e donazioni personali): 2.150 €
Donazioni dai Pride party: 5.450 €, così ripartite
- Gay Village 4.000 €
- EMC 1.000 €
- Bear Monday 300 €
- Frutta e verdura 150 €
Quota a fondo perduto Arcigay Roma: 8.100 €
Quota a fondo perduto Dì Gay Project: 7.146 €

Quel che salta immediatamente all’occhio è che l’onere maggiore è stato sostenuto dalle due associazioni principali per un ammontare di circa il 70% e che le quote raccolte con le donazioni individuali sono state pari a poco più del 40 % di quelle raccolte dalle donazioni degli incassi dei party (le quali sono massimamente provenienti dalla donazione del Gay Village). Dunque, evidenzierei una discreta “generosità” dei sottoscrittori individuali (e di chi ha messo a disposizione il premio della lotteria), che risulta essere un fatto del tutto nuovo e che spero possa in futuro assumere un’importanza crescente, segno evidente (in quanto tangibile) della disponibilità (almeno di portafoglio) a dare qualcosa per un progetto comune.

Infine, è evidente che i costi di questa manifestazione sono assolutamente rilevanti e richiedono la disponibilità di fondi che solo organizzazioni consolidate possono mettere a disposizione. Le stesse che potrebbero costituire un programma di fund raising mirato e sottoporlo ad aziende interessate a svolgere il ruolo di sponsor.

Fini: Avanti, a destra!

E alla fine Fini ha detto la sua e ha “seppellito” il Cavaliere e il berlusconismo. Anzi, diciamo che ha messo in moto l’escavatore per seppellirli, dato che gli ci vorrà il resto della legislatura per riempire la fossa e pareggiare ben bene il terreno, prima di annaffiare e far crescere il praticello della nuova destra italiana, fatta di ammiccamenti al sociale, tutela della famiglia e forti legami con i conservatori europei. Infatti, sarà una destra conservatrice, non una destra popolare. Almeno è questo quello che io penso.

In estrema sintesi, nel suo discorso di Mirabello, Gianfranco Fini punta su alcuni aspetti:

  1. chiarisce che non è uscito dal PDL, ma che ne è stato, di fatto estromesso;
  2. rivendica il diritto al dissenso e alla critica (e glielo ricorderemo parecchie volte);
  3. segna la distanza dalla Lega, la formazione neofascista e populista che ancora il PDL al suo destino, marcando di fatto il superamento definitivo di ogni nostalgia fascista e post fascista e mettendo una bella pietra sopra sulla questione che riguardo a lui e alla sua formazione difficilmente potrà essere riaperta;
  4. assume dunque la missione di costituire una destra moderna, liberale, laica e riformista, che piacerà moltissimo agli italiani, appena si saranno accorti che Berlusconi e tutta la sua cricca sono al capolinea;
  5. rilancia sulla questione economica, mettendo in evidenza il ridolo della mancata nomina del nuovo ministro dello sviluppo economico, richiamando la necessità fra un nuovo patto fra il capitale ed il lavoro, un nuovo patto fra generazioni ed infine puntando sulla necessità di sostenere e incoraggiare la famiglia (non lo dice, ma direi che si dà per sottinteso che si tratta di quella tradizionale: diadica ed eterosessuale)
  6. Esprime una “questione morale” che mette sulle spalle del PDL un macigno di proporzioni inaudite, pur alleggerendo con le dichiarazioni sulla necessaria tutela di Berlusconi (ma vedremo nei prossimi giorni che piega prenderà questo tema, non temete)

Ritengo che i punti 3 e 4, ovvero quelli sul tentativo di costruire una destra italiana non post fascista, ma in linea con il conservatorismo di stile europeo, siano di gran lunga i più interessanti. Esso, infatti, costituisce un pericolo mortale per il PDL, ma anche per la Lega, che rischiano, anche in una competizione elettorale “estemporanea” di perdere parecchio consenso in favore di FLI (futuro e libertà per l’Italia). Non solo, ma una destra di questo tipo, rappresenterebbe un avversario di alto livello anche riguardo alla sinistra, che potrebbe finalmente riprendere il suo cammino evolutivo e scrollarsi di dosso la morchia dell’anti-berlusconismo ed elaborare quella visione moderna, laica, inclusiva e di progresso che ci si aspetta da lei. Invero c’è chi ci prova, pur da posizioni scomode e disagiate, come dimostra la lettura del documento congressuale di Sinistra Ecologia Libertà, che fra poche settimane si riiunirà per la costituzione ufficiale del nuovo partito.

Ma il problema è veramente la legge elettorale?

(pubblicato anche sul sito nazionale di SEL)
Da giorni è ricominciato il tormentone sulle elezioni. Da giorni si straparla della certezza che a marzo del 2011 si tornerà a votare. Da giorni ci si diletta, oziosamente, sulla legge elettorale: il modello tedesco è il più adatto, quello francese si porta di più, e via così, insensibili al tema profondo. Facendo conto che tutto sia a posto e che sotto, ma sotto sotto, non ci sia nulla di cui discutere.

Invece, non è affatto così. Il tipo di legge elettorale è soltanto l’ultimo aspetto di una questione decisamente più complessa, sulla quale si dà per scontato che non vi sia nulla da dire: il modello della RAPPRESENTANZA PARLAMENTARE, ovvero chi portano in parlamento le elezioni?

Intanto, ci sarebbe da chiarire un punto essenziale. Allo stato attuale dei fatti, la colazione di centro destra fa perno sul PDL. A sinistra non esiste una coalizione, ma l’autosufficiente PD. Stiamo parlando, dunque, dei  due maggiori partiti che, al di là delle coalizioni, oggi costituiscono una rappresentanza maggioritaria. Sono soggetti politici che, pur proclamando differenti valori, servono la stessa pietanza avvelenata. Sono entrambi la mano politica di enormi sistemi di potere economico e finanziario che, conquistato il controllo del parlamento da almeno una quindicina d’anni, tengono in scacco il Paese (solo per fare un esempio: il sistema radio-televisivo, cinematografico e della pubblicità è saldamente controllato da aziende che sono punti di riferimento del PDL – Fininvest, Mediaset, Pubblitalia, ecc. il sistema di distribuzione e di controllo dei prezzi degli alimenti è saldamente nelle mani di 4 o 5 grandi centrali acquisti della grande distribuzione organizzata, prevalentemente vicine all’area politica del centro sinistra). E questo accade al di là delle ideologie e degli schieramenti. In altre parole, lo stesso sistema di capitalismo aggressivo (ma diventato molto furbo) si esprime attraverso due colossi politici, con il risultato che dicevo prima: il totale blocco del sistema politico, ormai in scacco ed incapace di rinnovarsi.

Il tema vero della questione politica e della rappresentanza parlamentare, attraverso ANCHE la legge elettorale, si pone dunque in maniera decisamente diversa. Se i due maggiori partiti soffrono di questi condizionamenti di carattere sistemico (o forse non ne soffrono affatto, dato che ne sono figli), non hanno nessun un reale interesse a portare in parlamento una rappresentanza realmente  popolare ed espressione dei ceti (una volta avremmo detto classi), ma a mantenere lo status quo, pur nei cambiamenti che si rendono necessari di volta in volta (e non occorre qui citare Tomasi di Lampedusa, sul senso dei cambiamenti proposti), in nome del mito della governabilità.

Se questa impostazione convince, allora il problema delle legge elettorale assume una rilevanza quasi marginale, essendo più importante individuare il sistema di assicurare una selezione elettorale che sia realmente rappresentativa delle persone e del loro pensiero, piuttosto che delle volontà ingessate delle segreterie dei partiti. Non solo, dopo aver accennato al secondo aspetto del problema (cioè le modalità di selezione dei candidati per le liste, ovvero del ruolo che i partiti svolgono nella “scrematura” della rappresentanza), mi sembra quasi una banalità dire che il terzo grande elemento che determina la formazione delle rappresentanze parlamentari è lo stato del sistema dell’informazione.

Venendo alla situazione italiana, appare del tutto evidente che, essendo l’informazione sostanzialmente polarizzata attorno alla televisione (quindi largamente sotto il controllo di una ristretta oligarchia) ed avendo i partiti intrapreso la strada delle liste blindate (per le motivazioni che ho detto prima) un modello maggioritario (possibilmente con il rafforzamento dei poteri del presidente del consiglio dei ministri, fino a farlo diventare un cancelliere o un primo ministro di tipo europeo)  costituisce la formula vincente. In questa situazione, al di là della favoletta della governabilità, ampiamente smentita dalle vicende che hanno colpito sia le maggioranze di centro destra che di centro sinistra, negli ultimi anni si è dunque arrivati alla situazione intollerabile (per chi sente la democrazia popolare come un valore) in cui dal parlamento sono sistematicamente escluse le formazioni sociali che sono espressione di chi non è favorevole alle grandi ammucchiate di coalizione, che, come argomentato prima, tendono a garantire il permanere dell’enorme potere condizionante dell’economia e della finanza sulla politica (anzi per essere più precisi sul sistema che crea le regole, qualunque esso sia).

Quindi, nella prospettiva di restituire ai partiti il ruolo che storicamente gli appartiene e gli è proprio (selezione delle candidature, connessione fra l’attività parlamentare e l’elettorato) e di garantire in parlamento una rappresentanza di carattere popolare e non di tipo puramente “economico”, ritengo che il tema dovrebbe essere affrontato in una prospettiva diversa, portando avanti una proposta seria, coraggiosa e comprensibile, sostanzialmente articolata in una serie di punti chiave:

  1. proporzionale perfetto, senza possibilità di premi di maggioranza, pur mantenendo la possibilità (che però diventa politica e non elettorale) di costituire coalizioni e sistemi di alleanze prima delle elezioni;
  2. collegi molto più piccoli di quelli oggi utilizzati, in modo che i candidati e gli eletti mantengano un contatto stretto ed una effettiva presenza sul territorio;
  3. primarie obbligatorie per la formazione delle liste elettorali, sempre per obbligare i partiti ad un confronto stretto con il territorio e con l’elettorato;
  4. reintroduzione delle preferenze, per dare agli elettori una reale possibilità di selezione;
  5. la propaganda politica sui mezzi di comunicazione di massa pubblici e privati nei 3 MESI PRECEDENTI ALLE ELEZIONI  può avvenire esclusivamente in spazi RIGIDAMENTE uguali e paritetici per tutte le formazioni che si presentano;
  6. la propaganda politica mediante affissione deve essere svolta secondo le norme vigenti e le multe in caso di trasgressione NON POSSONO ESSERE SANATE.
  7. la propaganda politica su internet è libera.