1° dicembre 2008, XXI Giornata mondiale della lotta contro l’AIDS. Un’occasione che sembra ormai essere diventata un grande festival.
Per le società farmaceutiche, che accumulano profitti stratosferici.
Per gli istituti di ricerca, che da più di vent’anni godono di finanziamenti che fanno impallidire.
Per le associazioni, che si adoperano per assistere chi è già malato o per fare prevenzione.
Per chi si appunta il fiocchetto rosso sulla giacca e si mette a posto la coscienza.
Per chi “io quelle cose lì non le prendo perché faccio attenzione“, ma non si rende conto che con le malattie trasmesse per via sessuale le parole magiche per donne, uomini, transessuali e transgender sono sempre e comunque preservativo e lubrificante e igiene.
La sagra planetaria dispensa qualche ora di gloria a personaggi che torneranno nell’oblio quando i riflettori si spegneranno. Il grande circo mediatico si riaccende ogni anno, indifferente al suo convitato di pietra, il sieropositivo, anche lui puntualmente relegato allo stesso oblio.
Un convitato di pietra che ha milioni di facce, sieropositivi senza saperlo, sieropositivi consapevoli, sieropositivi che fanno finta di niente, sieropositivi che non sanno di esserlo e non sanno che significa, sieropositivi che non si potranno curare perché non si possono permettere i farmaci, sieropositivi ormai malati con un sistema immunitario che non funziona più, incapace di difendere l’organismo dagli assalti di virus, batteri e forme tumorali e degenerative che portano alla morte.
Paradossalmente, infatti, quasi tutta l’attenzione si concentra sulla prevenzione individuale, sulla ricerca dei vaccini e sulle sofferenze di chi è già aggredito dalle patologie collegate al virus HIV. Loro, i sieropositivi, per la stragrande maggioranza eterosessuali, sono il coro muto. Quelli che nel mondo ricco e progredito passeranno la vita, tutta la vita, con due appuntamenti quotidiani fatti di pillole e poi, a lottare fino alla fine in un corpo che non sarà più capace di combattere. E quelli, assai più numerosi, che nel mondo povero e meno progredito non avranno cure, assistenza, prevenzione. E pensare che sono proprio i sieropositivi che alimentano con le terapie preventive il grande giro di affari delle farmaceutiche.
La loro è una dimensione di sofferenza individuale, privata, spesso nascosta, fatta di ansie e di disagio che appartiene solo a chi è veramente in prima linea contro l’AIDS e ai pochi che di solito “lo sanno”.
Per i sieropositivi non ci sono campagne di sensibilizzazione, non esistono pubblicazioni divulgative che non siano segrete, recapitate in busta anonima. Una volta all’anno le pagine mediche, scientifiche e di attualità di giornali e tv si illuminano per parlare farmaci miracolosi, terapie innovative e vaccini che nonostante vent’anni di investimenti e ricerche non arrivano mai. Un marketing della malattia, che accende le speranze e fa rispolverare progetti di affettività che non troveranno, invece, concretezza. Perché dal 2 dicembre i riflettori si spegneranno e “non è un mio problema“.
Dunque, non bisogna mai dimenticare che esistono anche i sieropositivi, persone come tutte le altre, dall’Artico alla Terra del fuoco, che hanno diritto ad avere una vita affettiva e sentimentale e che per nessuna ragione possono essere discriminati né nelle loro relazioni sociali, né nelle loro famiglie, né nei luoghi dove lavorano. Per essi va costruita una rete sociale fatta di lotta ai pregiudizi, di beni e servizi specifici, di sostegno, di accoglienza. Un’intelaiatura che aiuti i sieropositivi a trovare ed esprimere consapevolezza, coraggio ed impegno per conquistare autodeterminazione ed essere testimoni orgogliosi di un’affettività ed una sessualità ritrovate e liberate, contro tutti i poteri che le vorrebbero luoghi impuri, privati ed oscuri, su cui stendere non un pietoso velo, ma una cortina di pregiudizio ed ipocrisia in barba alla laicità e al ruolo dello Stato.
E se questo è difficile nelle nazioni più progredite, in quelle che vivono un disagio economico e sociale profondo come l’Africa, diventa quasi impossibile. Dove accanto ai programmi di prevenzione fatti di informazione, educazione all’uso del preservativo e alla loro distribuzione gratuita su larga scala, i governi dovrebbero impegnarsi per assicurare interventi adeguati a cura, sostengo materiale, psicologio e sociale dei sieropositivi anche contando sulla solidarietà dei paesi più economicamente progrediti.
Quindi, indossiamo pure i fiocchetti rossi, andiamo alle celebrazioni, partecipiamo agli eventi, ma non ci dimentichiamo che sieropositivi e malati non spariscono ed hanno sempre bisogno di noi.
Fi(n)occhi al Gianicolo
Anche BOAROSA sostiene le iniziative del 1° dicembre, contro l’AIDS
In occasione della XXI giornata mondiale per la lotta contro l’AIDS, BOAROSA fa indossare agli eroi del Risorgimento italiano il fiocco rosso che simboleggia il sostegno alle iniziative per la prevenzione della diffusione del virus HIV e per le cure e l’assistenza a malati e sieropositivi.
In una mattinata fredda, tra gli sguardi incuriositi dei pochi passanti, le statue degli eroi di altri tempi hanno indossato orgogliose il simbolo della lotta contro l’HIV e, con il loro silenzio, hanno reso la loro testimonianza, al limite tra l’impresa goliardica e l’installazione di arte.
Una decina di persone, appartenenti al mondo GLBT romano, si sono viste alle sette di stamattina e, armati di un nastro rosso, hanno messo al collo delle statue del Gianicolo il fiocco simobolo del World AIDS Day.
Un approccio diverso ai problemi, che non mira a sdrammatizzare o sminuire, ma che cerca nelle risorse della creatività un dialogo più diretto con l’intelligenza e le energia diffuse tra i mille volti della
gente che normalmente si occupa solo dei propri problemi.
“E’ un modo di lasciare un segno nella vita quotidiana” ha dichiarato uno degli appartenenti al gruppo “Di temi importanti come l’HIV non si può parlare solo nei convegni, magari sponsorizzati da case
farmaceutiche che negano i farmaci ai paesi più poveri e che si arricchiscono grazie alle convenzioni con i vari sistemi sanitari nazionali”
“BOAROSA” ha continuato un altro degli attivisti “ha deciso questa iniziativa per dire una cosa semplice: non è vero che non è un mio problema. Pensiamo che tutti debbano ricordarsi di quello che sta succedendo e che non ci si possa limitare ad appuntarsi un fiocchetto sulla giacca una volta all’anno. Vedendo tutte queste statue con il loro fiocco al collo, ognuno troverà il proprio significato. E’ il nostro modo, decisamente queer, di entrare nei problemi”
BOAROSA, entità-oggetto, contemporaneamente maschio, femmina e tutto quel che ci passa in mezzo, si avvicina più alla mitologia che alla storia. BOAROSA è contemporaneamente ragione ed istinto, non esiste, ma lascia tracce di sé sulla rete, in città, nella memoria di coloro che ci entrano in contatto. Oltre le categorie di animale, minerale e vegetale, BOAROSA è principalmente pensiero e idea.
BOAROSA ha una visione della politica in cui si intrecciano azione, arte, divertimento per recuperare non solo l’impegno, ma anche il piacere di occuparsi delle cose pubbliche. E’ per questo che partiti, chiese e casalinghe di Voghera non sono tra gli interlocutori di questa entità-oggetto: le azioni e le proposte di BOAROSA si spiegano da sole e sono aperte a tutte le interpretazioni

