Archivio Mensile: agosto 2010

SEL: scegliere le liste con le primarie

(pubblicato, con dibattito, anche sul sito nazionale di SEL)

Di fronte alle laceranti spaccature nel centrodestra che stanno portando alla paralisi del governo e ad una grave crisi istituzionale, il dibattito nei gruppi dirigenti del centrosinistra resta asfitticamente incentrato sul come evitare le elezioni e ancor più quelle primarie di coalizione che consentirebbero di affidare la scelta del candidato premier al popolo del centrosinistra, sottraendola appunto alle tattiche ed agli accordi tra partiti.
Si invoca un governo tecnico con la motivazione che la legge elettorale attualmente in vigore sia inaccettabile e vada cambiata. Siamo del tutto d’accordo sul giudizio in merito alla legge elettorale, e speriamo che tutti i partiti del centrosinistra facciano tutto il possibile per ottenere la sua modifica. Ma se non ve ne saranno le condizioni, e se davvero i dirigenti del centrosinistra ritengono inaccettabile la sottrazione della scelta dei propri rappresentanti al “popolo sovrano”, esiste un modo semplice per restituire questo diritto ai propri elettori: affidare la scelta dei candidati al parlamento a primarie aperte che consentano di comporre le liste bloccate secondo l’ordine dettato dalle preferenze raccolte alle primarie.
A favore di questa logica e naturale soluzione si sono già espressi autorevoli esponenti del centrosinitra. Sinistra Ecologia Libertà può e deve dare un forte segnale esprimendosi subito a favore di questa scelta, impegnando in primo luogo se stessa a scegliere i propri candidati alle elezioni politiche, e comunque sempre laddove non sia prevista la possibilità di esprimere le preferenze, attraverso lo strumento delle primarie aperte.
Questa assunzione di responsabilità consentirebbe a SEL non solo di evidenziare la propria capacità di porsi come soggetto politico realmente innovativo – e porsi anche in questo caso come “sparigliatore’” di vecchi metodi e logiche  - ma anche di rafforzare ulteriormente la possibilità che si costruisca una nuova coalizione di centrosinistra in cui, attraverso le primarie, il potere di scelta su nomi e contenuti sia definitivamente affidato alle persone, a quel popolo che ha già dimostrato più  volte maggiore generosità, saggezza e spirito unitario di quanto abbiano fatto coloro che si
trovavano ai vertici dei partiti.
Si tratterebbe, dunque, di un’importante e positiva spinta per il percorso avviato da Nichi Vendola, la cui candidatura alle primarie sta riscuotendo sempre maggiore consenso proprio per la sua capacità di rappresentare un vero cambiamento non solo delle idee e dei programmi, ma anche delle pratiche politiche.

Proponiamo quindi che la scelta dei/delle candidati/e di SEL alle elezioni basate su sistemi di voto che non consentano l’espressione di preferenze, avvenga sempre attraverso il metodo delle primarie aperte e che tale principio venga inserito nello statuto che verrà approvato dal congresso del prossimo ottobre.

Guido Allegrezza, Fabio Bonanno, Luana Di Molfetta, Nazzareno Pilozzi, Ileana Piazzoni, Davide Santonastaso, Giancarlo Torricelli

Movimento LGBTIQ: dagli slogan ai valori

Scrive Marco Alessandro Giusta (e io sintetizzo in calce, sperando di non alterare il suo pensiero) alcune argomentazioni nelle quali mi trovo perfettamente a mio agio  e che appoggio pienamente, essendo esse fortemente confinanti con le mie opinioni più volte espresse per iscritto e a parole, in differenti (e comunque poche) occasioni di dibattito.

A quanto scrive Giusta, vorrei aggiungere che, proprio a partire dagli slogan si può trovare una sintesi comune, anche se difficilmente ci arriveremo in tempi brevi (invecchiando, divento pessimista).
In realtà, orgoglio della diversità e ricerca dell’uguaglianza, così come liberazione sessuale e sessualità consapevole non sono altro che le facce contrapposte di una stessa medaglia. Uno slogan è necessariamente sintesi di un pensiero ed un pensiero è necessariamente figlio dell’epoca in cui viene elaborato.

Attorno agli anni ’60-’70 l’intera civiltà occidentale era percorsa dall’esigenza della liberazione: dei costumi sessuali, delle minoranze relegate ad un apartheid reale e di quelle neglette in un apartheid fatto di pregiudizi e di ipocrisia sociale. Una liberazione che era l’esigenza espressa dalle persone che nascevano agli sgoccioli della dittatura fascista e che si emancipavano nelle aule delle università, contagiando anche le scuole di grado inferiore. Si potrebbe forse parlare di un sano “furore liberatorio”, quasi un’iconoclastia degli orrori della guerra, delle dittature e del pregiudizio fatto dimensione e regola sociale (vizi privati e pubbliche virtù).

E quindi, necessariamente, in quell’epoca in cui nasceva, il movimento era innestato fra la contestazione studentesca, il femminismo e la nascente violenza terrorista. In quelle condizioni, dunque LIBERAZIONE (sessuale si, ma non solo, dunque) era espressione giustamente attuale, forte, evocativa, emozionante e soprattutto sintesi di una volontà di cambiamento diffusa, che permeava sottilmente, ma inesorabilmente tutta la società, a partire dagli strati più “giovani”, su su verso quelli più agé.

Non solo. Proprio ripartendo da quella che era la società negli anni ’50 e ’60 (quindi poco prima dell’esplosione dei movimenti), nella quale i ruoli (non solo quelli legati al genere sessuale maschio-femmina, uomo-donna, padre-madre) erano vere e proprie gabbie e le società si reggevano sull’UNIFORMITA’, ovvero sul conformismo, nasceva il senso l’attenzione ed il rispetto per la diversità. Una diversità che i Lumi avevano già sancito essere l’essenza del processo di selezione naturale (sintomo della capacità di adattamento e dunque di sopravvivere: non sopravvive chi è più forte, ma chi è più capace di adattarsi all’ambiente), ma che non entrava nella società, non riusciva ad imporsi come modello di sviluppo. Sempre di quegli anni, per chi lo ricorda, sono figli gli sviluppi di un’antropologia in chiave moderna e di movimenti che tendono a valorizzare e proteggere le società “liminali”, ovvero quelle che la grande civiltà occidentale ha quasi spazzato via o che si accinge a spazzare via. Ed ecco quindi che anche DIVERSITA’ assume un connotato forte ed evocativo. Si fanno spazio modelli che alludono e fanno intravedere non un mondo di polarità contrapposte (bianchi-neri, vincenti-perdenti, civili-selvaggi), ma un insieme dinamico di flussi fra aggregazioni. E così si sviluppa il pensiero sugli orientamenti e sulle identità sessuali, che ancora oggi continua e che ci porta, noi stessi a scoprire quanta strada proprio noi stessi dobbiamo ancora percorrere per accettare pienamente il fatto che ogni diversità è degna di rispetto. E per essere chiaro, parlo di diversità di opinioni, ma anche di diversità di scelta o condizioni, con particolare riferimento alle “incomprensioni” fra il movimento delle persone transessuali e transgender, quello delle persone queer e quello delle persone omosessuali e bisessuali.

Ma LIBERAZIONE e DIVERSITA’ sono contrapposti a CONSAPEVOLEZZA e UGUAGLIANZA?

Io sono convinto di no. Si tratta solo di vedere le cose dalla giusta angolatura. Nel mondo di oggi, nella cultura, nella scienza sono ormai presenti quelle caratteristiche di apertura e di accettazione che rendono quasi del tutto superate le rivendicazioni in tema di liberazione sessuale e di orgolgio della diversità. E’ un fatto inequivocabile che i costumi sessuali si sono fortemente allentati ed i fenomeni sottesi sono ormai interamente emersi alla luce del sole (sebbene si possa dire che fatichino ad essere pienamente compresi o accettati da alcune porzioni della società), così come è un fatto inequivocabile che le diversità “canoniche” stiano scomparendo: il presidente degli USA è afro-americano, una persona transessuale è nel suo staff, in Europa vi sono donne premier, alcune delle quali lesbiche e sposate con le loro compagne.

E’ dunque evidente che, di fronte ad una società interamente cambiata (e in Italia caratterizzata dalla fenomenologia politica e mediatica del berlusconismo, assente in ogni parte dei paesi occidentali) è necessario ripensare gli obiettivi e le strategie, sulla base di una nuova declinazione degli stessi valori di base che caratterizzarono i movimenti di liberazione e di orgoglio.

Personalmente credo che alla base del movimento LGBTIQ ci sia un insieme di valori di fondo che ci uniscono e che provo a sintetizzare in una frase che certo non è uno slogan, ma che può essere considerata un “paletto”, un riferimento da cui partire per dipanare un pensiero che porti alla definizione di obiettivi e strategie rinnovate: rispetto, solidarietà e sostegno alle persone il cui orientamento sessuale o la cui identità di genere determinano difficoltà, discriminazione, violenza nel proprio percorso di piena realizzazione e di ricerca della felicità.

Se questo è vero, non esiste una vera frattura all’interno del movimento LGBTIQ, ma solo la necessità di ripartire da un punto comune (e quel punto è quello che ho appena suggerito) ed individuare sia nella società di oggi, ma anche nei prossimi 10 anni, la nostra via maestra, lasciandoci poi la piena libertà (ed ovviamente reciproco rispetto e solidarietà) di scelta su come declinare questo percorso, avendo però ben presente che quel fa uno solo riguarda tutti gli altri e quel che fanno tutti gli altri influisce su ciascuno di noi.

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Sintesi dello scritto di Marco Alessandro Giusta

Resta quindi una domanda: dove stiamo andando? Cosa abbiamo intenzione
di fare?

Forse è questo il dubbio che resta nel buio, dubbio che ci divide sulle strade da intraprendere (matrimonio o coppie di fatto? Orgoglio della diversità o ricerca dell’uguaglianza? Liberazione sessuale o sessualità consapevole?).

Mi fa specie soprattutto in vista delle ipotesi che sento ventilare sempre più spesso: l’idea di una federazione alla quale aderirà solo chi vuole aderire, nella quale può prevalere un’idea o un’altra ma difficilmente entrambe, se prima non si trova in qualche modo una sintesi o un minimo comune denominatore.

Faccio mie le parole di molte e molti esponenti del movimento, quando chiedono di tornare a fare “cultura”. Ma vedo, a mio avviso, la necessità di fare innanzitutto cultura al nostro interno. Un esempio? Quando il movimento iniziò a parlare, riassunse molti dei concetti in “parole chiave” o in semplici frasi che fossero facilmente comprensibili a chiunque: essere omosessuali non è una malattia, l’orientamento sessuale è immutabile, etc.

Ma quante di queste affermazioni sono ancora attuali? Prendiamo ad esempio il pansessualismo, che sembra andare molto in voga tra le nuove generazioni, l’idea del Pride visto come carnevalata o strumento di rivendicazione sociale, il confronto con altre culture (mi vengono in mente gli indiani descritti da Remotti che identificano 4 generi al posto di due)…

Credo sia necessario iniziare a parlare anche di questo, a livello di movimento, facendo chiarezza piena e condivisa su quali sono le nostre finalità, da cui  nasceranno automaticamente le strade per raggiungerle, e riappropriandoci di una cultura nostra, senza aver paura – come dice abilmente la Simona Argentieri nel suo libro A qualcuno piace uguale – di passare per omofobi interiorizzati solo perché portiamo avanti, nelle nostre idee e nei nostri vissuti, idee e concetti “altri” rispetto a quelli di una “cultura della maggioranza” che è figlia di una cultura identitaria.

WHAD: una bella esperienza che considero conclusa

A molte persone non piace leggere lunghi testi su internet, per cui inizio dando in sintesi il senso di questo appunto. Chi vorrà, quando ne avrà il tempo, potrà dedicarsi all’approfondimento.
In sintesi, dunque, ho deciso di lasciare definitivamente il cuore di WHAD, ovvero quel gruppo di persone che, dall’agosto dello scorso anno, ha dato vita ad una esperienza intensa e coinvolgente, che ha saputo essere un punto di discontinuità nella comunità lgbtiq romana e italiana, dando inizio ad una stagione di iniziative e di presenza cittadina che non si vedevano da anni. Lascio con la speranza che da quell’esperienza fioriscano nuove idee, nuove iniziative, nuova linfa per il movimento lgbtiq a Roma e non solo.

Ed ora, per chi ha più tempo qualche considerazione in più.

Fra pochi giorni sarà un anno dalla prima fiaccolata di WHAD. Un anno passato a riflettere, a lavorare, a inventare iniziative, discussioni, eventi che avessero l’unico scopo di colmare il divario fra il mondo delle associazioni lgbtiq e tutto quell’insieme di persone che ad esse non fanno riferimento per i motivi più disparati.
Un anno fecondo, per i rapporti personali, per la crescita interiore, per l’esperienza vissuta e per tutto quello che ho imparato. Un anno che, nonostante il calore delle persone e la bellezza del semplice gesto ripetuto di cedere il microfono e ascoltare quel che chi voleva poteva dire, considero concluso.
La mia presenza nel ganglio vitale di WHAD è terminata formalmente la sera del 2 agosto. E non è stato un passaggio facile, per me. Credo neanche per chi ho lasciato, ma comunque doveroso.
In questa fase della vita del movimento lgbtiq a Roma, credo che vi sia una priorità su tutte: costruire il Coordinamento “Roma Pride” per ridare al movimento stesso una speranza di sopravvivere e di trovare nuove strade di crescita. Sarà dura, sarà un percorso costellato di altri momenti dolorosi. Ci saranno nuovi attacchi, nuovi personalismi, nuove polemiche. Ma credo che sia inevitabile che il mondo delle associazioni converga e trovi una sintesi, elemento essenziale per costruire una nuova credibilità sia verso la comunità lgbtiq di cui comunque fa parte, ma soprattutto verso gli interlocutori politici ed istituzionali, verso i quali occorre aprire una nuova stagione di dialettica politica, basata su rivendicazioni chiare, efficaci, raggiungibili, che siano parte di una strategia precisa, il più possibile condivisa e supportata, capaci di dare soddisfazione attraverso i successi, solo antidoto contro la sfiducia diffusa ed il macigno dell’insuccesso su quasi tutti i fronti. Una sconfitta della quale si deve prendere atto e dalla quale trovare modi e motivi per tornare ad essere propositivi ed efficaci.
Il coordinamento Roma Pride è dunque la nuova priorità che si inserisce nella mia vita. Non l’unica, certamente, ma entra con prepotenza.
Certo non è questo il luogo per definire cosa sarà e come si dovrà muovere il Coordinamento Roma Pride. Qui posso solo esprimere l’auspicio che possa realmente costituirsi come coordinamento permanente fra le associazioni LGBTIQ (soprattutto quelle impegnate sul territorio di Roma e del Lazio) e come luogo in grado di aprire e tenere vivo il dialogo fra il mondo delle associazioni e la comunità delle persone LGBTIQ. Ma soprattutto spero che riesca nella missione ancora più complessa di rendere pervasiva e permanente la tematica LGBTIQ, trasformando il Pride da iniziativa spot, a percorso continuo e partecipato di confronto, dibattito e diffusione attorno ai temi LGBTIQ, esteso agli altri universi trasversali della discriminazione : donne, disabilità, migranti, precari, persone anziane, persone HIV+, ecc.

Non posso dunque che esprimere l’auspicio che, se il Coordinamento Roma Pride riuscirà ad essere tutto questo, lo si debba anche alla capacità di WHAD di mobilitarsi affinché la partecipazione sia stimolata ed incoraggiata.

Ora, voglio concedermi il tempo e le parole per riconoscere il giusto tributo di stima e di amicizia ad alcune delle persone che ho incontrato e con le quali ho lavorato affinché WHAD fosse una realtà. In primo luogo voglio ringraziare Valentina Vandilli e Cristiana Alicata, senza le quali la creatura non sarebbe nata. Di Valentina voglio far risaltare l’energia e la spregiudicatezza al limite dell’incoscienza che sono elementi indispensabili per creare dal nulla. Di Cristiana apprezzo le doti politiche, la pazienza nei miei confronti, la capacità di stare con i piedi per terra perchè “non si possono fermare le nuvole”.
Un pensiero affettuoso ad Ilona e Katia, che con dolcezza e semplicità ci sono state quando era necessario. Di Andrea Di Stefano metto in evidenza la disponibilità, la competenza, la creatività, il pensiero razionale e l’affettuosità amicale. Lui insieme ad Alessandro Paesano sono in assoluto il “tesoro” che ho trovato in WHAD, persone che spero di poter tener a lungo vicine, come amici e come compagni di avventure (ricordate cosa ci aspetta a carnevale…). Alessandro Paesano è veramente una persona speciale. Laico, ferreo nei ragionamenti, colto, competente, pacato di norma, ma un’erinni quando e se serve. Di Riccardo Camilleri e Andrea Tornese apprezzo soprattutto il coraggio e la capacità di ragionamento, elementi di critica indispensabili per non rischiare di essere autoreferenziali e persi appresso ai sogni. Marco Romagnuolo si merita la stella del fare: non c’è ostacolo che sia insormontabile, purché si abbiano tempo e strumenti adatti. Ad Andrea Contieri va la palma della pazienza e della dolcezza.
Per chi non ho nominato, vale nel bene e nel male, un grazie per tutto quello che siamo stati capaci di fare e di vivere insieme: nulla andrà perduto.

Frammenti/1

E’ uscita fuori da un cassetto, dove l’avevo messa parecchio tempo fa. E’ per me. E’ un frammento d’amore. Grazie a M.

Allegrezza 7/11/98

Cos’è questa sinuosa allegria,
che dall’oggi al domani,
come nebbia fitta che
s’innalza sul mio essere.

Quanta allegrezza
nelle gote giovani
saliva calda scende a tal pensiero,
a tal ricordo, ormai spento
pigio, stanco.

La vedo rincorrere ovunque
ma ovunque la vedo distrutta,
tra morti ed epidemia ovunque,
ma non nella mia Allegrezza.

Il tempo scivola via,
come questa penna
su un foglio di carta vergine,
come il contrapporsi di due forze,
la voglia di vivere e
quella di ammirare un tramonto
che non sarà mai come
quello di ieri.

Le mie mani gelide, ricordo.

Ricordo ora come ora,
il suo volto dipinto di
mille maschere, una dietro l’altra,
come tanti veli, come tante sfaccettature
infinite, senza termine, immortali
corazza d’amore la sua.

Una maschera,
una triste, una amara
senza scoprire mai la sua identità,
celata dal tempo,
oscurata da rapporti sterili,
tormentati, e insolubili.

Cosa vorrei cambiare della perfezione?
Come posso giudicare,
un rapporto tra l’AMARO, AMORE
un tristo pianto.

Riesco solo ora, che la mia gioia di vita
si è rincarnata in te,
pensando dinnanzi al mare,
costruendo il nostro amore,
ti bacio e ti dico
eternamente tuo Allegrezza.