Il Circolo Mario Mieli ha chiesto a ciascun candidato leader del Partito Democratico di esporre la propria posizione e la propria prospettiva politica sulle tematiche omosessuali e transessuali. L’unica risposta è venuta dal Comitato Nazionale di Veltroni.
Sui contenuti e sulle forme di questa, unica, risposta in alcuni blog si sta sviluppando un’interessante discussione sollevata da Cristiana Alicata, che coinvolge alcuni aspetti importanti del rapporto tra le istituzioni, i partiti prossimi venturi, i diritti e le rivendicazioni della “comunità GLBT”.
Vorrei qui esprimere alcuni concetti al riguardo, che ho già esposto negli stati generali del 2006. Francamente, alla fine, di quel che pensa Veltroni non me ne importa un gran ché. Che sia lui o Berlusconi o un altro della CDL il prossimo presidente del consiglio, poco cambierà.
Saldamente ancorati al centro, non ci saranno grandi sbilanciamenti verso i temi GLBT e le relative rivendicazioni. Non sono una priorità. E questo è un fatto ineluttabile, come l’alternarsi del giorno e della notte.
In fin dei conti, che cosa hanno i gay da lamentarsi?
Nell’immaginario sono tutti single, guadagnano bene e se la spassiano nel tempo libero come meglio piace loro, soddisfacendo i più depravati istinti sessuali. Certo ogni tanto qualcuno si spegne, alle volte con il clamore dei media che pescano nel torbido degli ambienti dell’omosessualità, alle volte nella stanza di qualche reparto ospedaliero, in solitudine e senza assistenza. In fin dei conti è un rischio che possiamo correre per una vista spensierata e gioiosa, gaia.
Proprio per evitare che qualcuno possa equivocare preciso che è un testo volutamente provocatorio e che non rispecchia il mio pensiero, ma tenta un ritratto di come vede mediamente la gente chi appartiene a questa pseudo comunità.
Detto questo, mi preme molto di più parlare del problema che solleva Cristiana, ovvero dell’esistenza del movimento GLBT.
Credo che una vera e propria comunità GLBT non esista.
Sebbene la definizione sia facile da usare. Troppo.
Al massimo, esiste una porzione minoritaria della popolazione che ha in comune una o più caratteristiche legate all’orientamento, all’identità di genere o al comportamento sessuale.
Tutto qua e nulla più.
I ripetuti tentativi di “avvicinare” la diaspora di associazioni e comitati, finora, hanno avuto solo due volte un effetto positivo: il world pride del 2000 ed il pride del 2007.
Il primo, frutto di un intuizione “messianica” del quale si è immediatamente sperperato il credito politico ottenuto, ricadendo nella trappola del paletto di confine. Il secondo, frutto di un lavoro lucido che ha preso le mosse dagli “stati generali” della comunità, che se la memoria non mi inganna, si ebbero a Roma nel settembre 2006. Anche qui si corre l’immediato rischio di perdere il pur poco credito mediatico e politico conquistato.
Da luglio 2007, in una corrispondenza con Imma Battaglia, Gigliola Toniollo e molte delle associazioni di tutta Italia, si sta tentando di ripetere l’esperienza collegiale di quel settembre, ma i tentativi sembrano infrangersi contro una scogliera di indifferenza e di fastidio. Tutto si è trasformato nella disfida del nastro più bello fra le sorellastre di Cenerentola.
Mai paghi dello sforzo e delle delusioni, comunque, ci si prova e riprova, convinte e convinti che non ci possa essere nessun obiettivo politico che non sia condiviso. Partendo dall’assunto che i diritti che non siano rivendicati, dichiarati, tutelati ed “enforced”, nei fatti, diritti non sono.
Nessuno parla di federazione, ma diventa difficile anche l’accordo su una sede e una data di un incontro… neanche si trattasse di ospitare le olimpiadi e di spartirsi una generosa messe di quattrini pubblici.
In questo quadro, è fuori luogo parlare di comunità e di movimento. Forse più giusto sarebbe parlare di gruppi isolati ed immobili!



Secondo me c’è si fa, in generale, mediamente un errore. Confondere o meglio non sapere distingure tra comunità glbt e associazionismo/movimento glbt.
La comunità c’è. Senza alcun dubbio. Anche come dici tu per la sola comunanza di una o più caratteristiche.
Quello che non c’è è il movimento. Ci sono una forse un centinaio di associazioni ma incapaci di lavorare. Lavorare lo intendo, non troppo provocatoriamente, in senso generale. Perchè ognuna potrà fare qualche iniziativa, impegnarsi in determinati campi e sentirsi pure soddisfatta di quello che fa, ma se questo lo si fa solo per prevalere e primeggiare – e credo di non poter esser smentito – a che serve alla comunità?
Che poi gli osservatori meno attenti, il gay medio intendo, che ne sanno o cosa gliene frega se le associazioni sono divise o lavorano unitariamente?
Se pochi, veramente pochi, partecipano alla vita associativa un motivo ci sarà e forse solo la figura di un movimento compatto ed unito li spingerebbe ad impegnarsi anche singolarmente.
Perchè poi c’è, come abbiamo letto da Cristiana, chi difende il suo impegno nella vita di tutti i giorni, non capendo che è utopico pensare che si facciano leggi in italia solo perchè è cosa buona e giusta che si debbano fare. La politica è altro. La politica – ci piaccia o no – è matematica, è strategia.
E su questo devono fare i conti le associazioni. Senza il consenso della comunità, che ottengono solo con inziative “pulite”, servirà ben poco sbracciarsi per cercare attenzione.
Abbiamo assistito all’apertura del vaso di pandora lo scorso settembre ma subito dopo l’hanno richiuso. Ed ora c’è tanta paura a riaprirlo, toccherebbe ad ogni associazione mettere in discussione il proprio operato. Non hanno nemmeno chissà quali pressioni esterne. L’ho detto poco sopra: la comunità se ne frega delle associazioni!
Noi di GayToday invece vorremmo che se ne interessassero, abbiamo l’ambizioso progetto di far uscire le associazioni dalla loro autoreferenzialità. Devono cominciare a dialogare con la comunità a rappresentarla realmente. Solo a quel punto non ci sarà bisogno di distingure tra comunità e movimento.
Apprezzo molto le tue considerazioni, Andreas, ma sono tuttora fermamente convinto che la comunità non esista. Il semplice fatto di possedere UNA caratteristica non ci rende una comunità. Siamo piuttosto un insieme indistinto di soggetti che hanno maggiore facilità di coagulare il loro impegno localmente, ma che non riesce a costituire un “corpus” di maggiore portata. Finché non ci saranno delle “condivisioni” non si potrà parlare di comunità: non esiste un luogo di dibattito nazionale, non esiste un livello sviluppato di solidarietà che vada oltre alcune partecipazioni incrociate e qualche comunicato stampa, non esistono i legami personali che costituiscono l’intelaiatura di una comunità centrata su istanze e bisogni politici.
Se è vero che non c’è la comunità, peggior sorte tocca al movimento, che ne dovrebbe essere un’espressione organizzata, coerente e attiva. A ben vedere il movimento dovrebbe/potrebbe essere espressioni di più di una comunità, ma questo ci porta oltre.
E sull’assenza di movimento (meglio sarebbe parlare della difficoltà di coordinare le mille facce della nostra realtà), mi ritrovo in pieno con le tue considerazioni. Soprattutto sull’incapacità di CO-OPERARE in modo continuativo e veramente attento alla pluralità, che spesso pretendiamo dagli interlocutori istituzionali. Quindi, in questo senso, il movimento-che-non-coopera fa più danni del movimento-che-non-c’è.
Francamente, non saprei da cosa dipende. Tu attribuisci il tutto alla volontà di primeggiare. Io continuo ad interrogarmi e credo che non sia solo quello il problema. Vedo che in fondo, non c’è una condivisione delle finalità, dei tempi, delle azioni. Ovviamente al di là del pride, evento sotto il quale, ogni sette anni, accade il miracolo della convergenza. Sembra un po’ come la liquefazione del sangue di S. Gennaro!
E la mancanza di chiarezza su fini, tempi e azioni determina di fatto mancanza di fiducia fra i diversi soggetti e quindi si spiegano gli atteggiamenti restii e le perplessità. Invece di riunirci e dibattere, scambiare opinioni (anche sfruttando a piene mani ciò che la rete offre, come Grillo insegna), spendiamo le energie a pensare: “ma Tizio vuole ottenere questo” “Tiza quest’altro”… in un giro vizioso che divide invece di unire, separa invece di coagulare.
Ma questo richiede che vi siano spazi di dialogo aperto, non inficiati dal problema della sincronia della comunicazione e dalla conseguente paralisi dovuta alla distanza.
Costruire una comunità on line libera e non legata a logiche di sviluppo di business on line, in cui tutti hanno diritto di parola, indipendentemente dall’appartenenza o meno a questa o a quella associazione è il primo essenziale passo che ancora non è stato fatto. GayToday è un tentativo, ma un aggregatore non è la stessa cosa di una community on line. Manca la vivacità del dibattito, la condivisione. E senza queste non ci sarà espansione. Purtroppo.
Credo che il problema dell’associazionismo GLBT sia la sua polarizzazione tra il nulla rappresentato da Arcigay, svegliatosi solo nell’ultimo anno da una strategia basata su PaCS e discoteche (queste ultime molto reminerative), e dai mille gruppetti sparsi sul territorio – da quelli più grandi a quelli più microscopici – la maggioranza dei quali aderisce a istanze politiche antagoniste che, a mio modo di vedere le cose, subordinano la lotta GLBT a emanazione di un disegno più ampio e salvifico, in nome di falci e martelli, no logo, antiamericanismo e quant’altro non giova alla causa ma fa tanto “contro-”.
Su tutti domina la voglia di prevalenza sugli altri gruppi, la diffidenza, i colpi bassi – e ci sono, occorre ammetterlo – purché alla fine tutti possano dire che loro rappresentano i migliori.
Il contesto sociale si divide in due gruppi: gay, politicamente intesi. E froci (con annessa disco & darkroom).
In buona sostanza ritorna alle mie orecchie un adagio di una mia saggia amica che trovandosi in un’associazione glbt della quale non farò il nome, dichiarò serenamente: “sono un pugno di galli che si sono messi in testa di fare le galline”.
Mi pare che in Italia stiamo messi uguale.
Dimenticavo.
I froci di cui sopra rappresentano il 90% della cosiddetta comunità GLBT.
Condivido le riflessioni di Guido circa la non esistenza di una comunità lgbtq così come l’analisi di Andreas in merito al movimento.
In realtà le due cose vanno di pari passo e senza l’una non può esistere l’altra.
Una comunità lgbtq non esiste anche secondo me, nel senso che non esiste nel nostro Paese un gruppo di cittadini consapevole di avere in comune, a causa del proprio orientamento sessuale, un deficit di cittadinanza e di diritti.
Per comunità lgbtq, infatti, si può intendere al massimo il numeroso stuolo di frequentatori di locali sparsi in giro per lo stivale. Se consideriamo che la più grande associazione nazionale, Arcigay, fa circa 200.000 tesserati, e di questi il 98%, forse di più, viene fatto in discoteche, saune, cruising bar e tutti quei posti che necessitano di una tessera per offrire certi tipi di servizi, ci rendiamo conto di quale comunità parliamo e di quale comunità venga rappresentata. Quella di utenti, consumatori e clienti.
Non è un caso se, fatta eccezione per il Pride, che nel suo aspetto esteriore ha il carattere di una grande festa di strada, con musica, colori e tanti bei costumi, questa comunità svanisce e non si riesce a radunare in tutte quelle occasioni dove musica, festa ed anonimato non ci sono, ma c’è la rivendicazione di un diritto e l’intervento in prima persona per prenderselo ed usufruirne.
Il movimento avrebbe dovuto avere questa funzione ed avrebbe dovuto perseguire questo obiettivo, cioè creare una comunità lgbtq intesa come cittadini coscienti e consapevoli di essere un gruppo di persone con deficit di cittadinanza.
Non avendo fatto il suo mestiere, quindi, oggi abbiamo un movimento che non può e non è in grado di rappresentare e parlare a nome di una comunità di cittadini ma di avventori e di clienti. Infatti, se si vuole radunare la comunità lgbtq ad una manifestazione e fare grandi numeri, occorre prevedere sempre l’intrattenimento, durante e dopo, altrimenti si fanno piccoli o piccolissimi numeri.
Chiudete per un mese alla cosiddetta comunità lgbt tutti i locali ad essa dedicati, vedrete che si sentirà discriminata e scenderà in massa in piazza a far casino. Dite alle persone di questa stessa comunità che non possono camminare tranquillamente per strada mano nella mano, che non possono sposarsi, che non possono essere genitori, che non possono essere se stessi in tanti contesti del loro vivere quotidiano, e non percepiranno allo stesso modo il loro essere discriminati e cittadini di serie B.
E veniamo a quel vaso di pandora di cui parla Andreas che, come giustamente scrive, il 30 settembre 2006 è stato scoperchiato (ero presente ed ho assistito coi miei occhi a quanto accaduto)e poi, il 14 gennaio 2007, è stato richiuso.
Dentro quel vaso ci stanno ammonticchiati i fallimenti del nostro movimento, di chi ha seguito per tanti anni la strada dei compromessi, delle strategie di collateralismo e della contiguità con la politica istituzionale e dei partiti, delle logiche di spartizione e di protagonismo, di visibilità costruita a colpi di tessere fatte dentro saune, discoteche e cruising bar, di candidature in amministrazioni locali ed istituzioni nazionali, convinti che un frocio in Parlamento o in un consiglio comunale fosse un grande risultato per i diritti delle persone lgtq, tranne poi scoprire che i partiti che hanno elargito qualche poltrona erano e sono, bene che vada, assolutamente indifferenti a quei diritti.
Il vaso di Pandora viene scoperchiato solo quando fa comodo in realtà, quando, cioè, occorre far casini, o minacciarli, solo per il proprio tornaconto. Una volta ottenuto questo, tutti si affrettano a richiuderlo, perchè tutti hanno qualcosa da nascondere.
Adesso, come fa notare Andreas, in molti temono che con un nuovo incontro nazionale questo coperchio venga risollevato e che certi accordi fallimentari si rimettano in discussione.
Valutando le dinamiche che caratterizzano questo nostro movimento, si potrebbe pensare che non sono i cittadini lgbtq a non essere interessati all’associazionismo ma, piuttosto, il contrario.
L’autoreferenzialità fa comodo a tanti, se i cittadini lgbtq prendessero in mano le sorti del loro destino, e questo è quello su cui si dovrebbe lavorare seriamente, tanti froci di professione si troverebbero persi e senza più un mestiere.
Inizio con una battuta: Elfo, una persona può essere allo stesso tempo gay e frocio ed io modestamente lo sono.
A parte questo, mi richiamo ancora ad Elfo per ribadire una cosa: è vero che, come abbiamo visto agli Stati Generali dell’anno scorso, l’Arcigay ha molti peccati da scontare e molte pratiche scorrette (tessere unoclub in primis!) ma non posso non condannare gli sbagli fatti dall’ala antagonista. In cerca di consensi non propriamente GLBT, hanno scelto pratiche che hanno appiccicato altre etichette sui froci, come se non bastassero quelle che avevano già prima.
Vorrei fare un esempio, che riprenderò anche sul mio blog: ma che c’azzecca la manifestazione del 20 ottobre con il movimento glbt? E non mi riferisco solo agli antagonisti più vicini alla sinistra radicale: pensiamo che ha aderito anche Mancuso con un articolo su l’unità (o liberazione?)! E siccome chi legge poi vede “Presidente Arcigay” pensa “Presidente di Gaylandia”, allora tutti i froci sono non di sinistra ma di estrema sinistra!
Che poi molti gay lo siano ok, ma che questo crei molta confusione sulla politica del movimento glbt no, non ci sto!
Questo significa una mancanza totale di strategia e tutto ciò che ne consegue!
Ragazzi il primo errore dell’antiamericanismo e il rifiuto di un lavoro di lobby. ripeto quello che ho scritto da cristiana: le leggi non piovono dal cielo!
Non perdo le speranze su un prossimo incontro nazionale delle associazioni, noi che ci crediamo, soprattutto noi extra associazioni ergo almeno nominalmente super partes, lavoriamo insieme affinchè avvenga!
Secondo me il problema fondamentale sono proprio i dané. Di’GayProject, Mario Mieli e in misura minore Arcigay sono tre grandi brand dell’intrattenimento che si fanno concorrenza per far soldi senza sdegnare i colpi bassi. Per nascondere questa triste realtà, la ammantano di discorsi politici e filosofici.
Se ci fosse una federazione, la loro concorrenza diventerebbe positiva: vincerebbe il controllo della federazione chi porta più iscritt*, sì, ma anche chi porta più fondi e più contatti politici utili (nazionali e internazionali), sulla base di un meccanismo di vere e proprie primarie LGBTQ.
Oggi, Imma Battaglia con la sua energia inesauribile e il suo Gay Village ha inequivocabilmente creato qualcosa di nuovo nel panorama italiano, ed è giusto riconoscerglielo. Certamente, la sua personalità forte e passionale ha più volte messo pezzi di movimento gay e di sinistra in rotta di collisione tra loro.
Eppure, mi sembrerebbe preferibile che fosse lei (se avesse i requisiti in termini di iscritt* e fondi di cui sopra) la futura presidente di un’ipotetica federazione LGBT(Q), piuttosto che avere tanti gruppetti che perdono tempo a farsi la guerra tra di loro, dimenticando che il nemico in ITalia è rappresentato da un’altra grande associazione gay e lesbica (ma non trans né tanto meno queer), che ha quasi duemila anni di storia e che è rappresentata in quasi tutti i paesi del mondo, dove predica agli omosessuali l’odio di sé e incita gli etero alla violenza omofoba. Almeno su questo saremo d’accordo, o no?
Imma Battaglia? Dopo l’exploit fatto al Roma Pride? Non credo proprio. E credo sia molto, molto, prematuro pensare ad un presidente di una federazione che difficilmente vedrà la luce.
Secondo me è necessario prima un altro passo: che le tessere uno club per l’accesso ai locali non siano anche tessere dell’arcigay. Ritornare a come era prima. Io ho bisogno di quella tessere per frequentare i locali ma non voglio assolutamente essere considerato come un loro socio!
In realtà, si dovrebbero abolire i privilegi fiscali per i circuiti ricreativi fintamente (o solo parzialmente) culturali, come l’Arci, l’Arcigay, il Di’ Gay Project e il Mario Mieli. Era una misura di minimo liberalismo, che avrebbe colpito più la sinistra che la destra. Eppure la destra berlusconiana non ha fatto nemmeno questo, ed è certo che non lo farà la sinistra, visto che sarebbe una scelta suicida in epoca di calo di consensi.
Dicevo Imma per citare un nome ‘per assurdo’. Anche a me (e a molte altre persone) non è piaciuta la sua piazzata al Pride, però mi rendo conto che ci vuole una struttura unica che coordini le azioni dei vari cespugli in un’unica direzione.
Non è possibile avere vari gruppi che flirtano con vari partiti senza mai avere nulla di concreto se non qualche candidatura di bandiera. Occorre qualcuno che abbia il coraggio di negare i voti della comunità LGBT vera (che è piccola, ma sicuramentre conta più di 25.000 persone) a questa sinistra pavida e incolore, per convogliarli in una sola direzione. Hai in mente qualcun altro?
A me la questione è sempre stata posta non in termini di privilegi fiscali ma di atti osceni. Ovvero per i locali dove si fa sesso – anche la semplice discoteca con dark room – è necessario che siano locali per soci, in modo da non essere atti osceni in luogo pubblico. Forse è veramente questo il problema e per questo pensavo di fare due tessere diverse come tutte le altre assocazioni. Anche Muccassassina ovvero Mario Mieli prevede una tessera per glbt che dà diritto a delle agevolazioni, ma i possessori di questa tessera non sono automaticamente iscritti del mario mieli. A questo punto mi sembra più che palese il raggiro di Arcigay!
Sull’importanza di una struttura unica sono d’accordo, ma se mi chiedi un nome… non saprei risponderti. PErchè deve essere un nome nuovo, qualcuno che non si porti dietro pre-giudizi o inimicizie. Se ci sono tante associazioni ci saranno allora altrettante persone valide, penso.