Un mio amico carissimo, che conosco dal 1991, mi ha inviato un’e-mail contenente una lunga “invocazione a Dio” (quello dei Cristiani).
Ne traggo alcuni brani che mi hanno spinto ad alcune riflessioni. I brani riportati sono in corsivo, mentre le mie riflessioni sono in grassetto.
“Cerchiamo di confinare il Signore alla Domenica, nella nostra Chiesa… Forse, la Domenica sera … e, nell’eventualità, molto improbabile, di una funzione intersettimanale. Però, ci piace averLo intorno quando ci sono malattie… e naturalmente durante i funerali. Comunque, non abbiamo tempo o spazio per Lui durante il tempo del lavoro o dello svago… perché… questi fanno parte della nostra vita dove noi pensiamo che… possiamo, e dobbiamo farcela da soli”. Non è il mio caso. Credo in Dio, ma non nella Chiesa. Lo percepisco intorno a me, costantemente ed in forme diverse. È un Dio che non ha bisogno di manifestazioni esteriori e di mediazioni: quando vuole si esprime (fatti, pensieri, eventi che non accadono, desideri che non vengono soddisfatti, incontri, scoperte, ecc.) e io ascolto; quando ho bisogno chiedo senza pretendere di essere esaudito. Quello che chiedo è sempre e solo:
- la forza per sopportare tutto quello che accade e per andare avanti
- che mi preservi la salute
- il bene delle persone cui voglio bene e di quelle che soffrono.
Però, non credo nella natura divina di Cristo e per questo non posso dirmi cristiano. Credo nella sua natura umana, nella sua esistenza storica, nelle sue vicende umane terrene, nella potenza del suo messaggio di amore e perdono, che per l’epoca in cui fu lanciato era veramente rivoluzionario, almeno fin quando Saul (S. Paolo di Tarso) non decise che se ne doveva fare un affare di stato e impero.
Nello stesso testo, è contenuta una parabola di questo tipo: “Un prete si presenta alla funzione domenicale e appoggia sull’altare una gabbia arrugginita. Durante l’omelia spiega che aveva incontrato un bambino che aveva la gabbia con dentro alcuni uccelli bruttini e spennati. Il loro destino, diceva il ragazzo, sarebbe stato di essere strumento dei suoi perfidi divertimenti, per poi finire nelle fauci dei gatti. Il prete, commosso, decide di comprare gabbia e uccelli e di liberarli. Per completare la sua storia, dice che un giorno Cristo incontra Satana che gli parla di quanto era divertente vedere gli uomini soffrire e disperarsi ai suoi capricci. Cristo chiese quale sarebbe stato il prezzo per comprarli, ma Satana cercò di scoraggiarlo dicendo che gli uomini lo avrebbero maltrattato, deriso, offeso ed infine ucciso. Ma niente! Cristo insiste. Allora Satana gli dice che il prezzo era la sua vita. E fu così che Cristo decise il suo destino.”
Tutta le argomentazioni contenute nel racconto, ai miei occhi, costituiscono vuota retorica autoreferenziata (oltre ad essere eretici: fu il Padre secondo la dottrina a mandare il Figlio e non questi a decidere di scendere sulla Terra sotto spoglie mortali). Sono una persona assai sensibile all’estetica e all’arte, nonché ai contenuti spirituali, che pratico da anni anche con l’esercizio del canto di musica sacra. Apprezzo molto la poesia e i racconti, ma non c’è un argomento in questa storia che possa spingermi a riflettere sulle questioni che ho detto prima. Come si può pensare di mettere in bocca a Dio, al Cristo e al loro contrario Satana quelle parole, e quelle astuzie da maneggioni?
… o0O0o …
E qui di seguito, riporto alcune domande contenute nella lunga “orazione”, con qualche mia riflessione.
Perché è cosi difficile dire la verità mentre mentire è cosi facile?
Sebbene si possa credere che la verità fattuale sia una e incontrovertibile, abbiamo imparato che ognuno crea la propria verità, perché risponde alle proprie percezioni, sulle quali non ha alcun controllo. In ogni caso, dire la verità è difficile perché ci può danneggiare direttamente, mentre la bugia è sempre una via di fuga… non tutti hanno il coraggio di affrontare le cose esattamente come sono.
Perché ci sentiamo assonnati mentre stiamo in chiesa e appena finito siamo così desti?
Perché le liturgia è diventata una cosa insulsa, piena di sciocchezze e di simbologie che la gente non è più in grado di comprendere. Mentre “fuori” c’è un mondo che va ad un’altra velocità e che sperimenta esperienze del tutto differenti.
Perché è così difficile parlare di Dio mentre è cosi facile parlare di cose scabrose?
Chi l’ha detto? Non c’è nessuna ragione tale da giustificare questa domanda. Peraltro, è veramente difficile parlare di Dio, soprattutto se lo si vuole “portare dalla propria parte”, ma è ancora più difficile, in questo caso farsi capire!
Perché è così noioso leggere una rivista Cristiana mentre è cosi facile leggere robaccia?
Perché le riviste cristiane sono piene di idiozie ideologiche, create dalla dottrina, che è opera dell’uomo e non di Dio e non da esso ispirata. E comunque è noioso leggere anche tantissima della roba che è in giro e che, soggettivamente ciascuno classifica robaccia secondo la sua propria visione.
Perché è così facile cancellare una e-mail che parla di Dio, mentre inoltriamo quelle cattive?
Perché quelle che parlano di Dio sono necessariamente buone? Se tutta la costruzione dottrinale è una menzogna, allora anche le e-mail che la propagandano sono “cattive”.
Perché le chiese diventano sempre meno, mentre i pub e i ritrovi notturno diventano sempre più numerosi?
Perché le chiese sono luoghi pieni di retorica, di idoli, dove la ragione non ha alcuna soddisfazione e che non soddisfano i bisogni spirituali delle persone, ma quelli liturgici della infrastruttura clericale. Mentre i “ritrovi” notturni e non solo crescono perché in essi la gente trova i propri simili e prova a stabilire dei contatti umani.
Non è strano come la gente possa scartare Dio e poi chiedersi come mai il mondo sta andando a rotoli?
Non è Dio che è stato “scartato” (cos’è, un sacchetto di noccioline, che si scarta?), ma sono i valori positivi dell’uomo che non sono praticati, indipendentemente dall’etichetta “divina” che ci si appiccica sopra.
Non è strano che alcune persone possono dire “Io credo in Dio” ma ciò nonostante seguire Satana (che, guarda caso, anche lui “crede” in Dio)?
Credere è diverso da confidare: io confido in Dio e perciò stesso credo alla sua esistenza. Ma io posso credere alla sua esistenza e non seguirne il messaggio e i valori. Che c’è di strano?
Non è strano come noi possiamo inoltrare migliaia di barzellette per e-mail che a loro volta si moltiplicano ma quando si inizia a mandare una e-mail che riguarda il Signore, la gente ci pensa due volte prima di condividerla perché hai paura di ciò che possono pensare di te?
Il rapporto con Dio è un fatto metafisico, spirituale, privato ed interiore. La barzelletta, la risata sono fatti sociali e profondamente umani, che senso ha mettere insieme e paragonare le due cose?
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