Famiglia Fantasma intervista Giovanni Patelli

A doverso confronto con il precedente post dedicato all’intervista che Chiara Lalli ha fatto a Tonino Cantelmi, riporto una sintesi dei principali contenuti dell’intervista che il blog Famiglia Fantasma ha fatto a Giovanni Patelli il 3 marzo 2008. Il testo integrale è riportato con l’autorizzazione dell’autore dell’intervista nella sezione dei documenti per chi volesse leggerla interamente.

Giovanni Patelli è:

Di seguito la sintesi dei contenuti dell’intervista.

  • Attualmente sono riconosciuti il disturbo sessuale non altrimenti specificato e l’orientamento sessuale egodistonico come disagio o sofferenza causata dalla propria sessualità, rispetto al proprio orientamento sessuale non messo in discussione. Tale disagio è spesso dovuto alla convinzione che l’omosessualità sia sinonimo di devianza o disturbo psichico.
  • Nelle persone omosessuali spesso è presente l’incapacità di conciliare orientamento sessuale e sistema di valori e credenze culturali relative all’ambiente di vita familiare e sociale.
  • Persone omosessuali particolarmente vulnerabili, con un basso senso di autoefficacia e con scarse abilità di competenza sociale (caratteristiche indipendenti dall’orientamento sessuale), possono avere difficoltà a fronteggiare informazioni distorte sulla omosessualità, false credenze e paure irrazionali, conseguenze spesso di un clima omofobico presente nella nostra società.
  • Più che persone che chiedono di cambiare orientamento, è frequente incontrare chi chiede chiarezza su un orientamento confuso, fortemente compromesso dalla paura di non riuscire a trovare una modalità adeguata, nella famiglia, nel gruppo di amici o in ambito lavorativo e sociale più ampio, per far fronte alle difficoltà che l’atteggiamento omofobico inevitabilmente presenta.
  • L’ omofobia Interiorizzata è la paura che le persone omosessuali stesse hanno sviluppato esposte a condizionamenti negativi familiari e sociali circa la omosessualità con conseguenze sulla propria autostima e sullo stile di vita. La terapia dovrebbe stimolare l’acquisizione di un sistema di pensieri più adattivo e rispettoso del Sé, che valorizzi la persona con il suo orientamento sessuale.
  • Non si diventa omosessuali né eterosessuali attraverso una psicoterapia.
  • E’ necessario costruire una società capace di comprendere le differenze e di farle diventare parte di sé. La discriminazione e lo stigma non portano effetti benefici per la evoluzione della razza umana.
  • Nel trattamento del disagio psichico e della sofferenza è più vantaggioso e utile tenere conto di evidenze scientificheche di indicazioni dottrinali.

Sono molto interessanti, rispetto alle parole di Cantelmi, gli aspetti di fortissima neutralità di fronte al paziente e al suo disturbo, presentati come effettiva pratica quotidiana da parte di Patelli, piuttosto che come semplici dichiarazioni generali sul comportamento corretto del terapeuta, cui poi dovrebbe seguire una concreta attuazione.

Tale approccio, che si astrae dal sistema di valori di cui è portatore il paziente per concentrarsi sulla sua sofferenza e sul recupero degli elementi di accettazione interiore del sè e del proprio orientamento sessuale, piuttosto che sul tentativo (peraltro non scientificamente fruttuoso) di modificare l’orientamento sessuale in funzione del proprio sistema di valori.

In sostanza, l’omosessuale sofferente per il proprio orientamento sessuale che si dovesse rivolgere a terapeuti ed analisti che si rifanno alle posizioni sostenute Cantelmi sarà trattato a partire dal suo sistema di valori (che non possono esser che sociali oltre che individuali). Il terapeuta dovrà individuare tale sistema di valori e adeguare la terapia in modo da rispettarlo, ispirando la terapia alla modifica del comportamento del paziente.

Diametralmente opposto l’approccio descritto da Patelli: la sofferenza del paziente deve essere risolta trovando in lui stesso le motivazioni del disagio e rimuovendole, senza rapportarsi ad un sistema di valori di riferimento cui adattare il comportamento, quando piuttosto a far in modo che il paziente accetti sé stesso per quel che è.

Prendiamo ad esempi un adolescente cattolico che vive un disagio profondo perché comincia a capire di essere omosessuale. Se fosse trattato dalla “scuola Cantelmi”, una volta assodati la sua fede ed il sistema di valori conseguente che dipinge l’omosessualità come devianza, sarebbe spinto a modificare il suo COMPORTAMENTO sessuale e tentare un CONDIZIONAMENTO per il ribaltamento del suo orientamento.

Se invece lo stesso ragazzo fosse trattato dalla “scuola Patelli”, indipendentemente dalla sua fede religiosa e dai convincimenti valoriali, egli sarebbe aiutato a trovare in sé stesso le motivazioni per la piena accettazione di sé, in modo che possa esprimersi e comportarsi coerentemente con la sua natura ed il suo orientamento.

Non sono un tecnico della materia e non posso dunque esprimere giudizi sull’operato di due professionisti iscritti ai rispettivi albi professionali, ma posso proporre un’opinione che è basata sul raffronto di queste due brevi interviste. L’approccio di Patelli mi risulta decisamente più digeribile, proprio perché orientato al pieno rispetto dell’individuo nella sua completezza, indipendentemente da una qualunque, azzardata, decodifica del sistema di valori cui l’individuo fa riferimento e che non possono essere che il risultato di un “condizionamento” sociale, familiare ed educativo. Au contraire, non mi convince molto l’approccio di Cantelmi, che, a mio personale giudizio, porterebbe inevitabilmente a tentativi di manipolazione (finanche al plagio) del paziente, affinché si affermi una dipendenza della sua personalità dal “placet” del sistema socio-familiare in cui egli vive, determinando di fatto non la sua AUTDETERMINAZIONE, quanto la sua DIPENDENZA MORALE da questo sistema.

Non credo che sia necessario aggiungere altro a questa breve e sommaria analisi per capire che preferisco una pluralità di soggetti liberi, consapevoli e felici, piuttosto che legioni di persone inquadrate in un sistema di riferimento che ne determina il comportamento sulla base di dettati autoritari.

1 Commento/i

  1. Commento di erox on Martedì 29 Aprile 2008 4:13

    C’è da rabbrividire a vedere come tanta gente pensa in buona fede, che violentando un individuo a diventare ciò che non è, possa essere un vantaggio per lui e per la società, nella convinzioni non razionale che esista un sistemi di valori assoluto a cui il mondo deve tendere invece di valorizzare le particolarità individuali

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