Repubblica: Quanto ci costa la chiesa cattolica? 28/09/07

28 09 2007

da superherostuff.com

Ci è arrivata anche Repubblica, finalmente, ad aprire gli occhi su quanto ci costa la Chiesa, oltre che la Casta. Certo, c’è chi lo va dicendo da anni (basta ricercare l categoria 8×1000 in questo blog per averne un’idea), ma non possiamo che essere contenti se l’autorevole occhio si è aperto!

L’inchiesta di Repubblica è curata da Curzio Maltese con la collaborazione di Carlo Pontesilli e Maurizio Turco ed è partita il 28 settembre con un articolo intitolato I conti della Chiesa. Per comodità e per mantenerne traccia, l’articolo è riportato in calce al post.

Per quanto riguarda il commento, vorrei sottolineare l’”alterigia altezzosa” con cui gli autori, in questo caso con un’evidente caduta di autorevolezza, si peritano di trattare “libelli e certi siti anticlericali” che avevano già fatto i conti in tasca alle sottane d’oltretevere evidenziando non cifre da capogiro, ma una realtà concreta.

La Chiesa di Roma, costa a TUTTI gli italiano almeno quanto la Casta.

Una bella scoperta, grazie, ma noi ce n’eravamo accorti prima. Speriamo che questa “scoperta tardiva”, che non accresce il prestigio degli autori, serva comunque ad innescare un dibattito risolutivo sul tema, che inchiodi governo e Vaticano alle loro evidenti responsabilità.

Vai alle puntate successive: 3 ottobre 2007, 25 ottobre 2007, 25 ottobre 2007 – seconda parte, 10 novembre 2007, 26 gennaio 2008.

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I conti della Chiesa: ecco quanto ci costa

L’otto per mille, le scuole, gli ospedali, gli insegnanti di religione e i grandi eventi. Ogni anno, dallo Stato, arrivano alle strutture ecclesiastiche circa 4 miliardi di euro

di CURZIO MALTESE
“Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati”. Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l’arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall’arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel “ventennio Ruini”, segretario dall’86 e presidente dal ‘91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all’interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama “otto per mille”. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.


Dall’otto per mille, la voce più nota, parte l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il “prezzo della casta” è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all’anno. “Una mezza finanziaria” per “far mangiare il ceto politico”. “L’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno”.

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all’ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al “costo della Chiesa” la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione (”Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire”, nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per “aiuti di Stato”. L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime “non di mercato” dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il “costo della democrazia”, magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul “come” le gerarchie vaticane usano il danaro dell’otto per mille “per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa”. Una delle testimonianze migliori è il pamphlet “Chiesa padrona” di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo “L’altra faccia dell’otto per mille”, Beretta osserva: “Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici”. Continua: “Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?”. “E infatti – conclude l’autore – i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…”.

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di “Chiesa padrona”, rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al “dirigismo” e all’uso “ideologico” dell’otto per mille non è affatto nell’universo dei credenti. Non mancano naturalmente i “vescovi in pensione”, da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: “I vescovi non parlano più, aspettano l’input dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato”. Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte “il dirigismo”, “il centralismo” e “lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”. Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: “Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono”.

La Chiesa di vent’anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall’egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall’universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di “scoprire” l’antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l’impegno di don Italo Calabrò contro la ‘ndrangheta.
Dopo vent’anni di “cura Ruini” la Chiesa all’apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l’agenda dei media e influisce sull’intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent’anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell’illusoria equazione mediatica “visibilità uguale consenso”, come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d’inverarsi la terribile profezia lanciata trent’anni fa da un teologo progressista: “La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo”. Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

(28 settembre 2007)


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12 risposte

30 09 2007
Massimo Gambino

Si, decisamente gli italiani sono molto più contenti di dare soldi alla Chiesa piuttosto che agli sperperatori della “casta”.
Pur essendo un cattolico per tradizione e per cultura piuttosto che per “fede” (la mia fede è leggermente diversa da quella della nostra Chiesa), non posso non riconoscere l’immenso valore sociale che l’istituzione “Chiesa” aggiunge alla nostra società.
E mi dispiace quando qualcuno vuole distruggere ed infangare in maniera così becera come voi fate.
I calcoli che voi fate relativamente al costo della chiesa sulle tasche degli italiani è ridicolo.
Ad esempio: 650.000.000 di euro per pagare gli stipendi di 22.000 insegnanti di religione. Dove pagano le tasse queste persone? Dove effettuano i loro acquisti? Allora diciamo subito che il “costo” vero è meno della metà! Si tratta poi di 22.000 italiani che svolgono un’attività professionale. Posso essere d’accordo con voi che i criteri di selezione di queste persone non siano “trasparenti”. Ma se anche buttassimo nel cesso l’ora di religione, quell’ora dovrebbe comunque essere erogata da altre 22000 persone: il costo sarebbe quindi identico se non superiore!!!
Altro esempio: 600.000.000 di elusione fiscale legalizzata collegata al turismo cattolico. Nel vostro articolo non spiegate esattamente di cosa possa trattarsi. Chi elude? come? Ma al di là di tutto ciò… avete mai pensato quanti soldi possono essere immessi nell’economia nazionale da questo “incredibile” flusso turistico di 40.000.000 di persone? Alberghi, ristoranti, trasporti, gadget etc etc. Se solo questo stato di m… in cui viviamo sapesse valorizzare un po’ di più ed un po’ meglio il nostro immenso patrimonio turistico-culturale, i nostri musei nascosti, i nostri scavi forse il turismo cattolico potrebbe “fruttare” un po’ di più!
Altro esempio: 8 per mille = 1.000.000.000 di Euro. A fronte di nulla? (Attenzione! il costo per ogni italiano ammonterebbe, in media a circa 17 Euro all’anno. Il doppio di quanto mi costa, in tasse, un solo pieno di benzina!!!)
Ebbene, a fronte di tutto questo ogni italiano ha una parrocchia dove sposarsi, dove ricevere i sacramenti, dove iniziare l’ultimo viaggio.

Altro esempio: scuole ed ospedali. Ma non vi vergognate a portare avanti questi discorsi? Il costo sostenuto dallo stato è totalmente coperto dai servizi erogati! Anche in questo caso, tra scuole private e servizi sanitari, se non venissero erogati da istituzioni ecclesiastiche questi servizi costerebbero molto di più di quello che costano al nostro staterello pieno di lavativi.

Non rovinate 2000 anni di storia!!!
Aiutiamo la chiesa ad evolvere, a rimanere attiva, a vivere. Ne beneficeremo tutti, anche gli atei!
Non la distruggiamo per il solo piacere di distruggere!
Massimo Gambino

30 09 2007
VoxNova

Mi permetto di aggiungere che pare evidente che più il Governo e le forze che lo reggono risultano incapaci a governare, più si cerca di prendersela con la Chiesa. A me la Chiesa non obbliga a ricaricare del 55% sul prodotto che vendo. Lo Stato si e per cosa poi? Ora come ora se dovessi scegliere di salvare la “casta” o i preti, salverei comunque i secondi.
Saluti da “VoxNova”.

30 09 2007
Lorenzo

Cari amici,
Io invece sono ateo e non sono contento per nulla di dare soldi ai preti. Non sono contento che i miei nipotini vengano discriminati a scuola, in quanto non si avvalgono della possibilità di andare a catechismo a spese dello Stato, mentre in classe sono appesi crocefissi pagati dallo Stato per ricordare loro di essere nati cittadini di serie B. Non sono contento neanche di pagare lo smaltimento dei liquami del Vaticano e mille altri servizi che lo Stato e il comune di Roma gli erogano gratis perché loro non vogliono pagarli, neanche quando dovrebbero.
Non sono contento, infine, di pagare con le mie tasse i cappellani militari che creano un clima ateofobico anche nelle forze armate.
Così gli atei risultano discriminati dalle materne fino all’università, dalle forze armate all’assunzione negli enti pubblici, quando si ammalano e finiscono in ospedali cattolici, e financo quando vanno a passeggio in montagna e si trovano circondati da enormi croci (almeno queste, saranno state pagate con i soldi degli integralisti? Mistero).
I servizi sociali più importanti dovrebbe gestirli lo Stato. La Chiesa cattolica dovrebbe tutt’al più offrire servizi aggiuntivi, non sostitutivi, e rigorosamente pagati solo da chi vuole, non anche da me con il meccanismo dell’8xmille, che è unico al mondo, perché è un imbroglio fatto legge.

1 10 2007
stratex

@ Massimo Gambino
Vorrei tranquillizzarti: non è lo scopo della mia vita distruggere la Chiesa di Roma. Io metto in discussione il suo comportamento dottrinale e la sua essenza di istituzione, di Stato Città del Vaticano, sovrano e straniero, che si rapporta a noi che lo ospitiamo sul nostro territorio.

Quindi, parliamo dell’istituzione e non della comunità dei fedeli, che godono del mio rispetto, pur se non condivido le loro scelte spirituali.

Veniamo quindi ad esaminare le cose che dici, affermando che le nostre (di chi? io riporto dati di domino pubblico).

Prima un invito a leggere gli articoli di questo blog intitolati “8×1000 nel 2007″ e “Abbassare le tasse?… Si può!”

Affermare che i 22.000 insegnanti di religione pagano le tasse in Italia, non serve certo a giustificarne l’esistenza. Quegli stipendi sono erogati a soggetti assunti dallo Stato Italiano, che paga una prestazione professionale. Essi non sono selezionati dallo Stato, ma da un’emanazione di uno Stato straniero. Una volta dentro la scuola italiana, possono cambiare materia ed andare ad insegnare altro! E già questo basterebbe a urlare allo scandalo. Inoltre, quell’ora settimanale potrebbe essere più proficuamente impiegata in altri tipi di formazione, sicuramente più utili ai nostri giovani che non le banalità che vengono propagandate nelle ore di religione. Non solo. Ma se si rinunciasse finalmente a quell’ora gli stipendi potrebbero essere impiegati in altre e più utili spese.

L’elusione fiscale legata al turismo cattolico (temine improprio, ma è del giornalista) fa riferimento al fatto che vi sono stati in passato (ora le cose stanno cambiando) ampie fasce di attività svolte da enti ecclesiastici sotto il cappello del no profit, che invece erano di carattere commerciale a tutti gli effetti. E così si è visto il proliferare di redditi estranei al fisco e soprattutto esenzioni varie poco spiegabili, come l’ICI sugli immobili adibiti ad attività alberghiera. Di fatto una concorrenza sleale alle imprese italiane, che quelle imposte e tasse, invece, sono costrette a pagare e non hanno un canale di preferenza per la promozione come proprio la chiesa opera.

Il fatto che l’8 per mille ammonti, in media a circa 17 euro all’anno, non lo legittima! Capisco bene che a fronte di tutto questo ogni italiano ha una parrocchia dove sposarsi, dove ricevere i sacramenti, dove iniziare l’ultimo viaggio, ma mi domando perché tale tipologia di “servizi” debba essere pagata dalla società e non solo da chi li utilizza, con una forzatura contabile e fiscale che dovrebbe fare ribrezzo a chiunque abbia un po’ di raziocinio.

Non parliamo di scuole ed ospedali. Chi opera negli ospedali non lavora gratis… le gentili sorelle che stanno nelle corsie sono pagate. Versano i loro introiti ai rispettivi ordini di appartenenza, in una dimensione di pseudo-schiavismo che non mi sento di condividere.
E le scuole private le finanzia lo stato, levando fondi a quelle pubbliche.

Non credo che mettere in discussione privilegi concreti possa portare alla distruzione della Chiesa. In questo non ha alcun bisogno di aiuto. Ci sta riuscendo benissimo da sola.

1 10 2007
stratex

@ Lorenzo

Pur non essendo io ateo, non posso che sottoscrivere le tue argomentazioni. Qui si parla di fatti concreti e non di “dogmi”!

7 10 2007
Antonio

I soldi che vanno regolarmente alla Chiesa io li darei alle associazioni di volontariato… loro sì che spendono i soldi per fare del bene, e i loro bilanci sono controllati. Vai a dare i soldi ai preti vai… il papa per dire una messa in un posto riceve finanziamenti immensi dalle autorità locali… e tutto per dire una messa… anche centinaia di migliaia di euro che un Comune potrebbe destinare all’assistenza sociale! Tanti preti fanno del bene, per carità, ma potrebbero farlo anche senza essere preti, senza appartenere a quella chiesa ricca, potente e scandalosa che scricchiola nella sua stessa ideologia e si mantiene su quella montagna d’aria fritta che è la teologia!

12 10 2007
Massimo Gambino

@ Stratex
OK! In generale non siamo d’accordo! A volte è sufficiente confrontare le proprie opinioni, non necessariamente convincere chi la pensa in modo diverso.
Su una cosa siamo in sintonia: la Chiesa ha l’impellente necessità di rinnovarsi. Sta veramente rischiando di scomparire.

Su una cosa siamo proprio agli antipodi: le scuole private. E su questo tema vorrei proporre un’altra riflessione.
Dici che “le scuole private le finanzia lo stato, levando fondi a quelle pubbliche”.
Questa affermazione NON è vera anzi è vero l’esatto opposto.
La scuola privata si finanzia in parte con il contributo statale ed in parte (inferiore) con il contributo dei privati.
La scuola pubblica si finanzia solo con il contributo pubblico.
Se quindi le scuole private venissero soppresse e completamente sostituite dalle scuole pubbliche il costo per la collettività (intendo ovviamente costo per studente) sarebbe semplicemente superiore al costo attuale. La scuola privata, quindi, aumenta e non diminuisce i fondi disponibili alla scuola pubblica. Mi sembra una semplicissima equazione algebrica… o no?

La settimana scorsa, in Trentino, abbiamo avuto un inutilissimo “referendum” proprio sul tema delle scuole private e sul loro finanziamento. I promotori speravano, ovviamente, nella soppressione delle scuole private abrogando un articolo della legge provinciale che stanziava 9 Milioni di Euro per i finanziamenti.
Si sono recati alle urne meno del 20% degli aventi diritto.
Come altri 380.000 cittadini non mi sono recato alle urne, nella consapevolezza (finalmente se ne sono accorti tutti) che per far fallire un referendum ed esprimere quindi pienamente la propria volontà, basta non recarsi alle urne.
Peccato che, nonostante ciò, la comunità ha comunque dovuto sobbarcarsi l’onere del costo del referendum (2,5 Milioni!)
Sull’inutilità del referendum posso solo aggiungere che la legge sul finanziamento alle scuole private è stata approvata con il pieno accordo della maggioranza e della minoranza.

Non ho frequentato scuole private (solo 1 anno in prima elementare); non ho iscritto i miei figli a scuole private. Non mi interessano le scuole confessionali né i diplomifici!!!
Ma l’idea che venga rimnossa d’imperio una libertà di scelta mi fa venire l’orticaria… sempre!

Un saluto da uno con “poco raziocinio”!

@ Lorenzo
Mettiamola così (è solo uno scherzo)
Visto che io non ho votato questo governo e non credo in questo governo, quest’anno io non pago quei 17 Euro di tasse che vanno al mantenimento dei ministri che io non ho voluto.
Potresti pagarli tu per me?
In cambio io potrei pagare, per tuo conto, i 17 Euro che tu non vuoi dare alla Chiesa.
+17 – 17 = 0… e siamo contenti tutti e due! OK?

30 01 2008
Francesco F.

Incredibile. Quanto ci vorrà per mettere fine a questo spreco? Altro che costi della politica!

31 01 2008
stratex

Ci vuole la volontà politica di affrontare il tema. Ma ci vuole anche la forza ed il consenso, cose che mancano a questa politica asservita ad interessi molto forti.

1 04 2008
Lorena

Condivido in pieno l’articolo, anzi io lo travalicherei con rabbia e indignazione perché la Chiesa è un centro di Potere, e la fede è tutt’altra cosa. Cristo era povero e non laureato, non aveva anelli e vesti damascate, predicava l’amore universale senza calcoli e compravendite e compromessi. Il suo messaggio E’ questo, non le macabre liturgie deprimenti che ci propina una Chiesa autoreferenziale, senza serenità e senza allegria, senza amore ma con tanti ammonimenti sotterranei ai politici e al Parlamento quando deve legiferare di leggi che riguardano il PRIVATO del cittadino. I cittadini per la Chiesa CAttolica sono sudditi, tali e quali come per lo Stato che democratico non è anzi p una monarchia mascherata ed i re sono tanti, ma ben alleati tra di loro. Tasse e balzelli ai sudditi proni e istupiditi da chiacchiere, promesse, menzogne, sorrisi e prese per i fondelli.

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