In questi giorni che cristiani ed ebrei dedicano alla resurrezione e alla liberazione della nazione per intervento divino, capita che qualcuno sulla terra sia testimone del dolore e della mancanza di dignità nella morte, anche senza essere crocifisso materialmente o senza attraversare le paludi del Mar Rosso.
La storia di Chantal Sebire è nota (per chi non la conoscesse un articolo del Corriere della Sera che ne parla) ed ha ridato fiato alla discussione sul tema dell’eutanasia, comunque nuovamente soffocato dalla querelle elettiva, che non tollera la discussione sui temi etici. Ma noi siamo capoccioni e quindi ogni occasione è buona per riprendere questi ragionamenti. Anche questa volta parto dal dibattito su un post che Elfobruno dedica a Chantal e da alcune affermazioni piuttosto superficiali che vi ho individuato (nel dibattito, Elfo non fa MAI affermazioni superficiali!), alle quali ho inteso rispondere.
Questa la sintesi delle parole che mi hanno fatto arricciare il naso, postate da alleinerzihende Mutter:
… le varie chantal non possono chiedere a terzi di sopprimerle. Tu, seriamente, daresti questo peso a qualcuno che ami? Tu vorresti fosse lo stato ad ucciderti? privandoti dell’esercizio fiero di un desiderio di morte? Di gridare il tuo personale “vaffanculo” al dolore? Di vivere la tua sfida con la morte andandogli incontro a testa alta? Abbracciandola invece che fuggendo di fronte a lei?
Piuttosto si potrebbero trovare delle soluzioni per mettere a disposizione di persone nelle condizioni di chantal modi per uccidersi il più possibile soft e rispettosi.
Pensare di farsi uccidere da un medico vuol dire che una parte di noi non è convinta .. o meglio vuole morire, ma trova colpevole il suicidio per cui si fa uccidere sulla base di una legge.
Questo, invece, quello che penso io a proposito di questi ragionamenti.
Al di là dei possibili commenti sull’unidirezionalità di certe ipotesi che proponi, personalmente ritengo che uno stato che non si richiami e non faccia influenzare da speculazioni metafisiche e da “verità” contrabbandate come uniche da chicchessia dovrebbe innanzitutto avviare una riflessione coraggiosa su questo tema dell’eutanasia e del testamento biologico, almeno come primo passo. In questo modo, l’assurdità dei pregiudizi sul tavolo comincerebbe a venir meno.
Considerando poi che a me piacerebbe vivere in uno stato che in quanto CITTADINO prima di tutto mi RISPETTI e mi SERVA quando ho bisogno di lui (posto che i miei doveri saranno o sono stati adempiuti), la soluzione che vedo come ideale è quella in cui le strutture ospedaliere siano attrezzate per venire in contro alla PERSONALE SITUAZIONE di un essere umano sofferente, cosciente e senziente, il quale, attraverso un percorso di sostegno medico e psicologico possa manifestare la sua volontà informata e consapevole di porre fine alla sua esistenza e vederla soddisfatta nella struttura stessa o presso il proprio domicilio, con l’assistenza di personale medico e con la presenza delle persone che egli stesso sceglierà di avere vicino al momento del trapasso.
Ovviamente, nessun medico o psicologo dovrà essere obbligato a prestare questo servizio, rispettiamo gli obiettori di coscienza, ma sono certo che numerosissimi saranno coloro che sceglieranno liberamente di prestare questo servizio di CARITA’ LAICA.
Quello che ho presentato in queste poche righe è un modo semplice e comprensibile per tutti di affrontare la questione, senza entrare nelle MOTIVAZIONI individuali che portano alla scelta del l’eutanasia. E’ la persona sofferente che sceglie e non la società, che non ha nessun diritto di MISURARE LA SOGLIA DELLA SOFFERENZA o il LIVELLO DELLA DEBOLEZZA UMANA.



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