La coscienza nera dell’Iran

30 01 2008

Neanche il tempo di riprendersi dall’ultima fatica artistica (Presente Ricordo, a Genzano), in cui molto si parlava delle discriminazioni su base sessuale e le ultime parole le pronunciava proprio il “fantasma” di Makwan Moloudzadeh e mi arriva la notizia di un nuovo episodio di razzismo ai danni di due ragazzi iraniani che rischiano di essere impiccati. Sulla base di un assurdo crimine “contro dio”. Inutile dire quanto possa scendere gelido il senso dell’inutilità dell’impegno quotidiano di fronte a queste notizie che ci parlano di un medioevo che confina con la nostra porta di casa e che sembra trarre alimento da un integralismo e da un’intransigenza diventate merce comune anche nell’occidente presunto civile.

L’invito è a firmare la petizione on line, raggiungibile a questo indirizzo.

Ecco il comunicato stampa.

27 gennaio 2008
Gay, Iran: altri due ragazzi a rischio impiccagione.
E Pegah Emambakhsh di nuovo in pericolo nel Regno Unito.
Gruppo Everyone: avviata la petizione internazionale
Interpellate le Nazioni Unite

Arrestati il 23 gennaio, i due ragazzi, di 18 e 19 anni, hanno ammesso di amarsi. L’accusa è mohareb (nemici di allah), per la quale è prevista, come per il reato di lavat (sodomia) la pena di morte.

Intanto, dal regno Unito giungono notizie poco confortanti anche per la rifugiata lesbica Pegah Emambakhsh: la corte d’appello sarebbe intenzionata a consegnarla al boia

Si chiamano Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour e sono una giovanissimacoppia gay iraniana (18 e 19 anni); entrambi sono stati arrestatimercoledì scorso, il 23 gennaio, a Sardasht, nell’Azerbaijan iraniano.
A darne notizia il giornalista, vice-direttore di AKI – ADN Kronos Internatonal, Ahmad Rafat, membro del Gruppo EveryOne. “Le autorità usano metodi di tortura fisica e psicologica per ottenere le confessioni delle persone che cadono nelle loro mani, e i due giovani hanno ammesso di amarsi, di avere una relazione sentimentale” raccontano Rafat e i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau.
La confessione dei due adolescenti è bastata perché il tribunale islamico li rinviasse a giudizio con due accuse gravissime: Mohareb, il reato di chi è “nemico di Allah” e lavat, sodomia. Il codice penale iraniano prevede la forca per gli omosessuali, che sono considerati “nemici di Allah”.
Appena del 5 dicembre scorso è il barbaro assassinio del ventunenne Makwan Moloudzadeh, accusato di “lavat”, avvenuto nella prigione di Kermanshah sotto l’incredulità e lo sdegno internazionale, proprio mentre EveryOne portava avanti la “campagna per la vita in Iran” e il giovane diveniva un simbolo mondiale del martirio di tanti innocenti, vittime di un regime spietato.
“Il popolo iraniano per la maggior parte è contrario all’orrore delle condanne a morte e alla lapidazione” dichiarano Malini, Pegoraro e Picciau. “Solo pochi fondamentalisti ritengono che tortura e fustigazione siano strumenti leciti. I movimenti clandestini per i diritti umani si battono con eroismo contro queste pratiche barbariche” continuano “e a rischio delle loro vite cercano di costruire un Iran migliore, in cui le minoranze siano rispettate e la vita umana torni a essere un valore”.
Ma le sorti non sono migliori per Pegah Emambakhsh, la lesbica iraniana rifugiatasi a Sheffield, nel Regno Unito, dove le è stato negato l’asilo come rifugiata, salita alla ribalta della cronaca. Pegah, a seguito di una campagna internazionale condotta dal Gruppo EveryOne con la collaborazione di organizzazioni e associazioni per i diritti umani e civili, ha potuto evitare la deportazione in Iran (dove l’attenderebbe la pena di morte), presentando istanza alla Corte d’Appello britannica. ll Gruppo EveryOne ha ricevuto notizie poco confortanti dal Regno Unito, dove la stessa Corte è orientata a non concedere asilo all’iraniana, in spregio a tutte le Convenzioni internazionali. “Pegah è annientata dall’atteggiamento del governo inglese e ci ha comunicato di essere stanca di lottare, di non voler più apparire sulle pagine dei giornali” spiegano i leader di EveryOne.
“Dobbiamo rispettare la volontà di Pegah, ma dobbiamo essere pronti a dire no al governo del Regno Unito, che ha abbandonato la via del rispetto dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei rifugiati.
Dobbiamo essere pronti” concludono gli attivisti “a sollevare un coro di proteste, in tutto il mondo, per fermare la mano del boia e dei suoi complici”.
Il Gruppo EveryOne ha avviato una petizione internazionale
(http://www.petitiononline.com/irangay/petition.html) sui due casi, per i quali sono stati interpellati anche l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU Louise Arbour, l’Alto Commissario per i Rifugiati António Guterres e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.
EveryOne chiede a tutti i sottoscrittori di inviare e-mail e fax di protesta alle ambasciate iraniane, in Italia e a all’estero, nonché al governo britannico (per gridare no alla criminale deportazione di Pegah e di tanti altri profughi innocenti) e al regime iraniano di Amadhinejad.

Gruppo EveryOne


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